Paròla

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paròla s. f. [lat. tardo parabŏla (v. parabola1), lat. pop. *paraula; l’evoluzione di sign. da «parabola» a «discorso, parola» si ha già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole divine per eccellenza]. –

1. Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase.

a. Intesa come unità isolabile nel discorso (nel qual caso è in genere sinon. di vocabolo), con riguardo alla sua natura, alla formazione e ad altri aspetti e qualità (per l’accezione più specifica in linguistica, v. oltre): le p. di una lingua; p. italiane, francesi, tedesche, arabe; l’origine, l’etimologia delle p.; il significato di una p.; p. breve, lunga, di tre, di cinque sillabe; p. variabili e invariabili; p. primitive, derivate, semplici, composte; p. piana, tronca, sdrucciola, bisdrucciola (rispetto alla posizione dell’accento tonico); il tema, la radice, la desinenza, il prefisso, il suffisso di una p.; declinazione, flessione delle p.; la disposizione delle p. nella frase; registrazione delle p. in ordine alfabetico. Rispetto all’uso (in senso temporale, spaziale, ambientale, ecc.): p. arcaica, antiquata, rara, non comune, regionale, dialettale, popolare, volgare, triviale, scurrile; p. dotte, letterarie, tecniche; p. scelte, ricercate; p. sconce (pop. brutte p.); p. nuove, i neologismi. Rispetto all’idea significata (e quindi alla comprensibilità, all’effetto sull’interlocutore, alla corrispondenza fra pensiero e espressione, ecc.): p. facili, difficili; esprimersi con chiare p., con p. oscure; p. propria, impropria; forse non è questa la p. esatta; cercare, trovare la p. adatta, le p. più efficaci; p. ambigue, a doppio senso; in tutto il senso, nel vero senso, nel senso più ampio della p.; non mi viene la p. (quando, nel parlare, non si trova sul momento il termine adatto); non ho capito una p. di quello che ha detto.

b. Con riferimento alla realizzazione orale (cioè alla pronuncia e all’articolazione) e alla qualità della percezione uditiva: articolare la p.; proferire una p.; pronunciare bene, male, forte, piano le p.; scandire, scolpire le p., pronunciarle con voce forte e distinta; strascicare, masticare, mangiare, mozzare, storpiare le p.; non riusciva a spiccicare una p.; parlare con p. tronche, mozze; la p. gli morì in gola, non riuscì ad articolarla interamente; borbottare, mormorare, brontolare qualche p.; balbettò poche p. di scusa; le sussurrò qualche p. all’orecchio; ho sentito bene le sue p.; non ho udito neanche una p. di tutto ciò che ha detto; non ho bene afferrato le ultime p.; ho colto al volo qualche parola. Prov., le p. volano e gli scritti restano (o rimangono), traduz. del motto lat. verba volant, scripta manent (v.). E specificando l’impressione soggettiva suscitata dal suono delle parole: p. dolci, armoniose, dure, aspre, ecc.

c. Con riferimento alla rappresentazione grafica: p. scritte a matita, con l’inchiostro, col gesso; p. dattiloscritte, stampate; p. incise nel marmo; p. in corsivo, in tondo, in grassetto (nella stampa); mettere una p. fra parentesi; abbreviare una p.; scrivere la p. per esteso; nel manoscritto la p. è illeggibile; divisione delle p. in sillabe, di una parola in fin di riga.

d. In linguistica, nell’accezione più com., la minima unità isolabile all’interno della frase e del discorso, formata da uno o più fonemi, e dotata, quanto al significato, di un senso fondamentale (cioè di una sfera semantica in cui essa, isolata, vive nella coscienza linguistica dei parlanti), e di un senso contestuale (ossia il particolare valore che essa assume in un determinato contesto). Anche, termine usato talvolta dai linguisti per rendere il fr. parole (v.), nella particolare accezione conferitagli da F. de Saussure.

