1940 · pinocchio

Il burattino protagonista del romanzo capolavoro di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio (1883).

Sbarca nelle sale cinematografiche Pinocchio, il secondo film d'animazione (dopo Biancaneve e i sette nani, 1937) prodotto dalla Walt Disney.

Uno, nessuno, centomila Pinocchio

Difficile dire quanto l’immaginario collettivo sul burattino più famoso del mondo sia debitore alle Avventure di Pinocchio (1883), che nel 1921 aveva venduto in Italia due milioni di copie (la prima puntata del romanzo di Collodi, col titolo La storia di un burattino, era stata pubblicata nel 1881 sul “Giornale per i bambini”, Arcangeli 2011a: 64), e quanto, invece, all’altrettanto celebre film d’animazione della Walt Disney Productions, uscito nel 1940. Né sono soltanto queste le fonti che hanno costruito nel corso di tutto il Novecento l’immagine complessa e variegata di Pinocchio. Lungometraggi, cortometraggi, serie televisive e cartoni animati, commedie teatrali, musical e video musicali, canzoni (almeno in un caso un intero album, di Edoardo Bennato: Burattino senza fili, 1977), videogiochi, apparizioni e citazioni in altre storie, su carta o pellicola, merchandising di ogni genere. Di là dalla multiformità dell'omino di legno, Pinocchio è un archetipo in cui si può agilmente riversare tutta l’ambivalenza della fanciullezza (l’ingenuità e l’istinto selvaggio non ancora mitigato dalle regole e dalle convenzioni sociali), oltre ad aver figurato, nell'Italia ottocentesca, le speranze deluse «di una palingenesi, tutte riposte nel finale edificante (il bambino non più marionetta)» (Arcangeli 2011a: 64); perché il personaggio, «pur sforzandosi all'apparenza di diventare migliore, incarna in realtà l'italiano delle croniche false partenze, sussiegoso e un po' fanfarone, che non ammette fino in fondo i propri peccati e non mostra vera intenzione di crescere» (ibid.).  


Dalla carta... al cartone

La produzione del film, iniziata subito dopo l’uscita di Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dawrfs, 1937), era stata interrotta già dopo sei mesi a fronte dei grossi problemi con l’adattamento del romanzo; il personaggio letterario risentiva delle atmosfere gotiche alla Dickens, nelle quali serpeggia un senso di paura, di abbandono, di morte, e un film per bambini, che doveva conciliare divertimento e modelli valoriali borghesi, non poteva concedere troppo al lugubre. Disney aveva anche pensato di posticipare il progetto di Pinocchio per dare spazio a Bambi ma s'era poi ricreduto, perché i problemi tecnici legati all’animazione degli animali erano ancora più difficili da superare; lo staff della Walt Disney Productions, che comprendeva, tra gli altri, i disegnatori Gustaf Tenggren e Albert Hurter, era tornato dunque a lavorare sulla sceneggiatura di Pinocchio per sfrondarla degli aspetti più lacrimosi. Gli sceneggiatori attingono alla fine ai principi già infusi in Biancaneve: il riscatto di chi è svantaggiato; il superamento degli ostacoli posti dalla sfortuna, grazie all’impegno e alla generosità; l’importanza dell’aiuto degli amici; la capacità dei piccoli e i deboli di avere la meglio sui forti e i potenti. Hanno buon gioco a enfatizzare il ruolo traviante dell’ambiente sull’eroe costruendogli un animo fin troppo remissivo e inerme, lontano da quello del personaggio del romanzo.
Anche la raffigurazione di Pinocchio rappresentò un problema, perché il burattino, trasposto sullo schermo, appariva scialbo e inespressivo. I disegnatori si sforzano così di dargli un aspetto quasi umano, da bambino timido, con le guance rosse e paffutelle. Di legnoso lasciano appena pochi dettagli: gli occhi sbarrati e le giunture delle ginocchia (i gomiti vengono coperti dalle maniche della maglia); nello stesso tempo il personaggio viene “cartoonizzato”: gli si disegnano mani con quattro dita, bocca grande e sorridente con le fossette ai lati e guanti bianchi, tutti dettagli debitori della figura di Topolino.  


