08 agosto 2020

I finanziamenti alla ricerca ERC e l’enigma dell’università italiana

 

● Economia e innovazione

  

Elaborazione dei dati a cura di Alessandro Ciancetta.

 

In un intervento dai toni volutamente provocatori pubblicato ai primi di gennaio 2020 sul Corriere della Sera, Walter Lapini lamentava l’impatto negativo che i fondi di ricerca europei erogati dall’European Research Council (ERC) hanno sulle dinamiche interne dei dipartimenti universitari italiani. Come è noto, l’ERC, una delle agenzie dell’Unione Europea, è al suo secondo programma settennale (FP7: 2007-2013; Horizon 2020: 2014-2020), e offre tre tipi di finanziamenti principali per la ricerca universitaria, tutti della durata di cinque anni: gli Starting Grants, fino a un massimo di 1.500.000€, per ricercatori che abbiano conseguito il dottorato tra i due e i sette anni precedenti alla propria candidatura; i Consolidator Grants, fino a un massimo di 2.000.000€, per ricercatori tra i sette e i dodici anni dal proprio dottorato; e gli Advanced Grants, fino a un massimo di 2.500.000€, per ricercatori che abbiano raggiunto un punto più avanzato della propria carriera.

 

A seguito dell’intervento di Lapini, si è aperto in Italia un acceso dibattito sulla natura di questi finanziamenti e sulla nozione di ‘eccellenza’, con sostenitori di rilievo su entrambi i fronti.[1] Il presente contributo non intende entrare nel merito del dibattito stesso, ma si limita a raccogliere alcune osservazioni statistiche circa l’impatto di tredici anni di finanziamenti ERC in Europa, per poter poi fare alcune considerazioni comparative sul caso italiano. È infatti lecito chiedersi quanto consenso raccolgano queste critiche fuori dai confini nazionali: alla luce dei dati che saranno analizzati qui di seguito, tuttavia, è difficile ritenere che si tratti di un sentimento diffuso a livello internazionale.

 

Al 2020, i paesi che hanno la possibilità di competere per ottenere questi finanziamenti sono 44, di cui 16 non membri dell’Unione Europea (escludendo il Regno Unito, che fa ancora parte di Horizon 2020), e che dunque contribuiscono separatamente al bilancio ERC. Dalla sua nascita a oggi, e dunque tra il 2007 e il 2019, l’ERC ha finanziato complessivamente 9.854 progetti di ricerca, distribuiti in 31 paesi. Tra questi, i primi otto si sono assicurati l’81,5% del totale: Regno Unito (2.027 – 20,5%), Germania (1.547 – 15,5%), Francia (1.229 – 12,5%), Paesi Bassi (873 – 9%), Svizzera (705 – 7%), Italia (553 – 5,5%), Israele (550 – 5,5%) e Spagna (539 – 5,5%).

 

Figura 1

 GDRdC1

 

Figura 2

GDRdC2

 

Ai fini di quest’analisi saranno tuttavia considerati i dati riguardanti i primi sedici paesi per numero di progetti vinti: complessivamente, infatti, i finanziamenti ottenuti da questi sedici paesi coprono il 98,5% del totale, lasciando ai ventotto esclusi una percentuale trascurabile. Giudicata in quest’ottica, la prestazione del sistema universitario italiano non sembrerebbe essere negativa: pur non svettando, si pone comunque sesta in classifica per numero di finanziamenti ERC ottenuti, pressoché alla pari con Israele e Spagna. Eppure, da un paese che ha dato il contributo maggiore, se non determinante, allo sviluppo dell’istituzione universitaria nel senso moderno del termine, sarebbe forse naturale aspettarsi risultati più convincenti. I paragoni iniziano a farsi impietosi, purtroppo, quando si analizzano i dati non più in termini assoluti, ma in termini relativi. I tre aspetti che destano maggiore preoccupazione sono:

i) il numero di finanziamenti effettivamente ottenuti in Italia in proporzione alle candidature;

ii) la quantità di ricercatori italiani che hanno ottenuto finanziamenti ERC all’estero, e che difficilmente torneranno;

iii) il numero, proporzionalmente scarsissimo, di ricercatori stranieri che scelgono di venire a lavorare in Italia.

