1978 · skateboard

Tavoletta di legno o di materia plastica, di forma oblunga, con le punte arrotondate e la parte centrale leggermente più larga, munita di quattro ruote e guidata dalla pressione di un piede o di entrambi.

Se ne comincia a parlare diffusamente su quotidiani e periodici.

Pattinando tra le parole

Schettinare, ‘andare sui pattini a rotelle’, risale alla seconda metà dell’Ottocento (dello stesso secolo è schettino): è un adattamento dell'ingl. to skate, ben più antico: rimonta alla seconda metà del XVII secolo; durante l'Ottocento, a dire il vero, si preferiva la forma scatinare (e scatino), che riprendeva la grafia del verbo inglese. La parola pattìno, da cui pattinare, è di molto anteriore (prima metà del Seicento) e ha una storia più articolata. L’italiano conosce fin dal tardo Medioevo pattìno (‘ciabatta’), un prestito dal francese patin, ‘zampetta’ (diminutivo di patte ‘zampa’). Nella seconda metà del Seicento, a quanto pare autonomamente, è apparso pat, sempre da patte/patin: il vocabolo designava un tipo di zoccolo alla moda,  divenuto in italiano pattìno per probabile influsso del vocabolo omonimo per dire ‘ciabatta’. Tanto il francese patin, quanto il prestito italiano pattìno, si sono infine specializzati nel significato di ‘pattino a rotelle’; da notare, nel nome italiano, la ritrazione dell’accento, avvenuta non prima del Novecento (da pattìno a pàttino), mentre pattìno è passato a indicare un tipo di imbarcazione che “pattina” sull’acqua. Il motivo per cui l’italiano ha assorbito schettino/schettinare, pur possedendo già pattino/pattinare, è che la moda del pattinaggio a rotelle era giunta dall’Inghilterra, e aveva portato con sé il nuovo nome. È avvenuto lo stesso con skateboard.
Il termine skateboard indica tanto lo sport (più propriamente skateboarding) tanto l'attrezzo con cui si pratica ed è spesso accorciato in skate o addirittura sk8, parola “per l'orecchio” che sfrutta la pronuncia inglese di eight ‘otto’ ([eɪt]). Lo skateboard arriva stavolta dall’America, negli anni Settanta del Novecento; in questo caso, insieme al nome della disciplina, è penetrato in italiano un ampio vocabolario specialistico: truck, grip, tail, trick, ollie, nollie, flip, etc.


Tu vuo’ fa’ l’americano


Nell’autunno del 1977 Odeon. Tutto quanto fa spettacolo, rotocalco della Rete 2 (l’odierna Rai 2) dei giornalisti Brando Giordani ed Emilio Ravel, trasmette un servizio sulla nuova moda dello skateboard, accendendo l’interesse di molti giovani. Lo scrittore Stefano Benni, tra i detrattori del programma, qualche mese dopo – era già il 1978 – scrive:

C’è il volo a vela con l’aquilone e gli sci dalla montagna, oppure con i pedali dalla collina, o trainati dal motoscafo sul mare. Il paracadutista che si lancia in caduta libera, i parà che si lanciano insieme tenendosi per le bretelle, l’uomo che si tuffa in mare da duecento metri. [...]
Poi si arriva a terra. Ma il suolo televisivo nasconde altre insidie. Ci sono i virtuosi dello skate-board che fanno lo slalom tra quelli di ski-roll, che si mescolano ai pattinatori a vela, ai surfisti, agli sciatori volanti di bot-dog e a uno schettinatore giapponese che fa il giro del mondo (Benni 1978: 27).

Con buona pace dei critici delle mode d’oltreoceano, in pochi mesi la novità è accolta come sport ufficiale: nel corso del 1978 lo skateboarding è riconosciuto dal CONI, entrando a far parte della FIHP (Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio), e se ne disputano anche i primi campionati ufficiali, a Courmayeur. Quando sbarca in Italia ha già alle spalle un'esperienza di una decina d’anni. Era nato negli USA alla fine degli anni Sessanta, trasformando quello che era considerato fin dagli anni Trenta un gioco per bambini in una vera e propria disciplina sportiva. Fino al 1975 era stato praticato come uno sport di agilità e velocità tutt'altro che spericolato, ma poi sono arrivati gli Z-Boys.

