ovvéro

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ovvéro cong. [comp. di o2 e vero]. – Forma rafforzata della cong. disgiuntiva o, usata soprattutto quando il secondo termine, a cui si premette, è costituito da un’intera proposizione: o tu ti spieghi male, ovvero sono io che non capisco; ormai ant. le grafie o vero, overo. È meno com. di oppure, di cui ha lo stesso valore. Come ossia, fu di uso frequente in passato per introdurre un sottotitolo di opere letterarie, teatrali, narrazioni varie (spec. quelle di tono popolare): Il Malpiglio secondo overo Del fuggir la moltitudine, uno dei Dialoghi di T. Tasso; Il marchese di Santa Prassede ovvero la vendetta paterna, di F. D. Guerrazzi; Satanella, ovvero la mano della morta, di C. Invernizio. Nell’uso corrente ha attualmente una funzione soprattutto esplicativa, equivalente a cioè, ossia: la cucina meneghina, ovvero di Milano; i legumi, ovvero fagioli, fave, piselli ecc., sono ricchi di proteine.

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