Lànguido

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lànguido agg. [dal lat. languĭdus, der. di languēre «languire»]. –

1. Privo di forze, debole, fiacco: era ancora l. ed estenuato per la malattia; sentirsi lo stomaco l. (v. languidezza); polso l., che batte debolmente; i fior vermigli e i bianchi, Che ’l verno devria far languidi e secchi (Petrarca). Che riflette l’interna languidezza: occhio l., sguardo l., stanco, privo di vivacità, o anche melanconico, pensoso: allor che ’l sonno chiude I languid’occhi a l’affannata gente (Caro); fare gli occhi l., guardare con occhio l., volendo esprimere visibilmente amore, tenerezza, desiderio (spesso iron., per indicare affettazione, smanceria); sim., fare la voce l., parlare con voce l.; posa, attitudine l., di chi si abbandona con la persona, per debolezza, svogliatezza o sentimentalismo.

2. In usi fig., col sign. generico di debole, privo di forza: colore l., pallido, sfiorito: or non vedrei le rose Del tuo volto sì languide (Foscolo); luce l., fioca; ne’ languidi Pensier dell’infelice Scendi piacevol alito (Manzoni); amore l.; l. speranze; stile l.; versi l.; prosa l.; musica l., eseguita con movimento lento e ricercato abbandono. ◆ Dim. languidétto, letter. e poet. (spesso iron.), debole, estenuato, stanco: languidetta siede La bella ninfa (Molza); fig., fioco, poco intenso: Così facella languidetta e stanca Scorgesi a un tratto scintillar vivace (Cesarotti); privo di forza espressiva: chiuderò dicendo parermi in mezzo a tanta sostenutezza languidetto anzi che no il decimo verso (Carducci). ◆ Avv. languidaménte, in modo languido, svenevole: si abbandonò languidamente tra le sue braccia; con espressione di tenerezza: guardare languidamente la persona amata.

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