Atmosfere alpine


Anche l'ambientazione di Pinocchio era stata adattata al cartone e alla poetica disneyana. La versione disneyana non sembra affatto ambientata in Italia; i boschi, il clima, l’architettura delle case, persino la figura del protagonista (che veste un costume tirolese) rimandano alla Baviera o al Sud Tirolo. Una scelta derivata in parte dallo stile di Tenggren e Hurter (il primo di origine svedese, il secondo di origine svizzera), già messo a frutto in Biancaneve, in parte dalla volontà della produzione di evocare atmosfere da fiaba nordica. L’Italia sparisce anche dall’onomastica, perché tutti i personaggi (tranne Pinocchio e Geppetto) hanno nomi inglesi. Molti di questi sono nomi parlanti, dichiarano immediatamente le qualità principali dei personaggi. Notevoli, in quanto a fantasia, “Honest” John Worthington Foulfellow (nel quale si scontrano worth ‘degno’ e foul ‘nauseabondo’), alias la Volpe; The Blue Fairy, “la Fata Azzurra”, che di blu ha il vestito, ma i suoi capelli sono biondi e somiglia tanto a Biancaneve (fu sagomata sulla figura della stessa attrice: Marjorie Celeste Belcher), rivisitazione della bambina dai capelli turchini del romanzo; Monstro, la balena, che nel romanzo non ha un nome e non è neanche una balena (ma un pescecane). L’unico accenno all’Italia, per la verità poco encomiastico, è nel nome attribuito al Mangiafoco di Collodi, Stromboli (pronunciato Strombòli). Stromboli è crudele, avido, falso, molto più di Mangiafoco, che è invece capace di commuoversi e alla fine libera Pinocchio, donandogli persino un sacchetto di monete d’oro. Il personaggio disneyano concentra in sé tutti gli stereotipi legati all’immigrato italiano, la parlata che sfuma nel grammelot, la gesticolazione accentuata e i modi irascibili. Stranamente, però, è riconosciuto come zingaro (la Volpe lo definisce old gipsy, “vecchio zingaro”). Allo stereotipo dello zingaro, in effetti, rimandano alcune caratteristiche del personaggio: la vita nomade, gli affari loschi, la furbizia. E non è tutto: Stromboli mostra anche di non avere scrupoli morali e di essere ossessionato dal denaro; dettagli che rinfocolarono le accuse di antisemitismo mosse a più riprese, ma mai provate, a Walt Disney.
Un'ultima curiosità: nella versione italiana del film tutti i nomi inglesi dei personaggi vengono sostituiti con gli originali collodiani tranne Stromboli, perché scritto su un manifesto letto dalla Volpe. Gli adattatori fanno però dire alla Volpe «Stromboli detto Mangiafuoco», dopodiché il personaggio è sempre chiamato Mangiafuoco (una modernizzazione fonetica rispetto all’originale Mangiafoco, fiorentinismo che, quasi a metà Novecento, suonava  un po’ antiquato).


Un classico senza tempo


All’uscita nelle sale americane Pinocchio viene accolto bene, anche se non raggiunge il successo di Biancaneve, e l'Academy gli tributa due Oscar: per la miglior canzone (When You Whish Upon a Star, in italiano Una stella cade, divenuta poi il jingle di sottofondo del logo della Walt Disney Company) e per la miglior colonna sonora, composta da Leigh Harline, Paul J. Smith e Ned Washington.
L’ingresso in guerra degli Stati Uniti impedisce la distribuzione immediata oltreoceano del film, tranne che in Gran Bretagna. La pellicola sarebbe stata distribuita in tutto il mondo solo con la riedizione del 1946; in Italia si deve però aspettare il 1947 per vederlo proiettato, a causa dei tempi di doppiaggio (affidato ad Alberto Liberati, capo ufficio edizioni della RKO, casa distributrice del film; collaborò al copione il dialoghista e sceneggiatore Roberto de Leonardis). Da quel momento in poi Pinocchio non ha smesso di incantare il pubblico, di mietere successi di critica, di raccogliere riconoscimenti e consensi. Per citare appena due casi: dal 1994 figura nel National Film Registry degli Stati Uniti (Biancaneve era stata inserita già nell’anno di nascita del registro, il 1989); nel giugno 2011 il critico Richard Corliss di “Time” gli ha assegnato il primo posto nella classifica “The 25 All-TIME Best Animated Films”.

Fabio Ruggiano
 

Bibliografia

Allan Robin, 1999, Walt Disney and Europe, Londra, John Libbey & Company.
Arcangeli Massimo, 2011a, Burattino, in Arcangeli 2011b, pp. 63-64.
Arcangeli Massimo, 2011b (a cura di), Itabolario. L'Italia unita in 150 parole, Roma, Carocci.
Castellano Alberto, 2000 (a cura di), Il doppiaggio, Roma, AIDAC, 2 voll.
Schickel Richard, 1968, The Disney Version: The Life, Times, Art and Commerce of Walt Disney, New York, Simon & Schuster.
Valoroso Nunziante, 2000, Il doppiaggio nel cinema d’animazione: i lungometraggi animati Disney, in Castellano, vol. 1, Profilo e storia di un’arte negata, pp. 109-114.
Watts Steven 1997, The magic kingdom: Walt Disney and the American way of life, Boston, Houghton Mifflin.