31 marzo 2022

La curva di Phillips nel 2022: ha ancora senso parlarne?

 

 Economia e innovazione

 

 

In risposta alle pressioni inflazionistiche derivanti dal conflitto ucraino, lo scorso 16 marzo la Federal Reserve (Fed) ha deciso, per la prima volta dal 2018, di rialzare i propri tassi di riferimento, che guidano l’economia americana. Diversamente, pochi giorni prima la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso di mantenere invariati i tassi di riferimento per l’eurozona, che rimangono quindi sui livelli più accomodanti di sempre, nonostante i diffusi timori per un surriscaldamento dell’economia. Come si spiega una tale diversità di approccio? Sicuramente l’attuale quadro macroeconomico non è identico nelle due aree – a gennaio scorso l’inflazione negli Stati Uniti ha toccato il livello massimo degli ultimi 40 anni sfiorando l’8%, mentre quella europea non ha superato il 6% –, ma verosimilmente la risposta risiede nel fatto che la stabilità dei prezzi de facto non è l’unico obiettivo delle banche centrali. Anche il contenimento della disoccupazione – attualmente più elevata nel vecchio continente che nel nuovo – rappresenta una prerogativa non trascurabile.

I due obiettivi, infatti, tendono a confliggere tra loro e ciò spiega perché non esiste una strategia di politica monetaria universalmente adottabile in scenari complessi come quello che sta vivendo l’occidente, caratterizzato dal susseguirsi di due crisi, una pandemica e una (per il momento solo) commerciale. Si consideri ad esempio un intervento delle autorità monetarie finalizzato ad espandere la domanda aggregata. Tale provvedimento farebbe muovere l’economia di un paese verso una maggior produzione, che – attraverso la maggior forza-lavoro impiegata dalle imprese – favorirebbe un calo della disoccupazione. I maggiori investimenti e consumi indotti da questo movimento eserciterebbero però una pressione al rialzo sui prezzi, con un conseguente aumento del tasso di inflazione. Viceversa, nel caso di una contrazione della domanda aggregata, si assisterebbe a una diminuzione dell’inflazione ma ad un aumento della disoccupazione. Questo dilemma è sintetizzato dalla curva di Phillips, una nota relazione economica su cui storici e macroeconomisti sembravano essersi già espressi definitivamente, ma che ciclicamente torna in auge, come proprio in questi giorni.

 

La nascita della curva di Phillips

La curva prende il nome da A. W. Phillips, che per primo la stimò in un paper nel 1958 partendo dai dati riferiti al Regno Unito. Egli, osservò in particolare l’esistenza per il periodo 1913 e il 1948 di una relazione inversa tra il livello dei salari nominali e il tasso di disoccupazione. Dallo studio emerse in particolare come in situazioni di elevata disoccupazione i lavoratori tendevano a richiedere salari più bassi, data la maggior concorrenza sul mercato del lavoro.

Successivamente gli economisti Samuelson e Solow (1960) tentarono di stimare la medesima relazione con i dati riferiti agli Stati Uniti ma non ebbero successo. Essi mostrarono invece come fosse possibile riottenere la forma della curva “originale” (cioè quella descritta da Phillips) sostituendo i salari nominali con l’inflazione. L’idea alla base della relazione risultante è che in una condizione di bassa disoccupazione le persone tendono a spendere di più, spingendo in alto i prezzi. Il loro contributo portò quindi alla nascita di una più moderna versione della curva, in base alla quale il tasso di inflazione effettivo in un dato periodo è pari alla somma tra:

il tasso di inflazione atteso, dato dalla previsione che gli agenti economici formulano all’inizio del periodo di riferimento sul tasso di inflazione che verrà successivamente osservato. Tale termine indica una media delle previsioni individuali, diverse in base agli operatori che le formulano; e il tasso di disoccupazione “ciclica”, dato dallo scostamento del tasso di disoccupazione nel periodo di riferimento dal tasso di disoccupazione strutturale, ossia quello considerato fisiologico all’interno di un’economia, poiché dovuto alla presenza di frizioni e imperfezioni nel mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione ciclica influenza il tasso di inflazione attraverso un parametro che varia da paese a paese poiché riflette le caratteristiche proprie di ciascuna economia.

La curva, già nella sua configurazione originale, risultò in grado di approssimare sufficientemente bene le evidenze empiriche raccolte, diventando quindi anche uno strumento popolare a supporto della politica economica.

 

Il ruolo delle aspettative

Con l’introduzione della curva di Phillips come strumento di policy, si pensò che la politica monetaria avesse trovato il suo “sacro Graal”. I banchieri centrali, influenzati dal pensiero keynesiano dominante, erano convinti di poter utilizzare la curva di Phillips come un “menu” sul quale si sarebbero potute scegliere diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Essi pensavano dunque di poter scegliere un tasso di disoccupazione desiderato, a patto di accettare il corrispondente livello di inflazione.  

