1948 · penna biro

Marchio registrato della penna a sfera per antonomasia, inventata dal giornalista ungherese László Bíró (1899-1985).

«Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le jene sapessero maneggiare la penna a sfera, probabilmente scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, di Eliot, di Malraux e degli altri sartristi. La propaganda del delitto, della corruzione, degli istinti bestiali è indispensabile alla reazione per trasformare le masse popolari in uno strumento supino», scrive Piero Calamandrei sulla “Rassegna della stampa sovietica” (nn. 8-9, 20 settembre). È l'anno in cui si comincia a sentir parlare della Biro in Italia (Giovanni Alessio, Postille al Dizionario Etimologico Italiano, 1957-1958).

Il duro cammino verso il successo

Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le jene sapessero maneggiare la penna a sfera, probabilmente scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, di Eliot, di Malraux e degli altri sartristi. La propaganda del delitto, della corruzione, degli istinti bestiali è indispensabile alla reazione per trasformare le masse popolari in uno strumento supino.

Così Piero Calamandrei (Rassegna della stampa sovietica, nn. 8-9, 20 settembre) nel 1948, l’anno in cui si comincia a sentir parlare in Italia della Biro (Alessio 1957-1958: DELI2, s. v.), la penna a sfera inventata nel 1938 dal giornalista e critico d’arte ungherese László Bíró (1899-1985). Si narra che Bíró, osservando dei ragazzini che giocavano a bocce, avesse notato come le sfere, passando su una pozzanghera, lasciassero una scia di fango dietro di loro; gli venne da quel particolare l’idea di creare una piccolissima sfera metallica da posizionare sulla punta di una penna, che ruotasse a contatto con un inchiostro denso e vischioso, che non seccasse subito a contatto con l’aria. László, insieme al fratello György, aveva poi perfezionato l'oggetto, e ne aveva depositato il brevetto in Gran Bretagna in quello stesso 1938; la Biro era stata quindi utilizzata dai navigatori dei bombardieri britannici durante la Seconda Guerra Mondiale, giacché i pennini usati fino a quel momento ad alta quota non funzionavano (D’Acunti 1994: 854).
A causa della situazione politica e dell’avanzamento della Germania nazista, i due fratelli e il loro amico Juan Jorge Meyne erano fuggiti via dall’Europa (194o), e si erano trasferiti in Argentina. Lì avevano creato un’impresa per la produzione industriale delle nuove penne, ma a causa degli alti costi produttivi l'inventore era stato costretto a vendere il brevetto al barone francese Marcel Bich. I due contraenti ricevettero dal destino sorti opposte. Il primo sarebbe morto in povertà, ma nella scacchiera della storia avrebbe guadagnato una fama imperitura (Biro è oggi sinonimo di penna a sfera, di qualunque marca sia), il secondo avrebbe edificato su quel fortunato acquisto un impero economico senza precedenti. Il barone Bich avrebbe tolto l’acca finale dal marchio, per renderlo più commerciale, e avrebbe creato le penne Bic. Fin dagli inizi della produzione (1953) le Bic erano in materiale plastico, ed erano vendute a prezzi bassissimi. Avrebbero invaso il mondo intero, ma l'impresa non sarebbe stata facile.
Non sono necessarie abilità particolari per l’uso della Biro, e forse proprio per questo la penna venne molto osteggiata quando, dagli anni ’50, si diffuse in Italia e in tutta Europa sotto il marchio Bic. Le maestre, fautrici indefesse della bella calligrafia, erano convinte che l’inchiostro e il pennino potessero insegnare agli allievi il modo giusto di arrotondare una a o di aggraziare una f. In Italia l’uso della penna Biro fu ostacolato a tal punto che fino al 1961, nelle amministrazioni pubbliche e negli istituti di credito, era vietato usarla: i documenti firmati con una Bic venivano addirittura rigettati. Nonostante le iniziali resistenze il nuovo che avanzava avrebbe però trionfato sotto forma di un tratto pratico, che non sbavava, e che si sarebbe rivelato via via sempre più economico: le Bic vendute dai tempi della prima commercializzazione al 2005 hanno raggiunto i 100 miliardi di esemplari (La Francia festeggia la Bic: toccati i 100 miliardi di biro, http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/cronaca/bicmiliardo/bicmiliardo/bicmiliardo.html, 16 ottobre 2015).
Ciascuna penna, assicurano dall’azienda produttrice, garantisce tre chilometri di scrittura: a conti fatti è come se l’intera umanità avesse coperto la distanza dalla Terra a Marte per 5.892 volte.


