21 aprile 2022

Diseguaglianze conflitto sviluppo - Intervista a Fabrizio Barca

● Economia e innovazione

 

 

Dialogo di ampio respiro con Fabrizio Barca sull’attualità economica e sociale, oltre il pensiero neoliberale: il ruolo delle imprese e della politica, la questione demografica e la crisi ucraina.  

 

Il 16 marzo 2022, presso la Scuola Superiore Sant’Anna, Fabrizio Barca, ex Ministro per la coesione territoriale del governo Monti e coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità, ha presentato il suo ultimo libro, “Diseguaglianze Conflitto Sviluppo” edito da Donzelli. Nel dibattito sono intervenuti anche Giovanni Dosi ed Elsa Fornero, moderati da Andrea Roventini. Al termine dell’incontro l’autore ha accettato di rispondere ad alcune domande su alcuni dei numerosi temi affrontati nel libro. 

 

La pandemia ha messo ancora una volta in evidenza la necessità di un ruolo più attivo dello stato nell’economia e di ritornare ad investire in ambiti come istruzione e sanità. Ma neanche con l’avvento del governo Draghi, che sembrava avere gli strumenti e la credibilità politica anche a livello europeo per un cambiamento di rotta così coraggioso, si sono visti cambiamenti significativi in questa direzione. Il sottotitolo del suo libro fa riferimento al “partito che non c’è”. Non ritiene quindi che al momento ci sia un soggetto politico in grado di portare avanti queste istanze?

 

A mio parere, il PNRR, che è lo strumento di questo governo, configura degli obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita, lavoro e impresa certamente condivisibili. Il rischio è però che ci si accontenti di spendere: il PNRR è infatti privo di anima, cioè non configura un’altra Italia. Ci dice solo che ad esito di questo programma saranno stati dati più salari, più profitti e tante rendite. Cioè sarà stata messa in circolazione molta moneta, senza disegnare un’Italia più giusta, socialmente e ambientalmente. Ed oggi non vedo questo neppure in nuce. 

 

Vedo però degli impegni a farlo. Il Partito Democratico, sulla carta, ha costruito le Agorà con l’intenzione di comprendere quali sono le aspirazioni, le idee e le proposte che vengono portate dalla società civile, impegnandosi a fare proprie quelle che avranno il massimo consenso. Questo è il motivo per cui distribuisco questo volantino[1] , perché sono convinto che vadano giocate tutte le partite. Se la domanda è se mi sento rassicurato, dico che voglio vederlo, dato che in questo momento non vedo le condizioni nelle classi dirigenti perché lo stato possa ricoprire un ruolo di più attivo nell’economia, per quanto ci siano tutte le condizioni per una precipitazione della ricchezza di esperienze territoriali e civiche in una serie di scelte politiche.  

 

Al giorno d’oggi un tema ricorrente è la responsabilità sociale d’impresa, mentre nel mondo privato e finanziario c’è grande attenzione ai criteri e rating ESG. La mancanza di uniformità negli standard e la difficoltà di comprensione che frequentemente vi si associa comporta il rischio di green e social washing. Questo anche alla luce dei massicci investimenti previsti dal PNRR, dei quali dovrebbero beneficiare le imprese anche in base alla rispondenza ai criteri ESG . Alla luce di questi rischi, la responsabilità sociale dell’impresa può essere una leva per il cambiamento del capitalismo dall’interno a cui fa riferimento nel libro?

 

Può diventare green e social washing , così come può essere una leva effettiva di cambiamento: dipende dai rapporti di forza e dagli equilibri di potere, come in altri contesti. Se noi interessati, nei nostri diversi ruoli, come azionisti di una corporation, come lavoratori, come persone che vivono nel territorio, non facciamo pressione attivamente e non comprendiamo che cosa ci viene venduto sotto formule quali “aderenza agli obiettivi dello sviluppo sostenibile”, allora ci tocca il greenwashing

 

Le dichiarazioni, infatti, non sono di per sé sufficienti. Per esempio, parlando di ambiente e di biodiversità, immaginiamo una corporation che costruisce dighe in Africa, dove c’è ancora una elevata biodiversità. Se la responsabilità ambientale si traduce nel fatto che quella corporation faccia una rilevazione dello stato della biodiversità, cioè rilevi tutte le specie presenti e le quantità, prima dell’intervento, durante l’intervento e dopo l’intervento e prenda l’impegno che la costruzione della diga non abbia alcun effetto sulla biodiversità, allora abbiamo portato a casa un risultato molto significativo. Al contrario, se mi ritrovo un’etichetta sulla quale c’è scritto che un certo articolo è stato prodotto con particolare attenzione ai profili ambientali e io non capisco di cosa si parli, allora mi stanno prendendo in giro. Gli estremi sono molto forti, andiamo dal massimo della dissimulazione ad una forte efficacia: ciò dipende dal livello di monitoraggio e di pressione, quindi anche di conflitto. 

 

Se noi ci attiviamo, non comprando o disinvestendo - si pensi alla battaglia contro il latte artificiale della Nestlé - allora assistiamo ad una vera operazione di social responsiblity.