 

Al di là infatti del numero complessivo di finanziamenti ottenuti dall’università italiana, questi vengono al costo di un numero altissimo di tentativi falliti (Figure 1 e 2): a fronte di 553 progetti approvati, le candidature sono state 9.744 - il terzo numero più alto di candidature in termini assoluti, e a lungo, in anni passati, l’Italia è stata anche seconda. La proporzione tra candidature e progetti approvati rende l’Italia il fanalino di coda tra tutti i sedici paesi considerati in questa triste classifica (Figure 3 e 4): ultimi, con un’approvazione dei progetti pari al 5,7%, e ad anni luce dal 22,6% della Svizzera, il 18,8% di Israele o il 15,5% dei Paesi Bassi. Forse sarebbe utile studiare attentamente questi modelli.

 

Figura 3

GDRdC3 

 

Figura 4

 GDRdC4

 

Il primo e il secondo punto, peraltro – rispettivamente, la proporzione tra candidature e fondi ottenuti in Italia e il numero di Italiani che ottengono fondi ERC all’estero - si legano inscindibilmente tra loro: lo stesso numero di ricercatori italiani che ottengono finanziamenti ERC all’estero è infatti conferma indiretta del fatto che a scarseggiare, in Italia, non è tanto la qualità media o l’intraprendenza dei singoli ricercatori, quanto, piuttosto, la presenza di una struttura pragmatica, ambiziosa e capillare che sappia assisterli nelle candidature ERC. A questo proposito è importante tenere presente che le percentuali qui riassunte tengono già in considerazione il contributo offerto dall’Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea (APRE), nata nel 1989 su iniziativa del MIUR con lo scopo di facilitare l’accesso ai finanziamenti europei, inclusi gli ERC, alle istituzioni e aziende italiane.

 

Il secondo punto, quello della progressiva e implacabile fuoriuscita di talenti italiani, è, del resto, un dato ambivalente (Figure 5 e 6). L’Italia è il secondo esportatore europeo di ricercatori che poi vincono un ERC (436): al primo posto si piazza la Germania (574), mentre, molto distaccati, si trovano Francia (187), Regno Unito (162), Spagna (151) e Paesi Bassi (138), e a seguire gli altri paesi. Esportare ricercatori di per sé non è un male, anzi: è appunto la dimostrazione inequivocabile della qualità della formazione scolastica e universitaria italiana, come anche della capacità d’intraprendenza individuale dei singoli ricercatori, da non dare per scontata.

 

Non è un male, si diceva, a patto però che il vuoto creato dai ricercatori in uscita sia colmato dal numero di quelli in entrata: in Germania, per esempio, a fronte del pur elevato numero di ricercatori in uscita, si contrappone un numero quasi altrettanto notevole di ricercatori in ingresso (448). In termini generali, infatti, l’arrivo di ricercatori internazionali in un sistema universitario non può che essere un indice della capacità di attrarre la ricerca di qualità, e dunque un sintomo di vitalità del sistema stesso. In questo contesto spiccano, come modelli virtuosi – pur assai diversi – il Regno Unito e la Svizzera. Se, infatti, il Regno Unito detiene il maggior numero in assoluto di ricercatori esteri, è nella proporzionalità che l’università svizzera brilla: laddove il Regno Unito esprime 1.019 ricercatori interni (più 162 all’estero) vincitori di fondi ERC, ai quali si sommano 1.008 stranieri (il 50% esatto), la Svizzera ne forma 201 internamente (più 69 all’estero), ma poi ne attrae ben 504 dall’estero, ossia il 71,5% del totale, un numero assolutamente straordinario. L’Austria, pur con numeri minori, ha percentuali simili: il 63% di titolari ERC nel paese sono stranieri.