2.

a. Al plur., con riferimento spesso non alle singole unità lessicali isolate, ma all’insieme degli elementi che costituiscono il discorso: mi spiegherò, te lo dirò in poche p.; a buon intenditor poche p. (prov.); il succo delle sue p. è questo; per esprimermi con le sue stesse p.; tu hai frainteso le mie p.; le sue p. mi sono sembrate strane, incomprensibili; non ho parole, non trovo parole (per ringraziarvi, per scusarmi, ecc.), modo di dichiarare l’inadeguatezza dell’espressione all’intensità del sentimento (analogam.: non ci sono p. per biasimare la tua condotta, e sim.); dire parole a caso, a vanvera, vuote, senza senso; esprimersi con p. semplici; fam., p. sante le tue!, piene di verità; p. sacramentali, quelle che il sacerdote deve pronunciare per la validità del sacramento; pronunciare delle p. magiche; finalmente hai detto delle p. assennate; predicava con p. ispirate; parole impertinenti, ardite, audaci, temerarie. Con riguardo al tono, al sentimento che le ispira, e sim.: p. gentili, amichevoli, affettuose; p. ostili, nemiche, piene d’astio; p. sdegnose o di sdegno; p. superbe; parole d’ira; p. melliflue; parole di pietà, di compassione, di perdono; in quel tempo mi sentivo pronunciare p. udite solo al cinema o lette in un romanzo, p. che mai avrei pensato di poter pronunciare, come «ti amo» o «amore mio» (Raffaele La Capria); parole di fuoco, infiammate dalla passione o dallo sdegno; parole scritte a lettere di fuoco, che restano fortemente impresse nella memoria; calmare con buone p., con frasi improntate d’affetto; accogliere, cacciare con male p., con frasi sgarbate, con insulti. Con riguardo all’effetto che producono in chi ascolta: p. efficaci, persuasive; p. deprimenti; p. amare, offensive; le p. che mi dici sono molto gravi. Con riguardo alla corrispondenza fra il pensiero o sentimento e l’espressione verbale (cioè alla verità o falsità del discorso): p. sincere, leali, false, bugiarde, menzognere. Con allusione a litigi, a contrasti verbali, a ingiurie reciproche e sim.: ci sono state fra loro p. grosse; Corsero a un tratto, con stupor de’ tigli, Tra lor parole grandi più di loro (Pascoli); c’è stato fra i due un vivace scambio di parole; venire a parole, a contrasto, a una lite, a uno scambio d’insulti; allude a discussioni e litigi (o, più semplicem., al prolungarsi di una normale conversazione) anche il prov. una p. tira l’altra.

b. Con sign. più ampio, ciò che qualcuno dice, il contenuto del suo discorso: le sue p. non mi persuadono; tutti furono convinti dalle sue p.; le p., anche le più effimere, sono fatti, pesanti come mannaie, lasciano segni profondi (Aldo Busi); le p. di un filosofo, di uno scienziato, di un grande maestro. In partic., ammaestramento, consiglio: da’ retta alle mie p.; non ha voluto dare ascolto alle mie p.; ho fatto tesoro delle sue p., ecc. Parole di vita, la predicazione, l’insegnamento religioso.

c. Sempre al plur., il testo poetico di una composizione musicale: canzone composta da ... su parole di ...; parole e musica di A. Boito.

3. Frase, detto: Cisti fornaio con una sola p. fa raveder messer Geri Spina d’una sua trascutata domanda (Boccaccio). Le sette p. di Cristo sulla croce, le sette frasi da lui pronunciate durante la crocifissione, secondo la testimonianza dei Vangeli (Luca 23, 34, 43, 46; Giovanni 19, 26-30; Marco 15, 34). In altri casi, al sing., può indicare sia una singola espressione o frase, sia un breve discorso: non ha mai per lui una p. dolce; portare una p. di conforto, di speranza; mettere una buona p. per qualcuno, intervenire a suo favore, intercedere per lui: metterò io una buona p. per te. Con valore collettivo: S’i’ ho ben la p. tua intesa (Dante), il concetto espresso dalle tue parole; secondo la p. d’Aristotele, secondo ciò che egli afferma o insegna; la p. di Dio, la p. divina, la p. di Cristo, il Vangelo, le Sacre Scritture e in genere tutto quanto è stato scritto per rivelazione o ispirazione divina, oppure la predica; per la liturgia della p., v. liturgia.