 

Nel libro parla di un’Unione Europea contaminata dal pensiero neoliberale e della necessità di tornare ai valori originali. Questi ultimi erano basati sullo sviluppo armonico e sulla coesione e partecipazione strategica dei cittadini e del lavoro. Il fine era quello di accelerare il processo di unificazione politica e di democratizzazione dell’Unione. Al giorno d’oggi ci sono secondo lei le condizioni politiche per riprendere questo processo?

 

Negli ultimi 24 mesi l'Europa ha dato segnali contraddittori. Ha dato un segnale terribile all'inizio della pandemia, di disunità, di frammentazione, di indisponibilità. È sembrata avere un ravvedimento quando ha capito che era necessario un intervento europeo di cambiamento di rotta e ha fatto il passo, incredibile nella storia dell'Unione, di emettere debito. Si è trincerata però dicendo che si trattava di una operazione una tantum, straordinaria, e nel disegnare il Recovery ha abbassato l'asticella delle pretese, limitandosi a scrivere dei titoli molto affascinanti. 

 

Attenzione, rimane un miglioramento qualitativo: per la prima volta l'Europa non chiede solo di spendere soldi, cioè annuncia che non verificherà solo che siano stati spesi, ma chiede ai paesi anche di fissare dei target e che pagherà a target raggiunti. Ma mentre nelle prime versioni delle linee guida usava le parole output and outcome (per esempio output è la costruzione di un asilo, outcome è il numero di ore di qualità durante le quali i bimbi vengono assistiti) e diceva che i target devono riguardare entrambi gli aspetti, nella seconda versione è rimasto solamente il riferimento agli output. Vedo quindi un’Europa wobbly , in cui rispetto ai vent’anni precedenti ci sono dei segnali interessanti di ravvedimento, ma in tutta franchezza non vedo un cambio di passo.

 

Un ultimo esempio. In questi giorni l’Italia e la Germania hanno ipotizzato la possibilità di prendere delle nuove decisioni comuni, alla luce delle conseguenze economiche negative molto forti derivanti dall’adozione di sanzioni nei confronti della Russia, senza trovare riscontro nei partner europei. Oggi, quindi, la macchina europea è una macchina wobbly , continua ad esserlo, è tornata ad esserlo. 

 

Nel testo viene citata la questione demografica come uno dei punti principali posti al centro della strategia nazionale per le aree interne lanciata durante il suo ministero negli anni 2011-2013. Il calo demografico italiano è in parte un fenomeno caratteristico delle società che hanno conosciuto un progresso economico e sociale. Esso è infatti dovuto a fattori quali il controllo delle nascite, il controllo delle donne sulle scelte riproduttive e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. D’altro canto, rappresenta un grande problema, ad esempio in termini di sostenibilità del sistema pensionistico . Come potremmo tenere insieme queste due dimensioni, ovvero il progresso e l’emancipazione della donna con il ridare una spinta positiva all’andamento demografico?

 

Perché la questione demografica ci preoccupa, al di là di queste considerazioni? Perché il mantenimento di un equilibrio demografico, ossia di una composizione per età della popolazione molto mista, è la condizione di sopravvivenza di una società. La riduzione del numero relativo dei giovani, che non è ancora al livello di quella verso cui andremo in futuro, ha già determinato un impoverimento della voce stessa dei giovani: il paese, che è giustamente molto attento agli anziani, si ritrova sempre più lontano persino dal discutere le esigenze dei giovani, figuriamoci dal soddisfarle. In una società caratterizzata da una composizione per età di questo tipo, la voce dei giovani è quantitativamente meno forte. L’assenza di una strategia migratoria lungimirante ed una certa chiusura all’immigrazione possono persino acuire questa dinamica. 

 

L’equilibrio tra il progresso e la spinta demografica si raggiunge rendendo le donne veramente libere ed io non credo che ad oggi lo siano realmente. La precarietà dell’attuale situazione economica, in un paese in cui in media i giovani tendono a percepire un reddito notevolmente inferiore rispetto a quello che ottenevano i loro genitori all’ingresso nel mercato del lavoro, fa sembrare l’atto di mettere al mondo un figlio quasi un atto di irresponsabilità, un atto molto rischioso. 

 

La liberazione sessuale e dei costumi e l’uscita dalla società patriarcale hanno aumentato notevolmente la libertà delle donne ma, al tempo stesso, il peggioramento delle condizioni sociali e la riduzione del welfare ne rappresentano un forte limite. Così oggi non sappiamo se le donne siano effettivamente libere di scegliere la maternità. Il posponimento della nascita diventa spesso una necessità, ed è noto che questo comporta una riduzione della fertilità. 

 

Alla luce di ciò, i primi interventi da fare sono quelli che restituiscano libertà alle donne e che le sgravino dal peso del lavoro di cura, affinché la società tutta possa farsi carico della riproduzione sociale. Il peso della riproduzione sociale non può infatti gravare esclusivamente sulle donne, ma deve essere assunto dall’intera collettività, e non, quindi, in un’ottica familistica. Non sono questi i termini in cui attualmente si sta affrontando la questione demografica. 

