1979 · k-way

Giacca a vento con cappuccio, molto leggera e impermeabile, ripiegabile e riducibile in forma di borsetta da allacciare alla cintura.

Appaiono le prime significative attestazioni sulla stampa quotidiana e periodica.

Invenzione bagnata, invenzione fortunata

I vocabolari italiani registrano la parola (K-way o Kay-way) a partire dai primi anni Ottanta, ma è almeno da quest’anno che il nome commerciale della notissima giacca a vento impermeabile che si richiude dentro una tasca, e si può legare in vita come un marsupio, fa la sua apparizione sulla stampa. Compare in alcune inserzioni pubblicitarie (come quella di una boutique romana, fra loden, pigiama, giubbetti Wrangler e altri oggetti di vestiario elencati in un «Reparto bambino»: “Scelta TV”, n. 12, 18-24 marzo, p. 4) e un giornalista, in un articolo volto a fornire ai lettori consigli pratici per le escursioni alpine, suggerisce di avere sempre con sé «una giacca a vento o K-Way ed una leggera mantellina impermeabile, abbastanza ampia da coprire anche lo zaino» (Piero Dematteis, Consigli pratici per chi voglia affrontare una marcia alpina, “La Stampa”, 13 luglio). Dalla montagna al mare: l’anno successivo il prodotto sarebbe stato descritto come il «simpatico, ambitissimo […] giubbotto nautico K-way in nailon nei colori forti antinebbia che le giovanissime portano con disinvoltura in città» (Elsa Rossetti, Un regalo fra i capi di vestiario, “La Stampa”, 14 giugno).
Il K-Way era stato creato alcuni anni prima a Parigi, in una piovosa giornata del 1965. Un rivenditore di abiti, Léon-Claude Duhamel, osservando il via vai dei passanti, bagnati nei loro cappotti intrisi di acqua, ha l’idea: creare un impermeabile resistente ma, al tempo stesso, portatile. Detto fatto: nasce il K-Way. Originariamente si chiamava in realtà en-cas (de pluie) [“in caso (di pioggia)]”, scritto en-k, ma nel 1966, per puntare a un mercato internazionale, quel nome era stato tradotto nell’inglese K-Way; e così si sarebbe chiamata anche l’azienda fondata da Duhamel. Leggerissimo, in nylon o pvc, con cappuccio e maniche larghe, il nuovo prodotto ottiene immediatamente un risultato straordinario: 250.000 pezzi venduti solo nel primo anno. L'indumento viene quindi ulteriormente perfezionato e la nuova collezione, presentata nel 1970, è un vero trionfo: il K-Way inizia a essere conosciuto in tutto mondo, e intanto il marchio francese mette in cantiere nuovi prodotti d'abbigliamento, per lo sci come per la nautica.
Per più o meno vent’anni è un successo inarrestabile e senza precedenti: il 55% del fatturato continua a provenire dalle ormai famosissime giacche a vento (il 30% dal comparto sciistico), tanto che la K-Way riesce a diventare il fornitore ufficiale delle Olimpiadi invernali. E tuttavia, proprio all’inizio degli anni Novanta, qualcosa si inceppa. Incapace di reggere alla concorrenza e di adattarsi alle nuove esigenze del mercato, nel 1990 il marchio francese viene acquistato dall’italiana Pirelli. Questa, tuttavia, lo rivende poco dopo a una società per azioni, sempre italiana (la Sopaf), che chiude il bilancio del 1996 con perdite da capogiro. In un continuo passaggio di dirigenze e responsabilità, il marchio viene infine acquistato (2003) dal gruppo torinese BasicNet. E così «oggi, come e più di vent’anni fa, il k-way è tornato oggetto di culto, complice la tendenza della moda a riportare in vita stile e oggetti anni Settanta e Ottanta» (Sarah Martinenghi, Un tempio torinese per il divo K-way, “la Repubblica”, 2 ottobre 2010).