Da strumento contro la censura a oggetto d'arte

Innovativo, veloce ed economico, il nuovo strumento per scrivere a mano diventò presto indispensabile per chiunque, e si trasformò sin dal principio in un pratico alleato per trascrivere idee proprie o altrui e lasciarle circolare liberamente, fuori dalle strette maglie della censura. Ne è un esempio la storia del ciclo di poesie intitolate Requiem di Anna Achmatova, un’opera che condensa tutto il rifiuto della poetessa verso le vessazioni del totalitarismo che la perseguitava. La Achmatova scrisse quelle poesie durante lo stalinismo (tra il 1935 e il 1940) e molti dei suoi più intimi amici ne conoscevano i testi solo a memoria. Ma un giorno, nel dicembre del 1962, nella sua casa di Mosca, la Achmatova chiese a Natalija Gorbanevskaja (anche lei poetessa) di trascrivere Requiem, come poco prima di lei aveva già fatto Solenžicyn. Con una semplice Biro lei e altri letterati copiarono le poesie, e una volta tornati a casa ne batterono a macchina alcune copie. Poi fecero in modo che il giro ricominciasse, invitando altri a copiare e a far copiare. In questo modo fu possibile far circolare di soppiatto qualche migliaio di copie di Requiem.
La Biro è un medium anomalo per un artista. Il tratto è preciso ma tende a schiarirsi con il tempo, non è fatto per durare. Proprio per la sua materialità, così strettamente legata al quotidiano, per la sua larga diffusione, per la familiarità che il pubblico aveva con la penna a sfera e infine per la sua essenza imperfetta, non concepita per l’arte ma per usi comuni, la penna Biro ha stuzzicato la curiosità di molti artisti, ed è divenuta oggetto di prove sperimentali con materiali e tecniche inusuali.
Lucio Fontana è autore di un’intera collezione di disegni eseguiti (intorno al 1946) con la Biro: la carta è bucata, strappata, rigata, sviluppando così il percorso creativo che avrebbe portato alla grande rivoluzione artistica del pittore, con i primi Tagli (1958-1959). In Alighiero Boetti la penna Biro diventa centrale: non è un semplice strumento, ma un simbolo della portata collettiva del suo progetto artistico. Con Maurizio Cattelan la Biro non più utilizzabile viene trasfigurata in opera d’arte (come per il provocatorio scolabottiglie di Duchamp):

Fatto sta che appena tornato dagli Stati Uniti incontro un signore un po’ in sovrappeso che dice di fare il gallerista. Io l’ho sentito nominare. Mi porta in un ristorante vicino Porta Venezia e durante il pranzo mi propone di fare una mostra con lui. Io lo guardo e gli dico che va bene, ma prima dobbiamo fare una scommessa. Che scommessa? Io scommetto che lui non è in grado di vendere una delle mie opere. Quale? Una penna a biro esaurita. In effetti l’impresa è complicata. Io tiro fuori la penna a biro e gliela consegno. Lui la prende, ma dopo una settimana mi chiama e mi dice che nessuno la vuole. Il prezzo è troppo alto. Un milione e mezzo mi pare fosse. Peccato, dico io. Ma un paio di giorni dopo ancora mi presento in galleria con un collezionista al quale riesco a vendere la biro esaurita. Il gallerista ha perso la scommessa, ma decidiamo ugualmente di fare la mostra (Bonami 2011: 65).


La penna nel cassetto

Dopo una storia così gloriosa è forse giunta la fine della penna Biro? È proprio la Bic a lanciare l’allarme. La scrittura a mano è in crisi e per la prima volta, in oltre cinquant’anni, l’azienda francese ha registrato un calo di vendite delle sue penne. I più allarmisti temono che, oltre alla sparizione di carta e penna a favore di Ipad e PC, ciò che verrà meno alle nuove generazioni sarà la capacità stessa di scrivere.
La storia si ripete, e come già era accaduto oltre cinquant’anni fa si ritorna alla scuola come luogo della salvaguardia delle vecchie (chissà se anche buone) abitudini. Indubbiamente comporre lettere e parole di proprio pugno è molto più istruttivo per un bambino, e comporta modalità di apprendimento più efficaci rispetto alla digitazione delle lettere dell’alfabeto sulla tastiera di un computer. Siamo però sicuri che le alzate di scudi contro la scrittura digitale non somiglino a quella delle vecchie maestre amanti di pennino e inchiostro? Forse oggi promuoverebbero le Biro e criticherebbero le tastiere.

Giancarlo Liviano D'Arcangelo

Bibliografia

Alessio Giovanni, 1957-1958, Postille al Dizionario Etimologico Italiano, «Quaderni linguistici dell'Istituto di Glottologia dell'Università degli studi di Napoli », III/IV.
Barbero Luca Massimo, 2013 (a cura di), Lucio Fontana. Catalogo ragionato delle opere su carta, Milano, Skira.
Bonami Francesco, 2011, Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Milano, Arnoldo Mondadori.
Corlazzoli Alex, 2014, Tecnologia: il tramonto della penna biro. Salviamola (ma chiediamo anche i pc), “il Fatto Quotidiano”, 2 settembre.
D’Acunti Gianluca, 1994, Nomi di persona, in Serianni e Trifone, vol. II, Scritto e parlato, pp. 795-857.
DELI2 = Il nuovo Etimologico. DELI. Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 2009 (prima ediz.: 1979-1988).
Nissim Gabriele, 2004 (a cura di), Storie di uomini giusti nel gulag, Milano, Bruno Mondadori.
Pittèri Daniele, 2006, L’intensità e la distrazione. Industrie, creatività e tattiche nella comunicazione, Milano, Franco Angeli.
Pugliese Marina, 2006, Tecnica mista: materiali e procedimenti nell’arte del XX secolo, Milano, Bruno Mondadori.
Serianni Luca, Trifone Pietro, 1993-1994 (a cura di), Storia della lingua italiana, Torino, Einaudi, 3 voll.