1973 · bottiglia di plastica

Bottiglia in materiali polimerici, sostituivi del vetro.

L'ingegnere e inventore americano Nathaniel Convers Wyeth (1911-1990) brevetta la bottiglia in polietilene tereftalato (PET).

Se la gazzosa esplode nel frigo…

L’invenzione della bottiglia di plastica in polietilene tereftalato (PET) si deve all’ingegnere americano Nathaniel Convers Wyeth (1911-1990). La trovata potrebbe non sembrare degna di nota, perché il PET – resina termoplastica della famiglia dei poliesteri – era stato inventato nel 1941 da John Rex Whinfield e James Tennant Dickson; Wyeth, che nel 1973 lo brevetta, ne intuisce però per primo il potenziale per l’industria alimentare. Ancora negli anni Sessanta le aziende produttrici di bibite gassate erano costrette a confezionare le loro bevande in bottiglie di vetro, e non nelle più economiche e leggere bottiglie in polipropilene (un polimero termoplastico dai molteplici impieghi). Wyeth si chiede i motivi dell’antieconomica scelta delle aziende e li scopre a spese del suo frigorifero: riempie di ginger ale una bottiglia di detersivo vuota e la ripone in frigo. Durante la notte la bottiglia si gonfia a dismisura, tanto da scoppiare: le frizzanti bollicine della bevanda, effetto dell’addizione di anidride carbonica, producevano una pressione che il polipropilene non poteva contenere. Wyeth risolve definitivamente il problema impiegando, al posto del polipropilene, il PET, le cui fibre venivano allungate –  rendendo dunque il materiale più resistente – grazie all’uso di uno speciale stampo (Freinkel 2011: 171-173). L’invenzione della bottiglia in PET rivoluziona il settore degli imballaggi, condizionando anche i consumi. Alleggerire i contenitori permette di creare confezioni più grandi, capaci di accogliere una maggiore quantità di prodotto: un implicito incoraggiamento al consumo casalingo di bevande (gassate e non). In breve tempo le bottiglie in PET soppiantano quelle in PVC, usate già agli inizi degli anni Settanta per l’acqua minerale non frizzante: il PET è più resistente e sicuro.  
In questi anni anche i quotidiani iniziano a interessarsi al confezionamento di acqua, latte o bevande.  I produttori annunciano l’adozione della nuova bottiglia, ma al tempo stesso parte dell’opinione pubblica si chiede se i contenitori in plastica non rilascino sostanze dannose, specialmente dopo la notizia di sequestri cautelativi di acque minerali, gravi perché «non è sotto accusa il contenuto della bottiglia, ma la bottiglia stessa» (Livio Burato, Sono all’esame della Sanità le acque minerali sequestrate, “La Stampa”, 15 agosto 1975).


Tutto si trasforma, nulla (specie se di plastica) si distrugge

La nascita della bottiglia di plastica, un composto di due termini che l’italiano conosceva già prima dell’invenzione del PET (bottiglia è attestato dal XVI secolo; plastica, nel significato in gioco, si diffonde a partire dal 1950), ha decretato l’obsolescenza della pratica (e dell’espressione) del vuoto a rendere (normalmente le bottiglie di vetro vuote dovevano essere restituite al venditore per consentirne il riuso da parte delle aziende). Si afferma invece il vuoto a perdere, espressione usata anche in senso figurato per indicare una cosa senza valore, che nessuno intende riprendersi.
Peccato che quel che non si rende debba disperdersi da qualche parte: le bottiglie in PET vanno difatti ad aumentare il cumulo di rifiuti che la società dei consumi quotidianamente produce. Un pericolo ambientale da non sottovalutare perché il polietilene, come tutte le plastiche ottenute dal petrolio, non è biodegradabile; anzi,  ha scritto Primo Levi, è “incorruttibile”:

Ora, a quel tempo non esisteva il polietilene, che mi avrebbe fatto comodo perché è flessibile, leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono (Levi 1975: 144).

Se le plastiche ricavate dalla lavorazione del petrolio non si distruggono è necessario allora limitarne la produzione, (ri)usando magari quelle esistenti. Il recupero degli scarti rappresenta una prima soluzione, e il lessico dell’ecologia diventa così sempre più presente nella vita quotidiana: riciclaggio, raccolta differenziata, biodegradabile, compostabile… Parole cui corrispondono nuove abitudini, nuove priorità, nuove mete.  
Dagli anni Novanta aziende e centri di ricerca, come laboratori di moderni alchimisti, mettono a punto metodi sempre più efficaci per trasformare la plastica, se non in oro, almeno in qualcosa di riutilizzabile. Gli sviluppi applicativi di queste sperimentazioni sono accolti con entusiasmo dall’opinione pubblica. Così il “Corriere della Sera” annuncia, per es., un’iniziativa della Ford:

Dalla gazzosa ai fari: ovvero, come trasformare una bottiglia di plastica in componenti per auto. Non si tratta dell’ultima frontiera del riciclaggio, ma di un nuovo processo già operativo in alcuni stabilimenti Ford degli Stati Uniti (s.f., Ford ricicla bottiglie, 12 giugno 1993).

