1956 · blue jeans

Pantaloni di tela ruvida e resistente, con impunture molto evidenti.

Nel mese di aprile sbarca nelle sale cinematografiche "Gioventù bruciata", che dà piena legittimazione a un indumento allora ancora poco adoperato.

Tra vecchio e nuovo mondo

«Bisogna esse padroni della lingua… oràit?», diceva Alberto Sordi, nei panni di Nando Moriconi, in Un americano a Roma (1955). La lingua di questo “Fred Astaire della Garbatella” era in realtà un buffo impasto di italiano, romanesco e inglese maccheronico («Abbito in questa house», «My papy sta a scherzà!») cui facevano difetto le parole autenticamente americane: quelle parole che giusto in quegli anni cominciavano a diffondersi in Italia, sull’onda dei successi di Hollywood. Nando “l’americano” sembra così non conoscere ancora il nome dei pantaloni a cinque tasche e impunture a vista, che pure indossa sotto la maglietta e il cappellino da baseball. Quei calzoni «cu nu stemma arreto» che Renato Carosone avrebbe di lì a poco indicato come primo requisito di chi voglia fare “l’americano” (Tu vuò fa l’americano, 1956). Niente di strano, in effetti, perché è solo con il grande successo di Gioventù bruciata e il mito di James Dean (nelle sale italiane dall’aprile 1956) che anche nella nostra lingua si diffonde l’uso di blue jeans.
La prima comparsa è stata rintracciata in un articolo di “Oggi” del 30 agosto 1956 (cfr. GDLI-Suppl. 2004, s. v. jeans). A quest’altezza cronologica i blue jeans hanno già una lunga storia alle spalle, che proprio in Italia affonda le sue radici. La parola jeans, attestata in inglese dal XVI secolo, designava in origine un tipo di tessuto, il fustagno di Genova (jeans è adattamento del nome della città in antico e medio francese: Jennes o Gennes). Resistente e a buon mercato, funzionava benissimo per farne sacchi per vele, teloni da copertura, robusti pantaloni da marinaio (o “da battaglia”: quelli di Garibaldi sono oggi conservati al Vittoriano). La svolta è nel 1853: il giovane bavarese Levi Strauss, giunto a San Francisco con un grosso carico di jeans per tende, si accorge della grande domanda di abiti da lavoro per minatori e pionieri e si mette quindi a farne pantaloni e salopette. Esaurito il fustagno genovese, Strauss lo sostituisce con il denim, il serge de Nîmes tuttora in uso. A un sarto di nome Jacob Davis si deve poi la definitiva miglioria, e cioè l’applicazione di rivetti di rame per fissare le cinque tasche dell'indumento: con il brevetto del 20 maggio 1873 erano ufficialmente nati i blue jeans.          


Pantaloni contro

Se negli Stati Uniti, a metà degli anni Cinquanta, i blue jeans non erano più pantaloni per soli pionieri e cow boy, essendosi ormai diffusi per tutte le classi sociali e tutte le età, in Italia diventano invece subito l’emblema della moda giovanile. Sono i primi anni del boom, quelli che vedono i giovani affacciarsi sulla scena sociale, affermarsi come blocco, omogeneo e compatto, desideroso di distinguersi e di ribellarsi. Anche nel guardaroba: con i jeans dilagano le magliette di cotone e i giubbotti di pelle, legati all’icona, del biker bello e dannato, immortalata da Marlon Brando e James Dean.
Il protagonista di un romanzo di Nanni Balestrini ricorderà così quel periodo:

Allora i bluejeans erano la cosa più di moda. Erano gli anni che si vedevano quei film come Poveri ma belli. Ma noi che andavamo a scuola non c’avevamo le mille o le tremila lire per comprare i bluejeans. Vedevo che quelli c’avevano i bluejeans, vedevo che c’avevano le magliette. Ma non quelle maglie di pastore dell’Irpinia, di lana a mano. Una maglia da negozio, bella, che ce n’erano di tutti i colori. Poi si compravano il giradischi, i dischi. Il Rock and roll, il Rhythm and blues, tutta questa roba qua. Allora si cominciavano a ballare queste cose qua all’americana (Balestrini 1971: 34).
 