Cappuccetto rosso (ma anche blu, giallo, verde…)

Fedeli ai principi che avevano ispirato Leon-Claude Duhamel, i nuovi K-Way guardano da un lato alle più avanzate tecnologie – sono fabbricati in tessuti sempre più avanzati, come il nylon antistrappo, impermeabile, antivento e traspirante, simile a quello dei palloni aerostatici –, dall’altro ai dettami della moda contemporanea: sdoganati nuovi sgargianti colori (che si aggiungono alle tinte più tradizionali, il blu e il rosso), vengono messi sul mercato modelli sempre più attillati e sofisticati, come i K-Way reversibili in piumino d’oca e quelli in pelliccia che riproducono il manto degli animali (in versione a pelo lungo, corto e rasato). In realtà il mondo della moda si è impadronito del capo d’abbigliamento fin dalla sua prima apparizione; e accanto all’espressione «stile k-Way», utilizzata per riferirsi a indumenti impermeabili, come i pantaloni per motociclisti, ci si è sbizzarriti nel rimetter mano alla giacca antipioggia: dai K-Way da annodare al collo a quelli in poliestere ottenuti riciclando bottiglie di plastica; dagli impermeabili portatili stampati a fiori effetto camouflage, a quelli in crêpe de chine sfumato arcobaleno, al «k-way di Shirò in volpe blu con marsupio foderato d’iguana» (Laura Asnaghi, Scollature e drappeggi, è la sexy-lady, “la Repubblica”, 24 febbraio 2005).
Se negli anni la nostra giacca impermeabile è diventata solo uno dei molti prodotti di un’azienda in grado di disegnare un po’ di tutto, dalle linee di valigie agli interni delle automobili (tutti oggetti rigorosamente firmati K-Way), il nome inventato da Duhamel, che ha perso da tempo il valore di marchionimo per passare a indicare qualunque tipo di impermeabile leggero e maneggevole, ha trovato perciò nuova vita e nuove occasioni d'impiego (per. es. in un paragone in cui viene detto, di una certa cosa, che rischia di infastidire «come un k-way d’estate»: Davide Ilarietti, Abitare «bio»: la casa naturale come un albero, “Corriere della Sera”, 1 ottobre 2014). Allo stesso tempo la giacca antipioggia si è trasformata in un simbolo di libertà e di svago, di vacanza all’aria aperta, al mare o in montagna; diventando l'immagine di un mondo, giovanile e scanzonato, in cui basta mettere una leggera mantellina impermeabile per affrontare gli improvvisi acquazzoni della vita.


Giù il cappuccio

Da mezzo di riparo contro le intemperie il K-Way è diventato ultimamente anche un simbolo di protesta. Nel 2014 i giornali italiani hanno descritto per la prima volta un «assedio dei k-way blu» (Mauro Favale, L’assedio dei k-way blu al ministero del Welfare: guerriglia in via Veneto, “la Repubblica”, 13 aprile); non un’invasione di giacche antipioggia, ma l'incursione di manifestanti che nascondono il proprio volto sotto il cappuccio dell’impermeabile. Dopo i black-bloc (gli anarco-insurrezionalisti vestiti di scuro autori, con indosso i caschi, di tante azioni di guerriglia urbana e atti di vandalismo) anche l’Italia fa la conoscenza dei cosiddetti blu-bloc, l’avanguardia intransigente che aveva già manifestato a Francoforte (2012) e al G20 di Toronto (2010). Sotto felpe e vestiti neri, da sempre simbolo dei contestatori, sopra K-Way azzurri con il cappuccio alzato per rendersi irriconoscibili ma, al tempo stesso, riconoscibilissimi (impossibili da identificare per le forze dell’ordine, ma visivamente compatti durante i cortei di protesta).
Violenza e distruzione hanno accompagnato le azioni dei manifestanti in impermeabile blu. Meno di trent’anni prima, invece, il K-Way poteva simboleggiare protezione e sicurezza. Era il 1987, e la bambina protagonista di un celebre spot della pasta Barilla salvava un gattino bagnato riparandolo sotto il proprio K-way giallo (Stano 2012: 70). Altri tempi, si dirà. Un’altra Italia, forse. Ma sempre lo stesso intramontabile indumento.


Francesco Lucioli

Bibliografia

Del Marco Vincenza, Isabella Pezzini, 2012 (a cura di), Passioni collettive. Cultura, politica e società, Roma, Nuova Cultura.
Stano Simona, 2012, Siamo noi questo piatto di grano... L’immaginario gastronomico italiano tra seduzione e incontro amoroso, in Del Marco e Pezzini, pp. 70-75.