La plastica, del resto, «più che una sostanza [...] è l’idea stessa della sua infinita trasformazione» (Barthes 1957/1974: 169). Non deve perciò stupire che una bottiglia di quel materiale, di trasformazione in trasformazione, approdi dalla discarica alle teche di un museo, alle vetrine di lussuosi negozi e persino al red carpet. Nel 2012, in occasione della cerimonia dei Golden Globe, molte attrici hanno preferito alla seta e allo chiffon il Newlife®, un polimero di poliestere o, meglio, la «nuova vita delle bottiglie di plastica» (Salemi 2012: 450):

Fornito di tutte le certificazioni ecologiche (la chimica resta fuori dalla lavorazione, e persino il processo di tintura abbinato alla filatura permette di risparmiare acqua ed energia), Newlife è diventato il tessuto ideale per gli stilisti dell’operazione Green Carpet Challenge (ibid.).

Tra i suoi estimatori anche Armani e Valentino.


Come ti reinvento (ecologicamente) la plastica: la bottiglia di melassa

Oggi la vera sfida ecosostenibile è quella di trovare plastiche non inquinanti e completamente biodegradabili. Se, anziché riciclare le bottiglie, fosse possibile creare una plastica meno “incorruttibile”, riassorbibile dall’ambiente, il pericolo ambientale sarebbe eliminato alla radice. Il futuro sembra appartenere proprio alle bioplastiche: in questo settore la ricerca scientifica ha fatto grandi passi avanti.  
Dal 1° gennaio 2009 è stata vietata la distribuzione di buste di plastica ricavate dal petrolio: al posto della plastica si è promosso l’uso del Mater-Bi®, una bioplastica di polimeri di carbonio e idrogeno ottenuti dall’amido di mais. Il Mater-Bi è una scoperta tutta italiana: sviluppato negli anni Novanta dalla ricercatrice Catia Bastioli, è stato brevettato dalla Novamont. Non è un caso: l’azienda chimica discende dalla Montecatini (nel 1966 fusasi con la Edison, per dar vita alla Montedison), che nell’immediato dopoguerra era all’avanguardia nella produzione di materiali plastici. Tra questi il Moplen®, inventato da Giulio Natta (premio Nobel per la chimica nel 1963) e reso popolare da un famoso ciclo di spot trasmesso da Carosello. Nella réclame il comico Gino Bramieri rispondeva alla domanda «E mo’?», reazione di una desolata massaia al frantumarsi di un oggetto di vetro o all’eccessivo peso di un secchio in alluminio, con quel che sarebbe diventato un tormentone: «E mo’ e mo’… Moplen!» (e un coretto fuori campo canticchiava: «È leggero, resistente. È leggero, resistente e inconfondibile. E mo’ e mo’ e mo’, e mo’ e mo’ e mo’ e mo’: Moplen!»).
In qualche misura italiana è anche la valorizzazione di un’altra plastica “verde”: il Minerv®, brevettato nel 2007 dai fondatori della BiOn di Minerbio (BO). Il polimero alla base del Minerv, il PHA (poliidrossialcanoato), è di origine batterica. La molecola fu descritta nel lontano 1926 dal biologo francese Maurice Lemoigne, ma non trovò particolari impieghi nell’industria: a quei tempi produrre plastica dal petrolio era (finanziariamente parlando) più economico. Da qualche anno a questa parte l’ “oro nero” non sembra più una risorsa così inesauribile, sono cambiati gli assetti geopolitici e i costi ambientali non possono essere più sottovalutati: la ricerca sui PHA ha dunque ripreso vigore e ha reso possibile la scoperta, da parte di un’équipe di ricercatori australiani, di un modo semplice ed economico per produrre queste molecole. Il segreto è il melasso, uno scarto della lavorazione dello zucchero. Il procedimento è abbastanza semplice, come hanno spiegato Marco Astorri e Guy Cicognani, fondatori della BiOn e proprietari del brevetto del Minerv, in un’intervista al quotidiano “la Repubblica”:

Si tratta di affamare e poi far ingrassare dei batteri. In poche ore quel grasso diventa la polvere con cui facciamo la plastica (Riccardo Luna, L’ inventore della plastica pulita, 20 giugno 2012).

Il Minerv sarebbe biodegradabile al 100%: si dissolverebbe nella terra e nell’acqua senza lasciare traccia. Nel 2011, inoltre, è stato possibile produrre un PHA più resistente (simile al policarbonato), adatto non solo per buste e stoviglie ma anche per molti altri oggetti che popolano la nostra quotidianità.

Elisa De Roberto

Bibliografia

AA. VV, 2012, Il libro dell’anno 2012, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana.
Barthes Roland, 1974, Miti d’oggi, Torino, Einaudi (orig. fr.: 1957).
Freinkel Susan, 2011, Plastic: a Toxic Love Story, Boston-New York, Houghton Mifflin Harcourt.
Levi Primo, 1975, Il sistema periodico, Torino, Einaudi.
Salemi Roselina, 2012, Moda. Vestiti di bottiglie, in AA. VV, pp. 450-451.