1977 · Frisbee

Marchio registrato di un disco di plastica che, per gioco, si lancia in aria o che qualcuno lancia ad altri perché questo lo prenda e glielo lanci a sua volta.

Nasce l'Associazione Italiana Frisbee (AIF). Se ne comincia a parlare anche grazie a un servizio trasmesso dal programma televisivo Odeon, in onda su Rete 2.

Crostate, popcorn e UFO

Chissà se mr. William R. Frisbie, quando, nel 1871, rilevò la “Olds Baking Co.”, piccola industria dolciaria di Bridgeport, Connecticut, ribattezzandola “Frisbie Pie Co.”, immaginava che il suo cognome sarebbe un giorno divenuto famoso nel mondo – con una minima variazione grafica – per qualcosa di così diverso dai prodotti da forno. Nel 1956 la “Frisbie’s” era arrivata a sfornare ben 80.000 crostate al giorno. Avrebbe chiuso i battenti appena due anni dopo: ma intanto gli studenti dell’Università di Yale, che da Bridgeport dista poche miglia, e che dalla “Frisbie’s” era rifornita, si erano inventati un passatempo di gran successo, capace d’immortalarne il marchio trasformandolo in nome comune.
La storia di questo svago studentesco corre parallela a quella di un giocattolo, nato nel 1946 in California. Qui il pilota reduce di guerra Fred Morrison, traendo ispirazione dal coperchio di una scatola di popcorn, era riuscito a disegnare un disco metallico dal profilo alare perfetto, che, lanciato in aria senza troppa forza, prendeva il volo in virtù del principio di Bernoulli. Due anni dopo, messosi in società con un altro pilota veterano, Morrison aveva cominciato a riprodurlo su larga scala, usando le scorte di plastica avanzata dall’esercito. Lo avevano chiamato Flyin’-Saucer, che alla lettera significa “piattino volante”, ma che dal 1947 è soprattutto il termine più in voga per designare gli UFO, i misteriosi oggetti non identificati che proprio da quell’anno, nei cieli d’America, avevano preso a comparire in forma discoidale (su questa coincidenza cfr. Pincio 2006: 70-81).
Nel 1955 Morrison si mise in proprio, lanciando sul mercato un nuovo disco volante, il Pluto Platter, ancora sfruttando l’ufo-mania. Nel ’57 ne cedette però i diritti alla Wham-O, la fabbrica di giocattoli che aveva appena inventato e messo in commercio un altro oggetto circolare, ugualmente destinato a lunghissimo, planetario successo: l’Hula-Hoop. Dalla West Coast il disco di plastica fu a questo punto rilanciato nei campus delle “Antiche Otto” università del Nord-Est, dove già da tempo gli studenti si divertivano a lanciarsi con tecnica simile i vassoietti di latta delle torte. Il passatempo, diffusosi da Yale, dove le teglie adoperate erano quelle della “Frisbie’s”, aveva preso da quelle parti il nome di frisbie-ing. A Richard Knerr della Wham-O il nome locale piacque tanto da fargli rinunciare a quello, appena acquisito, di Pluto Platter. Knerr non sapeva nulla delle crostatine di Bridgeport, e tanto meno ne aveva mai visto il nome per iscritto: nel registrare il nuovo marchio fece quindi un piccolo errore di spelling. Era nato il Frisbee.


Un’alternativa al calcio

Nel 1975 il giovane giornalista Carlo Sartori scriveva da Stanford, dove studiava, un quadro idilliaco della vita nei campus americani. Il Frisbee, assieme alla bicicletta, ne era elevato a emblema:

È la civiltà della bicicletta e del frisbee, il piccolo disco di plastica che, lanciato con la mano, vola dall’uno all’altro compiendo volute nel cielo, ormai compagno inseparabile di milioni di giovani. È una civiltà silenziosa e pacata, che contrappone il ronzio sommesso ai rumori assordanti, la lentezza alla velocità, la delicatezza alla violenza (Carlo Sartori, Ribelli in bicicletta, “La Stampa”, 29 settembre 1975).

A quest’altezza cronologica il “disco di plastica” era già arrivato anche in Italia, portato, nel 1972, dal salernitano Valentino De Chiara (di ritorno da un suo viaggio in California). Nella versione italiana (1974) di un saggio di Stefan Brecht (Nightwalk, 1973) sul teatro sperimentale americano, nel quale, fra gli oggetti di scena, viene menzionato un Frisbee, i traduttori Caterina e Masolino D’Amico dovevano ancora chiosare tra parentesi: «piatto concavo di plastica che dei giocatori si lanciano a mo’ di boomerang» (Brecht 1974: 127).
De Chiara, da Milano, inizia con entusiasmo a promuovere la nuova disciplina, che è divenuta intanto un vero e proprio sport agonistico di nome ultimate, un gioco di squadra, per certi versi simile al basket e al football, dalla caratteristica singolare di non prevedere la presenza di un arbitro. Diverse le variazioni sul tema, tutte proposte al parco del Sempione da De Chiara (come il “lancio di precisione”, in America disc golf, e il freestyle); è sempre lui che, nel 1977, fonda l’Associazione Italiana Frisbee, mentre un cinegiornale annuncia: «Pare che sia giunta un’alternativa al calcio: si chiama frisbee o vola vola» (“Caleidoscopio CIAC”, 22 luglio 1977). Arriva così il successo. Un anno dopo, in un'intervista, un insegnante torinese di educazione fisica dichiara:

Ho dovuto dedicare diverse ore al “frisbee”, il gioco dell’anno, ma l’ho fatto volentieri. Alcuni che prima si tenevano in disparte sono “venuti fuori” con questo gioco (“La Stampa sera”, 26 settembre 1978).