Tuttavia, la curva “originale” di Phillips non riusciva a spiegare diversi fenomeni macroeconomici, come i periodi di stagflazione. In particolare, a partire dagli anni ‘70 gli shock petroliferi che si verificarono portarono ad una riduzione dell’offerta di greggio e ad una conseguente impennata del livello dei prezzi. In quella situazione le economie sperimentarono la presenza di un elevata inflazione accompagnata al contempo da un forte rallentamento dell’economia che fece aumentare il tasso di disoccupazione.

Nella versione keynesiana le aspettative dell’inflazione erano considerate esogene e ciò fu contestato dai monetaristi, i quali asserirono la necessità di introdurre all’interno del modello la genesi delle aspettative. Phelps (1967) e Friedman (1968) dimostrarono che tale introduzione faceva convergere i risultati dei modelli all’epoca in uso verso un equilibrio di tipo neoclassico, caratterizzato da una curva verticale, sintomo di una relazione e quindi di un trade-off forte tra aumento dei prezzi e contenimento della disoccupazione.

La curva di Phillips poteva dunque essere ancora usata come strumento di policy efficace, ma solo nel breve periodo. Secondo il pensiero all’epoca dominante, infatti, le banche centrali possono sorprendere i mercati con politiche economiche espansive inattese, facendo così allontanare l’economia dal suo equilibrio naturale, a scapito di un’inflazione in costante aumento. L’economia torna però verso il proprio equilibrio quando gli agenti economici incorporano nelle proprie aspettative il ruolo giocato dalle nuove politiche economiche. In altre parole, nel lungo periodo l’economia tende a convergere verso il proprio tasso di disoccupazione naturale[1] e l’utilizzo protratto di politiche economiche espansive comporta delle riduzioni del tasso di disoccupazione solo momentanee, a fronte però di tassi di inflazione permanentemente più elevati.

La conclusione alla quale giunsero i monetaristi fu quindi la sostanziale neutralità della politica monetaria nel lungo periodo e l’impossibilità di utilizzare la politica fiscale per regolare gli shock congiunturali[2]. Ne derivò una preferenza per l’utilizzo di politiche monetarie non discrezionali, dunque vincolanti, trasparenti – così da favorire una regolare formazione delle aspettative – e in grado di far funzionare i mercati ordinatamente, senza sorprese[3].

A partire dalle aspettative adattive, ovvero quelle aspettative, introdotte da Friedman, che si formano basandosi su quanto avvenuto nel periodo precedente, un successivo filone di ricerca che si sviluppò fu quello dei teorici delle aspettative razionali. Questo movimento, che prese il nome di Nuova Macroeconomia Classica, si sviluppò a partire dagli anni ‘70 soprattutto attraverso i lavori di Robert Lucas[4]. Questa scuola di pensiero riprese il concetto di agente razionale inserendolo in un contesto più complesso di quello proposto da Friedman.

Specificamente, i teorici affermarono che se gli agenti economici sono informati sui meccanismi correnti di funzionamento del sistema economico, non ha senso considerare la dinamica passata del sistema economico quale base per la formazione delle loro aspettative. Ciò implicherebbe infatti la possibilità che gli agenti economici commettano sistematicamente degli errori non razionali nella formazione delle aspettative. Incorporando le aspettative razionali nelle decisioni degli agenti economici, i modelli utilizzati dai teorici mostrarono un percorso di convergenza dell’economia verso l’equilibrio naturale più rapido di quello descritto dai monetaristi, in alcuni casi anche istantaneo. La curva di Phillips risultante da questa innovazione appariva dunque verticale già nel breve periodo, rafforzando la conclusione monetarista circa l’inefficacia della politica monetaria, a meno di asimmetrie informative che permettano ai banchieri centrali di influenzare il sistema economico.

Tale dibattito ha portato all’introduzione nella macroeconomia teorica della curva di Phillips corretta per le aspettative, ovvero la curva proposta da Samuelson e Solow, come descritta sopra.

 

La curva di Phillips oggi

Dopo aver perso per anni rilevanza ai fini della conduzione della politica economica, la curva di Phillips è tornata al centro del dibattito economico dopo la grande recessione del 2008. Secondo diversi economisti, infatti, il fortissimo aumento della disoccupazione a seguito della crisi avrebbe dovuto portare a un ribasso consistente dei prezzi di produzione. Nonostante molti paesi abbiano sfiorato diverse volte la deflazione, l’effetto sui prezzi non è stato così drammatico, evidenza che ha riacceso il dibattito sull’utilizzo della curva nella politica economica.

Krugman (2015), ad esempio, ha messo in discussione la possibilità di utilizzare la curva di Phillips come strumento a supporto della politica monetaria, a causa della difficoltà di stima dei parametri che legano inflazione, disoccupazione e output gap. Nonostante sia nata da un’osservazione empirica, con il tempo la curva è difatti diventata un concetto sempre più teorico, dai risvolti ambigui e molto difficili da stimare.

