31 maggio 2020

L’Italia ha bisogno di una nuova “adeguata” classe dirigente: aristocrazia 2.0

 

Recensione ad Abravanel, R. (2021), Aristocrazia 2.0. Una nuova élite per cambiare l'Italia, Solferino.

 

● Economia e innovazione

 

Nel 1972, una volta lasciata la sua amata Banca Commerciale Italiana, dove era stato assunto nel 1925, Raffaele Mattioli decise di fondare un’Associazione per lo studio della formazione della classe dirigente nell’Italia unita. Purtroppo non riuscì a compiere la sua ennesima iniziativa culturale perché nel luglio 1973 morì.

 

Mattioli era ossessionato dalle classi dirigenti del nostro Paese, verso le quali era sempre stato critico. Se la prese anche con alcuni imprenditori, definiti “senescenti minorenni”[1], che hanno sempre rifiutato il ruolo di guida civile. In tempi successivi si espresse in maniera netta Tommaso Padoa-Schioppa, che polemizzò con chi abdica alle responsabilità pubbliche, con coloro che eludono il passaggio dall’interesse personale alla responsabilità generale:

 

Agli imprenditori si deve l’iniziativa, l’energia, l’inventiva che – soprattutto nel dopoguerra – ci hanno fatto crescere economicamente, uscire dalla povertà e colmare un ritardo di generazioni. Ma non si può dire che essi abbiano contribuito (con l’esempio in primo luogo) a promuovere lo spirito civico, il senso dello Stato e un rapporto sano tra Stato e società. È stata insufficiente la consapevolezza che chi guida l’impresa ha – in ragione delle proprie capacità e della propria ricchezza – responsabilità pubbliche particolari; che l’impresa, quando raggiunga certe dimensioni, diviene istituzione essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida o la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata.[2]

 

Nel suo interessante volume “Aristocrazia 2.0. Una nuova élite per cambiare l’Italia” Roger Abravanel - ex direttore in McKinsey, oggi editorialista del Corriere della Sera, membro di numerosi consigli di amministrazione e consulente di fondi di private equity - disegna la parabola dell’economia italiana, ribadendo la necessità, forte, di cambiare le classi dirigenti, considerate ancora troppo legate a un mondo “analogico” che non esiste più. Per il saggista, l’Italia che nel Dopoguerra è salita magnificamente sul treno dell’industrializzazione poi ha mancato il duplice appuntamento dell’economia dei servizi (meno manifatturiero, più terziario) e successivamente dell’economia della conoscenza (le materie prime tradizionali contano sempre meno, pesano i cervelli, vera risorsa scarsa).  Interessanti nel volume le originali prese di posizione sulle debolezze del “sistema Italia”: vulnus nel livello delle università; limitato il numero delle grandi imprese; giustizia lenta e farraginosa.

 

Abravanel spiega lucidamente che la classe dirigente ha miseramente fallito, e che quindi il Bel Paese ha bisogno di persone diverse: i cosiddetti “aristocratici 2.0”, che oltre ad essere considerati i “migliori”, come suggerisce l’etimologia del termine, devono possedere alcune caratteristiche distintive. Essi infatti:

 

credono nella società aperta e amano la competizione; hanno passione per la scienza; possiedono capacità di leadership e spirito d’iniziativa; credono nello sviluppo della grande impresa, in contrasto col mito diffuso del ‘piccolo è bello’; hanno acceduto a ottime università, in particolare all’estero, e credono nella meritocrazia.

 

In relazione all’importanza dell’ultimo punto sopramenzionato, nell’economia della conoscenza è difatti vitale avere università eccellenti, ma, secondo l’autore, il nostro Paese non sarebbe all’altezza della sfida. Abravanel punta il dito contro il mondo universitario italiano, malato di parassitismo corporativo: “I migliori atenei non producono abbastanza ricerca e tecnologia eccellente e hanno pochi incentivi a farlo perché la gran parte dei loro finanziamenti pubblici è legata al numero degli studenti, non all’eccellenza del settore ricerca e sviluppo” (p. 198).

 

Senza università d’eccellenza non nascono imprenditori high tech, che sono quelli che fondano e sviluppano colossi aziendali che a loro volta creano high-value jobs. Per molte università, l’impiegabilità degli studenti è davvero scarsa: “Sfornano laureati poco preparati (spesso fuori corso e meno giovani dei loro colleghi europei) che alla fine hanno grandi difficoltà a trovare lavoro, a meno che non si tratti dell’azienda di famiglia” (p. 199). E difficilmente la collettività se ne rende conto, perché gli italiani tendono, sbagliando, a paragonarsi solo alle realtà domestiche, senza volgere uno sguardo all’esterno della nazione.

 

Abravanel si rallegra del fatto che le nuove generazioni si laureino di più – tra i giovani quasi uno su tre è laureato. Ma se ci paragoniamo al mondo, non siamo messi bene, per ragioni assolute e relative. In Corea del Sud, per esempio, sette su dieci giovani sono laureati. Inoltre, conta il tipo di laurea conseguita: non tutte le lauree sono uguali e sono ancora troppo pochi i laureati nelle discipline Stem (science, technology, engineering, mathematics). I dati Almalaurea mostrano che i laureati in ingegneria, a cinque anni dalla laurea, guadagnano uno stipendio mensile netto di 1.705 euro. Seguono i laureati dei gruppi scientifico (1.614), chimico-farmaceutico (1.562), delle professioni sanitarie (1.552) ed economico-statistico (1.496). Sono più basse le remunerazioni per i laureati in lettere, educazione fisica e psicologia (rispettivamente, 1.117, 1.059 e 980 euro). Secondo l’economista Nicola Persico, dovremmo seguire l’esempio di Singapore, un paese che non ha risorse naturali, ma che negli ultimi anni è cresciuto più dell’Italia. Perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager. A fronte di ciò, la città-stato si priva di altre figure professionali, formando un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti.