4. Con sign. generico e molto ampio in usi di tono enfatico e iperbolico: ancora due p. e ho finito; scambiare una p., due p. con qualcuno, conversare brevemente; non ha detto una p. in tutta la sera, non ha mai parlato (o ha parlato pochissimo); non ha risposto, non ha saputo una p., niente o quasi niente; non c’è una p. di vero nelle sue dichiarazioni; non si può dire una p. senza che se la prenda a male. Ha tono enfatico e iperbolico anche l’espressione mezza parola, con sign. varî: non disse mezza p., non fiatò; non era il caso di offendersi, per una mezza p. detta così, senza malizia, cioè per una breve frase priva d’importanza; se tu potessi dirgli una mezza p. in mio favore ..., accennando cioè con discrezione e alla lontana alla mia situazione; al plur., esprimersi con mezze p., con espressioni vaghe, ambigue, senza completare le frasi, e sim.

5.

a. Con valore limitativo, e talora spreg., mera espressione verbale, in contrapp. diretta o indiretta ai fatti, cioè all’azione concreta: le p. non bastano, occorrono i fatti; lui è buono solo a parole, di chi parla molto ma conclude poco, o usa vantarsi; a parole, tutto è facile; è una p.! (o assol. una p.!), volendo significare che una cosa è in pratica difficile a farsi; tutte queste sono belle p., alludendo a promesse o progetti che si suppone destinati a restare tali o che s’invita qualcun altro a realizzare; dare buone p., tranquillizzare con promesse o speranze più o meno illusorie; prov., dove non servon le p., le bastonate non giovano, ciò che non si ottiene con la persuasione è difficile da ottenere anche con mezzi più energici. Con una connotazione spreg. (sinon. di chiacchiere, ciance, frottole): queste sono p.!; delle tue p. non so che farmene; odio le p.; Ivi s’attende sol parole a vendere (Poliziano), a dare a intendere frottole.

b. Con valore limitativo, al plur., frasi vuote, espressioni prive di un effettivo contenuto, in contrapp. alle idee, ai concetti: un mare, un diluvio di parole; quante p.!; si riempiono la testa di parole; nel suo articolo non c’è altro che parole; parole, parole, parole, risposta di Amleto a Polonio che gli ha chiesto che cosa stia leggendo («What do you read, my lord?» «Words, words, words», Shakespeare, Hamlet II, 2, 195).

c. In traslati poetici, comunicazione o suggestione trasmessa diversamente che con suoni articolati: su le soglie Del bosco non odo Parole che dici Umane; ma odo Parole più nuove Che parlano gocciole e foglie lontane (D’Annunzio); ardon nei cieli Parole incomprensibili di stelle (A. Negri).