Nel 1975 il secondo numero della rivista, recentemente riapparsa, “Skateboarder”, titolava Aspetti dello slide in discesa il primo articolo di quelli che sarebbero diventati i famosi Dogtown articles, sul mondo dello skateboard. Questi articoli raccontavano le avventure e gli exploit degli Z-Boys di Dogtown.

Così comincia la narrazione di un documentario del 2001, uscito in Italia nel 2005, diretto da Stacy Peralta: è Dogtown and Z-Boys, che ricostruisce “dal di dentro” i primi passi dello skateboarding moderno. Gli Z-Boys di Dogtown (quartiere periferico di Los Angeles) erano nati come una squadra di surfisti sponsorizzata dal negozio di articoli da surf Jeff Ho & Zephyr Shop. Tra loro c’era lo stesso regista Peralta, e quelli che sarebbero diventati i primi campioni del movimento: Tony Alva e Jay Adams. Questi atleti avevano cominciato a usare lo skateboard per allenarsi ad andare sul surf ma ben presto l'avevano preferito al surf stesso, adattando alle rotelle le evoluzioni che, fino ad allora, avevano compiuto sulle onde. Furono loro a imprimere sul nascente movimento l’impronta anticonformista, ribelle, vagamente anarchica che ne divenne una delle cifre più caratteristiche.


Uno stile di vita, un ribelle di successo

Nonostante il favore delle organizzazioni sportive ufficiali lo skateboarding, per tutti gli anni Ottanta, rimane legato allo stile di vita promosso dagli Z-Boys e dai loro seguaci, producendo una vera e propria sottocultura urbana con un proprio codice di comportamento, un proprio linguaggio, un proprio abbigliamento (che influenzò fortemente la moda giovanile del periodo). Il grosso del movimento, in Italia come nel mondo, non si interessa ai regolamenti federali, preferendo praticare lo skateboarding in strada, tra i pedoni e le automobili. I primi, inevitabili, incidenti provocano l’emanazione di ordinanze che lo bandiscono dalle città, rafforzando contestualmente l’immagine californiana degli skaters ribelli e ai margini della legge. Solamente a partire dagli anni Novanta molte amministrazioni pubbliche, anche in Italia, decidono di destinare spazi attrezzati (skateparks) alle loro evoluzioni; alla fine degli anni Ottanta l’immagine dello skateboarding si sarebbe così rinnovata, abbandonando le origini turbolente e accogliendo personaggi politically correct come Tony Hawk, sintesi perfetta di sportivo abilissimo e imprenditore avveduto.
Nel 1980 la Dogtown Skateboard comincia a sponsorizzare un dodicenne di San Diego. È proprio Tony Hawk, che sarebbe diventato, nel giro di pochi anni, lo skater più famoso della storia, abile tanto nelle evoluzioni acrobatiche quanto nell’attività imprenditoriale. Negli anni Ottanta, tra le altre cose, fu il perfezionatore del vert, una ramificazione dello skateboarding  consistente nel compiere evoluzioni aeree prendendo la rincorsa e andando su e giù lungo una rampa semicircolare. Di questa specialità Hawk è divenuto un campione quasi imbattibile, riuscendo per primo a compiere, nel 1999, l’acrobazia più difficile mai tentata: un giro in aria su di sé di 900 gradi. La sua attività imprenditoriale è a largo raggio: oltre a essere sponsor di sé stesso e di tanti atleti, nonché organizzatore di eventi e campionati, nel 1992 fonda la Birdhouse Skateboards, che produce e commercializza attrezzatura sportiva e abbigliamento, e nel 1999 una società di produzione video, la 900 Films. Ha anche ispirato una fortunatissima serie di videogiochi: Tony Hawk's Pro Skater, che ha avuto decine di aggiornamenti.

Fabio Ruggiano

Bibliografia

Benni Stefano 1978, Con i piedi staccati da terra, “Panorama”, 14 aprile, p. 27.
Casil Amy Sterling 2009, Tony Hawk: Skateboard Mogul, New York, Rosen Publishing Group.
Mortimer Sean 2008, Stalefish: Skateboard Culture from the Rejects Who Made It,  San Francisco, Chronicle Books LLC.