Vèrbo

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vèrbo s. m. [dal lat. verbum «parola», e nei grammatici «verbo»]. –

1.

a. Parola. Con questo sign., è com. ormai soltanto in alcune espressioni (per es., ripetere a verbo a verbo, parola per parola), e soprattutto in alcune frasi negative come non disse, non aggiunse verbo; non ha avuto il coraggio di rispondere verbo; non volere intendere verbo, non volere sentire parola (su qualche argomento), non volere discutere, rifiutarsi di accettare un ordine: gliel’ho detto e ridetto, ma lui non vuole intender verbo; Non vuol più de l’accordo intender verbo (Ariosto). In usi ormai scherz. o iron., parola particolarmente autorevole e solenne: ascoltare il v. del maestro. Anticam. si usò anche la forma di plur. le verba.

b. Nel linguaggio scolastico medievale, concetto, pensiero, in quanto parola interiore della mente (lat. verbum mentis): Già si godea solo del suo verbo Quello specchio beato [= lo spirito di Cacciaguida], e io gustava Lo mio (Dante).

2. Nel linguaggio eccles., traduce il gr. λόγος (v. logos), nei varî sign. di questo termine, cioè la parola di Dio, e anche il pensiero di Dio, come immagine perfetta di Dio stesso: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (inizio del Vangelo di Giovanni, 1, 1); quindi, col sign. che il gr. λόγος e il lat. verbum assumono nello stesso Vangelo di Giovanni, 1, 14 (il Verbo si è fatto carne e abitò fra di noi); il V., o V. divino, o V. di Dio, o V. incarnato, è il Figlio di Dio, seconda persona della Ss. Trinità: l’umana specie inferma giacque Giù per secoli molti in grande errore, Fin ch’al Verbo di Dio discender piacque (Dante); l’Azione è Verbo di Dio: il pensiero inerte non n’è che l’ombra (Mazzini).

3. Nella grammatica tradizionale, parte variabile del discorso che indica azione, stato, o divenire (in contrapp. al nome, che – inteso nel sign. più ampio che ha nomen in latino, comprendente sia il sostantivo sia l’aggettivo – indica sostanza o qualità): i modi, i tempi del v.; coniugare un v.; studiare i paradigmi dei v.; v. regolari, irregolari, anomali; v. difettivi; v. impersonali; v. copulativi, predicativi; v. ausiliari; v. servili, ecc. (v. le singole voci). Voce del v. (o con termine più tecn., proprio della grammatica greca, diatesi), la sua funzione, attiva o passiva o media; con altro senso, voce di un v., nell’uso scolastico, una qualsiasi forma che appartiene alla flessione di un verbo (per es.: «correva» è una voce del verbo «correre»).
Grammatica. – In italiano, come in altre lingue, il verbo è una categoria linguistica suscettibile di determinazione secondo criterî diversi, com’è dimostrato dalla molteplicità delle definizioni che ne sono state date dai grammatici antichi e dai linguisti moderni. Ogni tema (o più tecnicamente ogni semantema) verbale esprime una nozione generica, quella per es. del «camminare» (cammin-), del «leggere» (legg-), del «sentire» (sent-), la quale si determina attraverso distinzioni grammaticali classificabili nelle categorie di tempo, aspetto, modo, persona, numero, diatesi (v. le singole voci), che nel sistema verbale indoeuropeo sono espresse da un lato mediante trasformazioni tematiche (suffissi, infissi, alternanze nella vocale radicale), dall’altro mediante la flessione verbale o coniugazione (desinenze, alternanze sulla vocale predesinenziale, ecc.); mentre in relazione ai paradigmi verbali, fissatisi per processi analogici (v. coniugazione), si distinguono v. regolari o irregolari, anomali, difettivi, impersonali. Un sistema verbale può comprendere, accanto alle forme personali dei modi cosiddetti finiti (indicativo, congiuntivo, condizionale, ottativo, imperativo), talune forme dette nominali in quanto possono assolvere funzione nominale, o anche modi infiniti o indefiniti perché, rispetto al verbo, non sono determinate nella persona, ma solo nella diatesi e nel tempo (infinito), o nella diatesi, nel tempo e nel numero (participio), ecc. Dalle formazioni primarie del verbo si distinguono quelle secondarie, derivate cioè da un’altra forma verbale o nominale (verbi deverbali e rispettivam. denominali), le quali esprimono ulteriori determinazioni di significato, classificabili secondo tipi, distinti da morfemi caratteristici (v. incoativi, causativi, desiderativi, iterativi, ecc.). Si distinguono infine, dal punto di vista sintattico, verbi transitivi e intransitivi (i cosiddetti generi del verbo), intransitivi pronominali, predicativi, copulativi, ecc.

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