1966 · minigonna

Gonna cortissima, terminante ben sopra il ginocchio.

Arriva in Italia nell'estate di quest'anno.

Misure per l’emancipazione femminile

Nell’estate di quest’anno le ragazze denudano le gambe: si diffonde anche in Italia la minigonna, il cui orlo inferiore si posiziona in questi anni intorno ai 10 cm dalla linea del ginocchio. Chi sperava che la minigonna non oltrepassasse le Alpi, o era convinto che si trattasse di una moda destinata «a durare nel tempo solo a condizione di rimanere la divisa delle diciottenni» – (C., Ma queste “minigonne” sono davvero scandalose?, “La Stampa”, 19 giugno 1966), si sbagliava di grosso. Non solo la minigonna entrerà a diritto tra i capi d’abbigliamento femminili ma si rivelerà essere, a seconda dei punti di vista, il simbolo e l’indizio più potente dell'emancipazione femminile o l’ennesimo espediente con cui le donne cercano, da millenni, di perpetuare il loro ruolo di Eve tentatrici ai danni del maschio.
Che i tradizionali gonnelloni lunghi fino ai piedi, pesanti e ingombranti, non potessero più soddisfare le esigenze e i bisogni della donna moderna era chiaro a tutti: dai primi anni del Novecento in poi il capo più rappresentativo dell’abbigliamento femminile si era accorciato di centimetro in centimetro. Nel 1926, sul “Modalmanacco”, rivista di moda femminile, si era salutato l’avvento della gonna corta con un’ode (la citazione è da Marchetti 1995: 237 nota):

Salve o gonne
delle donne!
Non le stupide gonnelle
d’irte stoffe
grandi e goffe
come quelle
che servivano soltanto
per coprir le gambe storte.
Giù la sciocca moda prisca
delle nonne!
Sempre in alto, o gonne corte
gonne corte delle donne.

Almeno fino agli anni Cinquanta l’orlo non era comunque salito oltre il ginocchio (eccezioni di qualche centimetro erano consentite per gli abitini da mare o adibiti allo sport). La linea del ginocchio viene conquistata e superata grazie a Mary Quant, considerata l’inventrice della minigonna (ne ha però rivendicato la paternità anche lo stilista Andrés Courrèges). Siamo nella Swinging London e più precisamente a Kings Road, dove la ventunenne Mary ha aperto una boutique (Bazaar): qui la giovane, figlia di professori universitari che l’avrebbero volentieri avviata alla carriera di insegnante, concepisce il nuovo indumento, la miniskirt.  L’invenzione nasce nel segno della rottura con la tradizione: Mary era convinta che «somigliare a un adulto era una cosa brutta, allarmante e terrorizzante, soffocante, vincolante e orribile» (Bergstein 2012/2013: 85). La novità piace, specie alle ragazze e alle indossatrici che, proprio in quegli anni, avevano sposato un nuovo modello estetico: la donna androgina, dai fianchi stretti e dalle gambe lunghissime.


Scusi, Lei è favorevole o contrario?

L’opinione pubblica italiana, pur non potendo prevedere la longevità del nuovo capo d’abbigliamento, ne coglie subito l’impatto provocatorio: sorgono veri e propri movimenti d’opinione, dai pareri profondamente divergenti. C’è chi ritiene la minigonna immorale e la addita come simbolo di decadenza e corruzione, da bandire dai luoghi pubblici e soprattutto dalle scuole: può accadere così che una studentessa prenda un «[s]ette in condotta per la minigonna» (“L’Unità”, 19 aprile 1967). Ambivalente la reazione delle femministe: da simbolo di libertà ed emancipazione, la minigonna è sospettata di contribuire alla visione della donna come oggetto sessuale. Altri si limitano a considerazioni puramente estetiche: la stilista Coco Chanel, che pure aveva in qualche modo contribuito ad alzare l’orlo della gonna, dirà che il ginocchio «est la partie la plus laide du corps féminin» (Riquier 1999: 382). C’è perfino chi osteggia la minigonna per motivi di sicurezza stradale o sanitaria.
Allarmato dal parere di un medico argentino, un lettore chiede alla rubrica di medicina della “Stampa” se la «minigonna può essere causa di reumatismi?» (12 luglio 1966): il professor Robecchi, direttore del centro di Reumatologia dell’Ospedale San Giovanni (Torino), tranquillizza il suo interlocutore, negando l’esistenza di evidenze mediche a riguardo. Disastroso anche il rapporto tra volante e minigonna: lo rivela un istruttore di guida inglese, che riassume così la sua decennale esperienza: «Ai semafori, quando un automobilista si affiancava, e i suoi sguardi cadevano sulle gambe della bella guidatrice, essa subito si innervosiva. Se lei rimaneva imperturbabile, era la volta dell’automobilista a distrarsi» (E. C., La minigonna provoca incidenti, “La Stampa”, 25 agosto 1966).
A favore della minigonna le ragazze e le donne, che la acquistano e la indossano, apprezzandone la comodità ma anche il senso di libertà che procura la possibilità di scoprire parti del proprio corpo, forse di per sé neanche così conturbanti. Non è, quindi, solo una questione di moda o di gusti: per un certo periodo la minigonna è «un segno femminile forte, che condensa nel suo percorso storico valori di libertà in opposizione alle censure dei benpensanti» (Calanca 2002: 126). Un segno femminile spesso oggetto (vero o presunto) di atti di intolleranza o di violenza. La minigonna diventa protagonista di numerosi fatti di cronaca nera: molte le giovani vittime del loro abbigliamento, come lasciano intendere i titoli dei giornali: «Erano tutte in minigonna. Accoltella alle cosce 16 ragazze» (“L’Unità”, 21 febbraio 1968); «Ragazza in minigonna assalita e picchiata a Parigi» (“La Stampa”, 5 aprile 1967). Se nel dibattito pubblico si insinua con insistenza l’idea di un nesso di causalità fra il modo di vestire delle donne e la violenza maschile, non manca chi s'interroga sulla liceità di un tale approccio: la minigonna ha potuto davvero spingere un sedicenne a uccidere una sua coetanea, o non è piuttosto un comodo capro espiatorio «per eludere il discorso di fondo», il «vuoto organizzato» che circonda tanti giovani? (Laura Melograni, Un delitto per una minigonna?, “L’Unità”, 28 settembre 1969).
A mezzo secolo dalla sua nascita la minigonna non cessa di far discutere. Periodicamente a qualcuno viene in mente di vietarla per salvaguardare il pubblico decoro (il sindaco di Castellammare di Stabia, qualche anno fa, ha introdotto «il divieto tassativo […] di minigonne, abiti scollati e jeans a vita bassa», Mauro Munafò, Giù le mani dalle minigonne, “l’Espresso”, 25 ottobre 2010), ma ci sono anche maschi che la indossano in segno di solidarietà: qualche mese fa, dopo l’ennesimo caso di stupro e femminicidio, «un gruppo di uomini ha deciso, per protesta, di sfilare per le strade di Istanbul con la minigonna» (Ilaria Betti, Turchia, uomini in minigonna per protesta contro lo stupro e l'uccisione della ventenne Ozgecan Aslan, “L’Huffington Post”, 23 febbraio 2015).