6. Locuz. particolari, riferentisi all’uno o all’altro dei prec. sign.:

a. Parole di colore oscuro, frasi incomprensibili, arcane (l’espressione è di conio dantesco, Inf. III, 10, ma Dante alludeva alla tinta in cui le parole erano scritte sopra la porta dell’inferno, non al loro significato). Giochi di parole, freddure, bisticci verbali e sim. Giro di parole, circonlocuzione. Uomo di poche p. (o scarso, avaro di parole), che parla poco perché taciturno di carattere o perché alle chiacchiere preferisce l’azione. Rivolgere (ant. muovere) la p. a qualcuno, rivolgersi a lui parlando, dirigergli il discorso. Misurare le p., badare a ciò che si dice, soprattutto perché non sfugga qualche espressione che può riuscire offensiva all’altro interlocutore; con senso più ampio, pesare le p., parlare con grande cautela, riflettere bene prima di parlare, per far sì che le parole rendano esattamente il nostro pensiero e non dicano nulla di più di ciò che intendiamo dire, per evitare di comprometterci, e sim. Gettare, buttare, sprecare le p., parlare inutilmente, senza essere ascoltati, senza ottenere l’effetto voluto. Mi hai tolto, o levato, la p. di bocca, mi hai prevenuto in ciò che stavo per dire. Prendere, pigliare qualcuno in parola, sulla p., dare a una sua proposta, a una sua offerta un valore d’impegno formale, anche se non voleva essere tale nell’intenzione; con sign. più ampio, pigliare qualcuno nelle p., non com., coglierlo in fallo, in contraddizione, ritorcere a suo danno le parole dette: il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s’avisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle p. (Boccaccio). Di parola in parola, di discorso in discorso, passando da un argomento all’altro. Parola per parola, testualmente, senza mutare, spostare o omettere nulla: ripetere, riferire, commentare p. per p.; tradurre p. per p., alla lettera, seguendo esattamente il testo. In una p., formula conclusiva, equivalente a «per dirla in breve, per non farla lunga, insomma, per concludere» e sim.: vede presentarsi e venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate, due monatti, in una parola (Manzoni). In parola, locuz. aggettivale usata in espressioni come la persona, l’individuo, l’oggetto, il fatto in p., e sim., di cui cioè si sta parlando. L’ultima p., con più significati: vuol sempre avere lui l’ultima p., essere l’ultimo a parlare, a ribattere, a sostenere le proprie ragioni, ecc.; non è detta ancora l’ultima p., l’argomento non è ancora chiuso, c’è ancora possibilità di discutere; nelle contrattazioni, l’ultima p., il prezzo più basso che si propone, a cui non s’intende aggiungere nulla (da parte dell’acquirente) o da cui non si vuol nulla detrarre (da parte del venditore): cento euro è l’ultima p., non uno di più (o di meno).

b. Parola d’ordine, espressione (calco del fr. mot d’ordre) usata con due sign. diversi. Nelle forze armate, segno verbale segreto e convenzionale di riconoscimento previsto dai regolamenti sul servizio di guardia, di presidio, ecc., atto a consentire al comandante di un posto di guardia l’identificazione di ufficiali e sottufficiali preposti all’ispezione o al controllo della guardia stessa, in modo da evitare eventuali sorprese da parte di elementi nemici o male intenzionati: è costituito da una determinata parola che, su richiesta obbligatoria del comandante della guardia, chi effettua l’ispezione deve proferire, e a cui il comandante risponde con una controparola, anch’essa prefissata. Per estens., l’espressione è talora usata a significare un accordo, un impegno, un’intesa segreta, soprattutto in relazione all’obiettivo da raggiungere, alle disposizioni da osservare, al comportamento da adottare: la p. d’ordine è questa: arrivare a ogni costo allo scopo; era corsa la p. d’ordine di negare tutto. Nelle biblioteche, p. d’ordine, la parola che viene scritta in testa a ogni scheda e serve per l’ordinamento alfabetico delle schede stesse o delle corrispondenti voci nel catalogo: è di solito costituita dal cognome dell’autore o dal nome dell’ente che figura come tale (nelle opere anonime, è per lo più la prima parola del titolo, dopo l’articolo). Nei codici (e poi anche nei primi libri a stampa), p. d’ordine, la parola, o parte di essa, con cui aveva inizio ciascun fascicolo e che veniva riportata nel margine inferiore del fascicolo precedente per assicurare una corretta successione dei fascicoli in fase di legatura.

c. Parole in libertà, espressione con cui F. T. Marinetti, nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), definì lo stile che, libero dalle regole tradizionali di metrica, sintassi, punteggiatura, ha il fine di ottenere una sintesi immediata della realtà.

d. Parola fantasma, in linguistica, v. fantasma (n. 1 c).

e. In enigmistica, p. incrociate (o crociate), sinon. di cruciverba; p. decrescente, gioco consistente nella successiva decapitazione di una parola (per es., amare, mare, are, re, e); p. progressiva, gioco costituito da una parola che si allunga più volte per successive aggiunte di qualche lettera in fondo, dando origine ad altre parole (per es., cava, cavallo, cavallone).

