1962 · mille lire

Banconota del valore di mille lire.

Compaiono le mille lire con il primo Verdi.

Banconote d'autore, testimonial eccellenti

La banconota da mille lire ha accompagnato quasi tutta la storia d’Italia, dall’unificazione al 2002, anno del passaggio all’euro. La prima e la seconda tiratura di questi biglietti risalgono rispettivamente al 1872 e al 1878 e furono commissionate dalla Banca Nazionale, nucleo originario della futura Banca d’Italia. La prima banconota con la dicitura «Banca d’Italia» è del 1897. è l'esemplare noto come grande M, perché la M di mille vi era raffigurata come una ricchissima miniatura e il foglio misurava ben 24,5 x 15 cm. L’autore del disegno è il senese Rinaldo Barbetti (1830-1904), orefice ed ebanista, già autore dei disegni per la banconota da cinquecento lire, detta grande C (1896), e per quella da cento lire del 1897, detta grande B (era enfatizzata la B di «Banca d’Italia»). La grande M rispecchia la formazione neoclassica dell’artista, ma lascia intravedere un’anticipazione dello stile liberty in alcuni elementi decorativi sinuosi, nonché nelle sottili dee alate vestite di chitone.
La grande M ebbe corso fino al 1953, sebbene risultasse facile da contraffare. Per questo, già alla fine del secolo precedente, il direttore della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher (1850-1930), aveva commissionato nuovi disegni a Giovanni Capranesi. A causa di alterne vicende, però, la banconota da mille lire disegnata dall’artista romano era stata emessa solo nel 1930. Sul recto figuravano due Regine del Mare, Venezia e Genova, che ricordavano, nella postura, l’Industria e l’Agricoltura di Barbetti. Nello spazio fra le Regine si innalzava la prua di una nave e sui lati figuravano due ovali, che contenevano le filigrane (i profili dell’Italia turrita e di Cristoforo Colombo), contornati da un ricco fregio di foglie di quercia. Sul verso del biglietto, al centro, campeggiava la riproduzione del gruppo scultoreo, con allegorie dell’Industria, dell’Agricoltura e del Commercio, che ornava (fu però rimosso proprio nel 1930) la facciata di Palazzo Koch in Via Nazionale a Roma, sede della Banca d’Italia.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo provvisorio alleato emanò due serie di banconote da mille AM-lire, la 1943 e la 1943A, del valore di dieci dollari. Questi biglietti, molto spartani, rimasero in corso fino al 1950, ma già dal 1946 la neonata Repubblica italiana aveva ripreso a battere moneta tornando alla grande M, modificata solamente nei colori. Nel 1947 era intervenuta anche un’altra importante novità: il contrassegno «Testina d’Italia», associato al Regno, venne sostituito da quello raffigurante il volto della mitologica Medusa (che verrà a sua volta sostituita dal Leone di San Marco nel 1971). A cavallo della sostituzione del contrassegno si collocano le due emissioni della banconota con il profilo di una delle tre Grazie, allegoria dell’Italia, tratto dalla Primavera di Botticelli. Questo soggetto, a mezzo tra il figurativo e il realistico, introduce le serie di banconote che celebrano la cultura e l’arte della Repubblica attraverso i ritratti di personaggi illustri.
A inaugurare il nuovo corso, nel 1962 (insieme a Michelangelo per le diecimila lire), fu Giuseppe Verdi, che prestò il volto alle mille lire. La banconota, dalle misure ragionevoli (12,5 x 6 cm), era piuttosto spoglia nella figurazione: presentava il solo ritratto del musicista, rivolto verso sinistra, e alcune campiture di colore sovrapposte. Sarebbe stata affiancata già nel 1968 da un’altra emissione (in corso dal 1969) con una diversa effigie di Verdi, opera dell’incisore Mario Baiardi (1909-1972), ispirata a uno dei due ritratti del compositore (quello senza cilindro) realizzati da Giovanni Boldini nel 1886. Sulla sinistra del recto l’Arpa Estense (risalente al 1558, è conservata nella Galleria Estense di Modena), il cui profilo fa da contorno al campo centrale; sul verso un’immagine della facciata del Teatro alla Scala di Milano, coerente con la figura di Verdi. Alle mille lire del 1968 seguirono due sole altre emissioni prima del passaggio all’euro: la Marco Polo, con la facciata del Palazzo ducale di Venezia sul verso, nel 1982; la Maria Montessori, con la riproduzione dei Bambini allo studio di Armando Spadini sul verso, nel 1990 (e, di nuovo, nel 1998).