 

Il secondo aspetto, non meno importante, da considerare per affrontare il problema demografico è quello che Michela Marzano tocca spesso nella sua opera. L’autrice, arrivata all’età di 50 anni, realizzando di non aver fatto figli durante la sua vita, si domanda il perché: trova la risposta nel fatto che lei non avrebbe saputo rispondere all’interrogativo di un figlio sul perché fosse stato messo al mondo, dal momento che nessuno aveva saputo rispondere alla stessa domanda fatta da lei. Questo secondo profilo della questione non è irrilevante, alla luce del recente susseguirsi di crisi economica e finanziaria, pandemia e guerra. Con quale coraggio si può far nascere un figlio, se si vive l’angoscia che lui o lei possa vedere gli orrori di questo mondo? Questo aspetto, che Michela ci restituisce come può fare una scrittrice, è poco discusso nel dibattito pubblico, eppure penso che sia fondamentale. Oltre alla questione economica, che è importante, è indispensabile tornare ad avere una visione felice e positiva della realtà e costruire un contesto in cui si possa avere il desiderio di mettere al mondo dei figli. 

 

Questa è la mia risposta, che si articola lungo due dimensioni, che riportano entrambe a strategie visionarie, a grandi prospettive di sviluppo. Da padre di tre figli, di cui due hanno avuto altri figli, mi rendo conto che la considerazione dell’incertezza della vita sulla terra, oltre che dell’incertezza nella sua accezione più strettamente economica, hanno un ruolo rilevante nelle scelte demografiche. 

 

Parliamo infine della guerra in Ucraina. L’Unione Europea ha reagito imponendo sanzioni ed annunciando l’invio di armi come il resto dei paesi occidentali. Ritiene che ci sia spazio per l’Unione Europea di assumere un ruolo di mediazione per la risoluzione del conflitto anche in virtù degli interessi intaccati dalla guerra e dalle sanzioni stesse?

 

Mentre sono convinto che inviare armi agli ucraini non rappresenti un reale aiuto per la popolazione, sono favorevole alle sanzioni contro la Russia. Soprattutto quando è stato commesso un grave errore dall’altra parte, per arrivare ad un compromesso necessario è importante avere qualcosa su cui fare leva. In secondo luogo, le sanzioni rispondono ad un problema di rappresentanza e compartecipazione morale: se l’Europa non può partecipare direttamente al conflitto, dimostra almeno di interessarsi della tragedia in atto e di partecipare alla sofferenza dell’Ucraina. 

 

Chiarito questo punto, il problema sorge se le sanzioni non sono accompagnate dall’assunzione di una funzione di compromesso. L’Europa si è preclusa, in un certo senso, la possibilità di svolgere questa funzione di compromesso. Questo limite nasce prima del conflitto: l’Europa fa parte degli attori che hanno fatto credere al popolo ucraino che l’ingresso nella Nato fosse plausibile e che hanno in parte giocato su questa aspirazione. 

 

Dobbiamo comunque considerare che nell’indagine EU Neighbours East promossa dall’Unione Europea nel 2020 sulle opinioni degli ucraini è riportato un dato dell’International Republican Institute, secondo cui il 53% è favorevole all’ingresso nella Nato[2] . Questo dato è ben lontano da quelli di indagini analoghe per paesi come l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, in cui le percentuali di consenso erano molto più alte.

 

L’Unione Europea ha ridotto la credibilità che poteva avere nello svolgere una funzione di compromesso nel momento in cui ha messo questa opportunità davanti agli Ucraini, sapendo che nel caso di un attacco di questo tipo non avrebbe avuto la volontà e la possibilità di intervenire. E la responsabilità dell’Europa nasce già a partire dagli anni 1988-1990, al momento della caduta dell’Unione Sovietica. L’Europa è stata infatti vittima dell’impostazione di pensiero neoliberale, secondo cui il modo per far evolvere l’ex Unione Sovietica fosse tutto mercato e niente costruzione attiva di democrazia. Simbolicamente, possiamo ricordare che l’Europa non assecondò l’idea, avallata dallo stesso Gorbaciov, di trasformare la Cortina di Ferro in una striscia verde: un’idea in parte utopica, ma molto significativa. 

 

Penso infatti che non abbiamo affrontato adeguatamente la crisi di quello che potremmo definire un “impero”. Come con l’impero ottomano, pur essendo quest’ultimo un impero molto diverso, si è manifestata la difficoltà dell’Occidente di avere a che fare con il venir meno di un sistema imperiale. La partita che è stata giocata è tutta di carattere militare, ma quella in cui era necessario impegnarsi era anche una partita di tipo culturale e sociale. 

   

Per ulteriori approfondimenti sui temi trattati si consiglia inoltre:

Fabrizio Barca, 2021, Diseguaglianza Conflitto Sviluppo , Donzelli editore

 

[1] Fa riferimento ad un volantino del Forum Diseguaglianze e Diversità, distribuito al termine della conferenza, sul quale è indicato un link al quale collegarsi per sostenere le proposte del Forum nelle Agorà del Partito Democratico

[2] Dall’ indagine EU Neighbours East emerge che circa il 50% degli Ucraini dichiara di avere fiducia nella Nato.


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