7. Sempre al sing., in tutti i sign. che seguono:

a. La facoltà naturale di parlare, la favella: soltanto l’uomo è dotato di p., o ha il dono della p. (con altra accezione, avere il dono della p., la capacità di parlare con facondia, con facilità e scioltezza, anche improvvisando); disturbi della p. (o del linguaggio), afasia, aftongia, balbuzie, blesità, bradiartria, disartria, ecc. (v. le singole voci); perdere la p., di chi diventa muto o di chi è temporaneamente incapace di parlare, per cause varie, di natura organica o psichica; riacquistare la p.; restare senza parola (ma anche senza parole), non essere più capace di parlare, di dire qualcosa (per sbigottimento, sorpresa, senso di colpa, ecc.); non gli manca che la p., di un animale intelligente, o di un ritratto pieno di vita e di espressione.

b. Facoltà di parlare in un’adunanza: chiedere la p.; dare, concedere, accordare la p., o, al contrario, negare, togliere la p.; la p. alla difesa!; la p. è all’on. X! (nel Parlamento italiano la formula ufficiale non è chiedo la p. ma domando di parlare; e il presidente dell’assemblea consente con la frase ne ha facoltà). Con sign. analogo, in alcuni giochi di carte, e in partic. nel poker, avere la p., avere il diritto di pronunciarsi per primo sulle proprie intenzioni circa la prosecuzione del gioco in base alle carte che si hanno in mano; la p. a chi ha aperto; la p. al servito!; passare la p., trasmettere al giocatore successivo tale diritto, ciò che di solito si fa dicendo, ellitticamente, parola! o più spesso, in francese, parole! Per estens. degli usi prec., l’espressione la parola a ... (da sola, o in unione con i verbi essere, passare) ha acquistato, nell’ambito di speciali linguaggi (diplomatico, militare, politico), il sign. di affidamento della facoltà di decisione, e anche di gravi o supreme soluzioni: ora la p. è alle armi!, quando le trattative diplomatiche sono fallite e il conflitto si presenta inevitabile; la p. alle masse!, slogan, spec. in passato, dei partiti di sinistra.

c. Il fatto di parlare o di poter parlare: libertà di parola, diritto di manifestare apertamente, a voce o per iscritto, le proprie opinioni; prendere la p., iniziare un discorso, in un’adunanza o in pubblico; troncare a qualcuno la p. in bocca, interrompergli il discorso, la frase; prov., la p. è d’argento, il silenzio è d’oro, vale cioè molto di più (quando il silenzio sia opportuno).

d. Modo di parlare, di discorrere: avere la p. facile, sciolta, pronta, abbondante, efficace, colorita, disadorna, stentata.

8. Con sign. più determinati e circoscritti:

a. Cenno, menzione: far parola di qualcosa con qualcuno, parlargliene, fargliene cenno (spec. in frasi negative: finora non ne ho fatto parola con nessuno); ti raccomando di non lasciarti scappare parola sull’argomento; letter. o ant., anche al plur., far parole di qualche cosa, parlarne, ragionarne: Però chi d’esso loco fa parole, Non dica Ascesi, ché direbbe corto, Ma Orïente, se proprio dir vuole (Dante).

b. Intesa, accordo, in determinate frasi: si diedero la p. d’incontrarsi tutti la sera stessa; si devono esser passati p. di non accettare l’offerta. In genere, passare parola (o la parola), trasmettere successivamente da una persona all’altra un ordine, un’intesa e sim., per lo più sottovoce o segretamente, in modo che alla fine tutti gli interessati ne siano a conoscenza.

c. ant. Permesso, licenza, autorizzazione: con la mia benedizione ti do la p. che tu ne facci quello che l’animo ti giudica che ben sia fatto (Boccaccio); Buccio, avendo bisogno d’essere a casa, ebbe la p. dall’officiale della guardia (Sacchetti).