C’è chi, per nobilitare la nuova disciplina, l’avvicina a quella olimpica del lancio del disco, con cui ci sono però più differenze che somiglianze; su queste avrebbe tempo dopo giocato Stefano Benni, reinterpretando il mito ovidiano di Giacinto:

Apollo e Giacinto […] erano molto amici. Passavano tutto il loro tempo nei boschi a fare esercizio fisico e a giocare a frisbee. A quei tempi il frisbee era un disco olimpico di bronzo e pesava dieci chili. Siccome Apollo era un dio, quindi molto forte, una volta tirò il frisbee e Giacinto non riuscì a fermarlo e il disco gli spaccò la testa (Benni 2005: 119).

Molti mostrano comunque scetticismo, e preferiscono parlare, più che di sport, di un semplice “gioco”. Anzi di un “giochino”. Così Alberto Arbasino, che nota: «Non erano certamente necessarie le multinazionali o la NASA o la CIA, per tirare in aria un piatto di plastica col bordo curvo» (Arbasino 1978: 128). Ancora nel ’78, in uno degli immancabili articoli sulle vendite di Natale, constatato il boom di preferenze per il disco venuto dall’America, la giornalista Adele Gallotti (già concorrente di Lascia e Raddoppia) preconizza: «Certo questa è diventata una moda che un giorno scomparirà come quella dell’Hula-Hopp [sic]»; alle riserve la Gallotti aggiunge una nota linguistica di sapore vagamente purista: «Peccato abbia un nome straniero che deriva dal nome di un pasticcere» (Adele Gallotti, “La Stampa”, 28 ottobre 1978).
Del neologismo “vola vola” menzionato dal cinegiornale non pare in effetti sia rimasta traccia. Avevano del resto già ceduto al prestito i fratelli Bruno e Franco Cavallone, storici traduttori dei Peanuts di Schultz (che pure si lanciavano in soluzioni originali: vedi surf che diventa acquaplano, o marshmallows tradotto in toffolette). In una vignetta del 1971 – e dunque prima che De Chiara tornasse dalla California con l’innovativo souvenir – Snoopy informa che il suo alter ego Joe Falchetto «passa sempre le prime due settimane al college a lanciare il suo frisbee» (“Linus”, n. 80, agosto 1971, p. 13).


Frisbee da leggere


Negli anni, anziché passare di moda, il Frisbee italiano si è ancor più radicato. Per l’ultimate esiste oggi un campionato di 30 squadre, e accanto al freestyle e al disc golf si sono sviluppate sette ulteriori discipline parallele (senza contare il disc dog). Non solo: il Frisbee è diventato da noi anche un genere letterario; sono i Frisbee da leggere, ovvero le «poesie da lanciare», di Giulia Niccolai: brevi testi epigrammatici, mossi da spunti quotidiani, scritti per lo più nei primi anni Ottanta.
La Niccolai, figlia di madre americana, ha scelto il nome del gioco, «praticabile ovunque e pieno di grazia a vedersi» (Niccolai 1984: 5), pensando al gesto del lancio, «per trasmettere il concetto dell’interazione indispensabile tra chi legge e chi ascolta» (Ead. 1994: 151). Dei molteplici giochi di parole che vi si trovano, e che all’italiano mescolano talvolta l’inglese, qualcuno coinvolge la stessa parola Frisbee (Ead. 1984: 13):

Scrivo diversi Frisbees mentre viaggio sui treni.
L’orto che coltiviamo
è su un terreno delle F.F. S.S.
Caro Ministro dei Trasporti,
non è che me li pubblichereste voi
questi poveri F.F.risbeeS.S.?
                            

Could a Freeze
be
frozen word in space?
Which want to fly?
Or a bee looking for honey?
O un’amletica be?
     

Giovanni Battista Boccardo

Bibliografia

Arbasino Alberto, 1978, In questo stato, Milano, Garzanti.
Benni Stefano, 2005, Margherita Dolcevita, Milano, Feltrinelli.
Brecht Stefan, 1974, Nuovo teatro americano. 1968-1973, Roma, Bulzoni.
Malafronte Victor A., 1998, The Complete Book of Frisbee. The History of the Sport & the First Official Price Guide, Alameda (CA), American Trends Pub. Co.
Niccolai Giulia, 1984, Frisbees in facoltà, Bergamo, El Bagatt.
Niccolai Giulia, 1994, Frisbees (poesie da lanciare), Udine, Campanotto.
Pincio Tommaso, 2006, Gli alieni. Dove si racconta come e perché sono giunti tra noi, Roma, Fazi.
Zucconi Vittorio, 2010, Addio all’inventore del Frisbee. Ha fatto giocare tutto il mondo, “la Repubblica”, 13 febbraio.