Auto e filosofi “in minigonna”


Minigonna è un calco dell’ingl. miniskirt (cfr. Sergio 2011: 222), ottenuto mediante l’aggiunta a gonna del prefisso mini- (piuttosto usuale il raccorciamento: la mini). Sconosciuto all’italiano delle epoche precedenti, mini- si diffonde nella seconda metà del Novecento (Zolli 1989: 120; Sergio 2011: 222) grazie anche a minigolf (1963) e alla Mini-Minor (1965), e con minigonna spinge  alla formazione di altre parole analoghe del lessico della moda: miniabito, minipantaloncini (poi scalzati da shorts o hot pants), minicostume, ecc. (affiancati da microgonna, microbikini, microabito e, nella direzione contraria, da maxiabito, maximaglia, maxipullover).  
Se con sminigonnata (la donna che la indossa) stazioniamo ancora nei paraggi della moda, in campo automobilistico, a partire dagli anni Settanta, la minigonna è passata a indicare una «struttura metallica a bandelle mobili che, applicata alle fiancate delle auto da corsa, ne aumenta l’aderenza in curva e la velocità» (GRADIT s. v.). Attualmente questo dispositivo è bandito dalle maggiori competizioni sportive; al suo posto è stata introdotta la minigonna termica, un sistema di recupero dei gas di scarico in grado di riprodurre l’effetto della vecchia minigonna.
Fra gli usi traslati, oggi pressoché usciti dall’uso, vi è anche la locuzione filosofi in minigonna, coniata nel 1968 dal filosofo Giulio Preti (1911-1972). L’espressione compare nel titolo di un breve articolo in cui Preti polemizzava contro la figura del «pensatore soggettivo», afflitto da narcisismo, poco incline a misurarsi con la realtà storica e naturale e dedito a riversare nel dibattito intellettuale le proprie pulsioni e passioni senza farle filtrare dalla ragione:

Le ragazzine in minigonna che d’estate invadono le nostre città turistiche sono provocanti e a volte oscene. Ma almeno, molte di loro sono giovani e carine. Molto più osceni mi sembrano i filosofi vecchi e giovani che anziché ben tornite gambette mettono in mostra le loro brutte e torbide anime (“La Fiera letteraria”, XLIII, num. 42, 17 ottobre 1968, p. 23)

Elisa De Roberto

Bibliografia

Arcangeli Massimo, 2011 (a cura di), Itabolario. L'Italia unita in 150 parole, Roma, Carocci.
Bergstein Rachelle, 2013, Le donne dalla caviglia in giù. Storia delle scarpe e delle donne che le hanno indossate, Milano, Arnoldo Mondadori (orig. ingl.: 2012).
Calanca Daniela, 2002, Storia sociale della moda, Milano, Bruno Mondadori.  
GRADIT = Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro con la collaborazione di G. C. Lepschy e Edoardo Sanguineti, Torino, Utet, 1999-2000, 6 voll.
Marchetti Gigli Ada, 1995, Dalla crinolina alla minigonna. La donna, l’abito e la società dal XVIII al XX secolo, Bologna, Clueb.
Riquier Jacques, 1999, La Vie quotidienne des Français au XXe siècle: un siècle d'émotions et de passions, Paris, Booster-LPM.
Sergio Giuseppe, 2011, Minigonna, in Arcangeli 2011, pp. 222-224.
Zolli Paolo, 1989, Come nascono le parole italiane, Milano, Rizzoli.