9.

a. Assicurazione formale, non appoggiata ad alcuna dichiarazione o obbligazione scritta, con cui si impegna il proprio onore a mantenere una promessa (anche, ma solo in determinate frasi, p. d’onore, che può assumere, rispetto al semplice parola, maggiore gravità): vi dò la mia p. (o la mia p. d’onore) che non vi tradirò; tra galantuomini, basta la p.; ho la sua p. e sono certo che restituirà tutto; hai impegnato la tua p. e non puoi più ritirarti; mantenere la p., tenere o serbare fede alla p.; mancare di p., venir meno alla p.; essere di p., essere un uomo di p., tener fede ai proprî impegni; non ho che una sola p., non ritiro ciò che ho detto o promesso; anche, assicurazione a garanzia della verità di quanto si afferma: ti do la mia p. (d’onore) che l’ho visto, che ci sono stato. Con l’uno e con l’altro sign., sono assai frequenti le formule esclamative (di cui spesso si abusa, sicché nell’uso fam. acquistano non di rado valore attenuato): p. d’onore!; in p. d’onore!; sulla mia p. (d’onore)!; p. di galantuomo!; p. mia!; parola!, e sim. Sulla p., in virtù della sola promessa o assicurazione verbale, facendo affidamento sull’onore e sulla lealtà di una persona: ti credo sulla p.; mi fido di te sulla p.; in diritto internazionale, liberazione dei prigionieri di guerra sulla p., estinzione della prigionia bellica mercé l’impegno, assunto dai prigionieri sul loro onore, di non riprendere le armi contro la potenza detentrice o contro i suoi alleati; giocare, perdere sulla p., impegnandosi sul proprio onore a pagare il debito di gioco entro il termine prescritto di 24 ore.

b. In contrattazioni, affari, trattative private, accordi di vario genere, con valore generico, impegno verbale non ancora definito: sono già in parola con un’altra persona per la vendita di questo terreno, per l’affitto di questo appartamento; entrare in parola con qualcuno, cominciare a trattare; tenere qualcuno in parola, tenerlo impegnato per la conclusione di un affare; restare alla p., a ciò che s’era pattuito; riprendersi, rimangiarsi la p., annullare unilateralmente l’impegno; restituire la p., sciogliere da un impegno, e in genere liberare dal vincolo di una promessa. Nel linguaggio com., con riferimento ad accordo formalmente non impegnativo, che lascia cioè una certa libertà ai due contraenti, è in uso anche la locuz. mezza p., in espressioni quali dare una mezza p., avere una mezza p. con qualcuno, e sim.; tenne l’amico in mezza p., tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose ... (Manzoni). 10. In informatica, gruppo ordinato di caratteri del linguaggio di macchina costituente un’informazione (per es., un dato numerico); con sign. più specifico (propriam. parola di macchina), il numero di caratteri che possono essere trattati in ogni operazione singola e che quindi costituiscono la «lunghezza» delle parole nel senso ora definito (per es., una calcolatrice che ha la capacità di trattare numeri in codice binario con 64 cifre, ha una parola di macchina di 64 caratteri). Parola d’ordine, codice di riconoscimento per l’utente dell’elaboratore (v. chiave, n. 2 d). Parola chiave, con riferimento a un archivio di dati (soprattutto quando questo ha la struttura di un data base, v. data2), ciascuno di quei dati che, in base alla loro posizione e al loro contenuto, permettono un rapido ed efficiente accesso alle informazioni o sono utilizzati per attribuire a queste un ordine logico (per es., in un file che contiene gli indirizzi, inseriti in ordine sparso, di un insieme di persone, la città può essere usata come parola chiave per guidare la ricerca delle informazioni, il cognome può essere usato come parola chiave per ordinare alfabeticamente l’insieme degli indirizzi); con questi sign., la locuz. è un calco dell’ingl. keyword. ◆ Dim. parolétta, parola breve e graziosa (e al plur. breve discorso): fui del primo dubbio disvestito Per le sorrise parolette brevi (Dante); la marchesana di Monferrato ... con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del re di Francia (Boccaccio); con connotazione negativa, parola vuota, ingannevole: Questi in sua prima età fu dato a l’arte [dell’avvocatura] Da vender parolette, anzi menzogne (Petrarca). Più com. il dim. parolina (v.). Vezz. o spreg. parolùccia. Accr. parolóna, o parolóne m. (v.). Pegg. parolàccia (v.).

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