Musica popolare, cinema... e svalutazione

La banconota da mille lire, quando apparve, «aveva un elevato potere d’acquisto, valeva circa 6.900 volte di più del biglietto del 2002 [...]. Con la Prima Guerra mondiale le cose precipitarono e in soli 4 anni, dal 1915 al 1918, la lira si svalutò di circa il 60% [...], del 75% se si arriva al 1921 (Graziosi 2011: 39 sg.). Possiamo seguire la progressiva perdita di valore delle mille lire sull'onda del ricordo di tante canzoni e canzonette.
È d'obbligo partire da Mamma mia dammi cento lire, una ballata piemontese tardo-ottocentesca, ma con un precedente del 1850 all'incirca (Arcangeli 2011a: 121), in cui una giovane chiede quella somma alla madre per pagarsi il viaggio per l’America (il riferimento è al coevo fenomeno dell’emigrazione dal Nord Italia) ma morirà in mare; e nel 1939, poco prima che scoppi la guerra, Giberto Mazzi canta Mille lire al mese, lo stipendio che avrebbe voluto guadagnare per poter fare una vita agiata: la canzone viene baciata dal successo e, nello stesso anno, dà il titolo a un film di aria “ungherese” diretto da Max Neufeld, con Osvaldo Valenti e una giovanissima Alida Valli. Quasi mezzo secolo dopo, in Mille lire (1980), Sergio Endrigo confronta lucidamente, con la scusa del potere d'acquisto della banconota, il passato e  il presente:

Ragazzina che mi salti addosso
in agguato al semaforo rosso,
per mille lire mi offri due rose,
fazzoletti di carta e mille cose,
e io distratto e stanco di guidare
senza volere mi metto a ricordare
mille lire del tempo che fu
molto prima che nascevi tu.
[...]
Ragazzina il ricordo si perde
nella bagarre del semaforo verde.
Per mille lire ti compro le rose,
mille lire di carta pidocchiose,
mille lire e sei già in bolletta,
compri il giornale e qualche sigaretta.
Mille lire e poi che ci fai?
Oggi al cinema manco ci vai.
Mille lire e ci compravi anche la luna,
belle donne e velociferi a motore,
ma non la gloria, gli amici, la fortuna.
Non si compra con la borsa il primo amore.
Mille lire mille lire traditore,
mille lire mille lire che bellezza
ma si doveva cantare Giovinezza.
A dire il vero io ero appena nato,
però mi basta quello che mi hanno raccontato.
Mille lire, mille lire e sei fregato.

Di diverso tenore Titanic (1982) di Francesco De Gregori, che tratteggia con originalità il tema dell’emigrazione, collegandosi idealmente a Mamma mia dammi cento lire:

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento.
E puzza di sudore dal boccaporto
e odore di mare morto.
Sior Capitano mi stia a sentire,
ho belle e pronte le mille lire,
in prima classe voglio viaggiare
su questo splendido mare.

Le mille lire che coprono il costo del biglietto di prima classe per l’America tornano a evocare anni lontani e, come nel canto popolare ottocentesco, anche qui la condizione degli emigranti, in balia dell’ignoto, è caricata di un senso di morte incombente e ineluttabile. Si va però oltre il tragico destino che li attende: l’allegoria di una nave carica di passeggeri di ogni classe sociale, la sorte di molti dei quali è già segnata, vuole alla fine alludere a una condizione universale.

Fabio Ruggiano

Bibliografia

Arcangeli Massimo, 2011a, Emigrazione, in Arcangeli 2011b, pp. 120-123.
Arcangeli Massimo, 2011b (a cura di), Itabolario. L'Italia unita in 150 parole, Roma, Carocci.
Crapanzano Guido 1996, Soldi d’Italia. Un secolo di cartamoneta, Parma, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma/Monte di Credito di Pegno di Busseto.
Crapanzano Guido, Giulianini Ermelindo, 2005, La cartamoneta italiana, Milano, G&G Numismatica.
Graziosi Gianni 2011, Mille lire al mese, “Panorama Numismatico”, febbraio, n. 259, pp. 35-46.