 

 

Figura 5

GDRdC5

 

Figura 6

GDRdC6

 

L’Italia, disastrosamente, ha ospitato solo 60 ricercatori stranieri in tredici anni: meno di cinque all’anno. In termini proporzionali, di nuovo, il peggior rapporto nazionali/esteri tra tutti e sedici paesi presi in esame, ad eccezione solo di Israele, che tuttavia ha regole di immigrazione e circolazione assai più severe rispetto a quelle europee. Israele, peraltro, può al contempo vantare una comprovata competitività nell’ottenere finanziamenti ERC in proporzione sia al numero di candidature, sia alle dimensioni molto ridotte della popolazione e del numero delle sue istituzioni universitarie.

 

Nell’osservare questi dati sorge spontaneo chiedersi se un numero così elevato di ricercatori dotati di finanziamenti ERC possa essere causa, anche presso gli equilibri dipartimentali di università straniere, di disagi equiparabili a quelli denunciati in Italia da Lapini. Per rispondere a questa domanda gli autori del presente contributo sono impegnati nella preparazione di un sondaggio internazionale che coinvolgerà docenti e ricercatori non titolari di ERC, e che verrà pubblicato probabilmente a inizio 2021. Impressioni preliminari, tuttavia, lasciano intendere che i titolari di fondi ERC siano quasi universalmente accolti come una risorsa, e dunque molto positivamente. E pure ammettendo che alcuni casi individuali possano anche rivelarsi problematici, non è pensabile demonizzare i finanziamenti ERC tout court. Poiché dunque questa critica all’ERC sembra emergere pressoché esclusivamente in Italia, si rafforza l’idea che il problema non risieda tanto nella natura e nel funzionamento dell’ERC, né tantomeno nel principio di eccellenza scientifica, quanto piuttosto nella fragilità strutturale del sistema di programmazione triennale dei dipartimenti universitari italiani, che può effettivamente essere messo a soqquadro dall’arrivo improvviso di un vincitore o vincitrice ERC, e che a sua volta dipende da una cronica mancanza di risorse: ma questo, di nuovo, è un problema squisitamente italiano, non europeo. Come argomenta Andrea Fioravanti su Linkiesta, la politica comunitaria in tema di ricerca scientifica è chiara: offrire strumenti complementari e di stimolo alle risorse nazionali. Trovare le risorse ordinarie è, ed è sempre stato, compito esclusivo dei singoli paesi.

 

Oltre alla carenza strutturale di investimenti interni, dunque, sono i dati stessi ad evidenziare le tre principali debolezze che emergono dal confronto europeo: la difficoltà a presentare candidature competitive, la fuoriuscita sproporzionata di ricercatori di talento all’estero, e la gravissima incapacità di attrarre ricercatori stranieri in Italia. Se per giungere a tali conclusioni non è neanche necessario entrare direttamente nel merito del dibattito, ma è sufficiente osservare alcune semplici analisi statistiche, viene naturale porsi alcune domande sulle cause profonde dell’incapacità italiana di sfruttare le opportunità offerte dall’ERC. Lasciando dunque da parte le critiche pretestuose all’ERC e al principio di eccellenza, diventa essenziale capire come sia possibile che l’arrivo di un finanziamento ERC, che dovrebbe rappresentare una risorsa, finisca invece per mettere le programmazioni dipartimentali in difficoltà: bisogna dunque trovare rapidamente delle contromisure. Se infatti le nostre prestazioni sono tra le peggiori in Europa, e per di più siamo gli unici a lamentarci delle possibilità offerte dai finanziamenti europei, forse per capirne le cause dovremmo guardarci meglio allo specchio.

 

 

[1] Contrari alle posizioni propugnate da Walter Lapini, per esempio, si sono espressi Gianluca Briguglia su Il Post, Angelo Fioravanti su Linkiesta, e Francesco Billari e Gianmario Verona sullo stesso Corriere; favorevole si è espresso Andrea Bellelli sul Fatto Quotidiano.

 

Immagine: https://pixabay.com/it/photos/laboratorio-analisi-chimica-ricerca-2815641/

 


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