Gli adulti si fanno però subito diffidenti. Segno visibile di rottura delle regole e di rimescolamento dei valori, i blue jeans vengono proibiti in alcune scuole, mentre il ministro della Giustizia Guido Gonella, approntato nel 1959 un disegno di legge per la repressione del teppismo giovanile, dichiara su “Oggi” che i «pantaloni d’oltreoceano» sono parte di una «divisa da straccioni» dietro cui un «esercito di gaglioffi» cerca «una specie di immunizzazione morale» (Crainz 2005: 81). Ecco allora levarsi la protesta di Adriano Celentano:

Vorrei saper perché,
che male c’è,
se noi mettiamo i jeans …
Ci volete proibire,
volete punirci,
perché portiamo i jeans,
senza mai considerar
questa nostra età
Blue Jeans Rock (1960)

Passata l’epoca dei teddy boy e sopraggiunta quella dei beatnick e degli hippie, la contestazione cambia d’abito ma non depone tuttavia i jeans. Nei primi anni Settanta i modelli si fanno sempre più aderenti, mettendo provocatoriamente in mostra le forme femminili. Il film Blue Jeans (1975) si apre con un minuto e mezzo di primo piano degli hot pants di Gloria Guida. Due anni prima i celebri manifesti di Oliviero Toscani per i Jesus Jeans avevano fatto ancora più scandalo: alle provocanti immagini di una modella vestita solo dei suoi strettissimi jeans si accompagnavano i dissacranti slogan «Non avrai altro jeans all’infuori di me» e «Chi mi ama mi segua». Insieme con il tabù sessuale veniva rotto anche quello religioso; ciò che doveva muovere l’immediata e indignata reazione dell’“Osservatore romano”, a invocare la censura.


Blue jeans per tutti

Pier Paolo Pasolini l’aveva detto subito: quella del Vaticano contro i jeans era una battaglia persa in partenza (cfr. Pasolini 1973/1975). Sembra in effetti quasi una definitiva dichiarazione di resa l’intervento del cardinale statunitense Bernard Law al Sinodo dei vescovi del 1985: «Iuvenes Bostonienses, Leningradienses et Sancti Jacobi in Chile induti sunt “blue jeans” et audiunt et saltant eandem musicam» (Ratzinger-Schönborn 1994: 37). I “pantaloni d’oltreoceano” sono dunque finalmente accolti con il loro nome anche nella lingua della Chiesa (che pure potrebbe chiamarli bracae linteae caeruleae: cfr. Egger 2012, s. v. jeanseria).   
In tutto il mondo, da Boston a Leningrado, i giovani indossano dunque i blue jeans. E neppure più soltanto i giovani. Proprio quando, sul finire degli anni Settanta, ormai dismessi dalla gioventù ribelle, sembrano essere al tramonto, i jeans entrano invece nella loro terza era, facendo breccia da un lato nei paesi comunisti (nel ’78 sono avvistati per la prima volta per le vie di Shangai) e dall’altro, in quelli occidentali, divenendo sinonimo di comfort unisex e senza marcare l'appartenenza di classe. Yves Saint Laurent ne tesse le lodi, Gianni Agnelli li consacra come pantaloni casual fashion da usarsi anche in società. Nell’estate del ’79, sorpreso Bettino Craxi presentarsi in blue jeans al Quirinale, Giorgio Manganelli commenta divertito: «Se fosse un sogno, lo interpreterei all’incirca così: da oggi siamo più liberi» (Manganelli 1979).
 
Giovanni Battista Boccardo

Bibliografia

Anselmi Mario, Ruozzi Gino, 2008 (a cura di), Oggetti della letteratura italiana, Roma, Carocci.
Arcangeli, 2011 (a cura di), Itabolario. L'Italia unita in 150 parole, Roma, Carocci.
Balestrini Nanni, 1971, Vogliamo tutto, Milano, Feltrinelli.
GDLI-Suppl. 2004 = Grande dizionario della lingua italiana. Supplemento 2004, diretto da Edoardo Sanguineti, Torino, UTET, 2004.
Blu Blue-jeans. Il blu popolare, 1989, Milano, Electa.
Crainz Guido, 2005, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Roma, Donzelli.
Egger Carl, 2012, Lexicon latinum hodiernum. Verba, locutiones, proverbia latine reddita, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana.
Manganelli Giorgio, 1979, Al Quirinale in blue-jeans, “La Stampa”, 11 luglio.
Ratzinger Joseph-Schönborn Christoph, 1994, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Roma, Città Nuova.
Pasolini Pier Paolo, 1973, Il folle slogan dei jeans Jesus, “Corriere della Sera”, 17 maggio; poi in Pasolini 1975, pp. 17-23.
Pasolini Pier Paolo, 1975, Scritti corsari, Milano, Garzanti.
Pastoureau Michel Michel, 2008, Blu. Storia di un colore, Roma, Ponte alle Grazie.
Scheich Giacomo, 2011, Blue-jeans, in Arcangeli, pp. 201-203.   
Sebastiani Alberto, 2008, Blue jeans, in Anselmi e Ruozzi, pp. 48-55.