Nonostante ciò, alcune banche centrali utilizzano ancora la curva nella propria operatività di politica monetaria. La BCE ne utilizza una versione più sofisticata, nota come New Keynesian Phillips curve, che si basa su un’ipotesi di rigidità dei prezzi che si aggiustano solo parzialmente nel breve periodo per effetto delle aspettative.

Con riferimento alle caratteristiche della relazione economica in questione, Blanchard (2015) ha attestato un appiattimento della curva – ossia un indebolimento di tale relazione – per molte economie avanzate dopo la crisi finanziaria, mostrando una scarsa reazione dei movimenti dell’inflazione a seguito di aumenti o diminuzioni del tasso di disoccupazione. L’autore (Blanchard 2016) ha quindi quantificato l’inclinazione della curva in diversi periodi. Mentre negli anni ‘70 un aumento di un punto percentuale del tasso di disoccupazione induceva una riduzione dell’inflazione di 0,7 punti percentuali, negli anni recenti tale effetto si è ridotto di oltre il 70%, arrivando a 0,2 punti percentuali.

Ma quali sono dunque i fattori che spiegano l’appiattimento della curva e quali conclusioni si possono trarre? Il deterioramento del quadro economico successivo al 2008 sembrerebbe un fattore rilevante già in sé, avendo portato a una depressione della domanda aggregata e quindi a un livello dei prezzi straordinariamente rigido e statico, da cui sono risultati livelli di inflazione prossimi allo zero.

Un’ulteriore motivazione, osservata sempre da Blanchard (2017), risiede nel meccanismo di formazione delle aspettative, che le politiche monetarie “reazionarie” dopo la crisi hanno contribuito a modificare rispetto al passato, riducendone la dipendenza dal tasso di inflazione osservato. Ciò è avvenuto a seguito di un periodo prolungato di bassa inflazione e dell’acquisizione di maggior credibilità da parte delle banche centrali, realizzata anche attraverso l’implementazione di nuove politiche di comunicazione, come la forward guidance della BCE[5].

L’appiattimento della curva di Phillips, infine, oltre a richiederne una stima, pone diverse perplessità di natura pragmatica per la politica monetaria. Se l’intensità della relazione è minore di quella considerata, si potrebbe sovrastimare l’effetto inflattivo delle politiche a sostegno del lavoro rinunciando quindi, anche solo in parte, a contrastare la disoccupazione. Per converso, il riconoscimento di una relazione meno forte di quella stimata in passato, se corretto, può permettere alle banche centrali di fare leva su una revisione in senso espansivo della politica monetaria, come recentemente fatto dal presidente della Fed (Powell 2020).

In conclusione, nonostante le difficoltà nelle fasi di identificazione e di stima, in parte connesse con i cambiamenti strutturali osservati nel sistema economico, la curva di Phillips è ancora viva nel dibattito di policy.

 

[1] Milton Friedman fece riferimento al tasso di disoccupazione naturale, detto anche NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment). Tale tasso viene definito come il livello di disoccupazione fissato da un sistema di equilibrio di tipo Walrasiano, nel quale sono ricomprese tutte le imperfezioni di mercato. Questo tasso incorpora dunque le rigidità di mercato che lo allontanano dal tasso ottimale (detto Paretiano) ed è il livello verso il quale i mercati tendono spontaneamente.

[2] A differenza di ciò che pensavano i Keynesiani, per i quali era possibile utilizzare la politica fiscale per il rientro da shock di breve periodo.

[3] Una delle più importanti proposte di politica monetaria avanzate da Friedman fu quella di fissare un tasso di crescita costante degli aggregati monetari. Le politiche discrezionali risulterebbero infatti inefficaci nel lungo periodo e destabilizzanti nel breve perché impediscono la corretta formazione delle aspettative.  

[4] Anche se le aspettative razionali furono originariamente introdotte da John Muth nel 1961.

[5] Con riferimento al caso europeo, l’introduzione di strumenti di politica monetaria come la forward guidance, hanno guidato le aspettative degli agenti economici.

  

Bibliografia

Baglioni A. (2021). “Le nuove frontiere della politica monetaria”. HOEPLI.

De Grauwe P. (2019). “Economia dell’unione monetaria”. Il Mulino.

Di Giorgio G. (2020). “Economia e Politica Monetaria”. CEDAM.

Mankiw N. G. (2015). “Macroeconomia”. Zanichelli.

Saraceno F. (2020). “La riconquista”. LUISS University Press.

Saraceno F. (2019). “La scienza inutile”. LUISS University Press.

Sorrentino R. (2022). “La Fed alza i tassi di un quarto di punto e accelera la stretta”. Il Sole 24 Ore.

Visco I. (2022). “The interaction between monetary and fiscal policies in the pandemic crisis and beyond”. Remarks to “The ECB and Its Watchers XXII” conference, Banca d’Italia.

 

Immagine: Inflation-unemployment, Crediti: JLGutierrez via Getty Images.

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