Menzógna

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menzógna s. f. [lat. *mentionia, der. di mentiri «mentire»]. –

1. Affermazione contraria a ciò che si sa o si crede vero, o anche contraria a ciò che si pensa; alterazione (oppure negazione, o anche occultamento) consapevole e intenzionale della verità (in questo sign. è meno pop. di bugia, che indica, di solito, una mancanza meno grave): in che altro consiste la m., se non in dire ciò che non si ha nell’animo? (Rosmini); la m. è sempre più credibile di una verità inaudita (Aldo Busi); un’impudente, sfacciata, spudorata m.; scritto, discorso tessuto (o intessuto) di menzogne, o che è tutto un tessuto di menzogne; non com., uomo impastato di menzogne, abituato a mentire, le cui parole sono quasi sempre menzognere; letter., avere faccia o sembianza di m., presentarsi con aspetto di falsità: Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna De’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote (Dante), deve tacere cioè quella verità che, per essere strana e difficilmente credibile, può essere ritenuta una menzogna; una verità che hadi m. sembianza (Boccaccio). M. convenzionali: espressione, tratta dal titolo di un’opera di M. Nordau del 1883 (Die konventionellen Lügen der Kulturmenschheit «Le menzogne convenzionali dell’umanità civile»), usata spesso per indicare tutto il complesso di convenzioni, di cortesie puramente esteriori e di piccole ipocrisie che nelle relazioni umane sono così frequenti e a cui in genere si dà molta importanza.

2. Al sing., con valore collettivo, abitudine di mentire: vivere nella m.; ha fatto della m. il suo sistema di vita.

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