 

Venendo al tema della dimensione delle imprese, l’autore nota che non sono certo le piccole imprese a creare lavori remunerativi. La grande impresa è spesso oggetto di critiche, nonostante sia in grado di pagare stipendi alti (anche ai giovani) in virtù dell’alta produttività in azienda. Perché l’Italia non è un Paese per manager? Perché le imprese di notevoli dimensioni in grado di pagare stipendi da CEO sono ben poche. La materia prima non manca, bensì languono le opportunità.

 

Abravanel, dopo aver spiegato come l’ecosistema delle imprese familistiche non abbia creato posti di lavoro ad alto valore aggiunto e come l’assenza di università all’altezza rappresenti un grave vulnus nell’epoca dell’economia della conoscenza, affronta il ruolo dello Stato, prendendo una posizione non omologata. Elogia infatti la nostra Pubblica Amministrazione, spesso criticata, per affrontare quello che considera il vero problema: il rafforzamento del potere giuridico che crea una paralisi decisionale degli organi di governo, bloccando sviluppo economico e meritocrazia.

 

Per l’autore è infatti giusto chiedersi se i giuristi in Italia non abbiano un potere eccessivo. La mancanza di fiducia ha creato un sistema normativo pesantissimo, pieno di controlli volti a bloccare la corruzione ma che risultano inefficaci. Ad esempio, i rallentamenti nella realizzazione delle opere pubbliche – che hanno bisogno di decine di provvedimenti autorizzativi - non hanno pari nel mondo.

 

Mancano poi i checks and balances all’interno del potere giudiziario. Il Consiglio Superiore della Magistratura è uno degli organi più impermeabili del Paese. La recente vicenda che ha visto protagonista il già presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara - per il quale la sezione disciplinare del CSM ha disposto la rimozione dalla magistratura ai sensi del d. lgs. 109/2006 sugli illeciti disciplinari dei magistrati, pendente ricorso in Cassazione - ha scosso l'opinione pubblica italiana. I cittadini però faticano ad accettare limitazioni al potere giudiziario, per il timore che possa venire meno il contrasto alla criminalità organizzata. Il risultato è l’inerzia, per cui ci si trova sempre più in un’impasse.

 

Inoltre, secondo Abravanel, diverse ragioni storiche hanno gettato le basi istituzionali per l’iper-garantismo dei diritti di alcune categorie di soggetti deboli, in particolare dei lavoratori nei confronti delle imprese. Il giuslavorista Pietro Ichino ha più volte spiegato come tutelare i “fannulloni” sia un potente disincentivo per migliorare la produttività soprattutto nel pubblico impiego. Nel mondo statunitense è normale – il volume riporta diversi esempi - vedere la Corte Suprema dare ragioni alle grandi corporation. In Italia, nei Tribunali, “big is not beautiful”, nei confronti della grande impresa vi è un pregiudizio culturale. Sono in molti a ricordarsi come i dipendenti facchini della SEA, filmati mentre saccheggiavano le valigie dei viaggiatori, furono riammessi dal Tribunale nel posto di lavoro.

 

Aristocrazia 2.0 offre un interessante quadro dello stato della meritocrazia in Italia e propone un ventaglio di policy pragmatiche che, tuttavia, difficilmente potranno trovare attuazione in tempi brevi, per via di numerosi fattori culturali radicati nella nostra società. Colpiscono del libro la chiarezza delle tesi e la sistematicità delle interpretazioni, anche se alcuni passaggi beneficerebbero di argomentazioni più estese e di punti di vista diversi capaci di mettere in luce tutte le problematiche in gioco.

 

 

 

[1] Mattioli se la prendeva con quella tipologia di clienti che invocava il credito agevolato: «La metà delle banche ordinarie è invece quella di avviare quella clientela “speciale” a diventare pienamente umana “clientela ordinaria”. Vorremmo cioè conferire ai senescenti minorenni la toga virile, e assisterli in tutte le loro necessità di credito, senza etichette e senza sconti pubblicitari, ma anche senza limiti qualitativi e quantitativi: ossia, dar loro il credito ordinario e anche, a integrazione del primo, quello di assistenza finanziaria, insomma ogni genere di credito che faccia più forte e solido e responsabile, e non avvilisca il debitore» (Rodano, Il credito all’economia, Ricciardi, pp. 312-13). Se l’imprenditore viene abituato ai sussidi, agli aiuti, matura una mentalità assistenziale e non competitiva.

[2] Citato in Continolo (2012, p. 16).

 

Immagine: T.H. Benton, Instruments of power. https://panopticondesign.net/design/thomas-hart-benton-panopticon/

 

Bibliografia

AA.VV. (2010), Storia del capitalismo italiano, a cura di F. Barca, Roma: Donzelli.

Barbano A. (2018), Troppi diritti, Milano: Mondadori

Continolo F. (2012), Milano «clef d’Italie». Il rapporto di Milano con lo Stato, Cologno Monzese: Lampi di Stampa.

De Paola M., Scoppa V. (19 luglio 2016), Non tutte le lauree sono uguali, ma nessuna è inutile, Milano, lavoce.info

Ichino P. (2006), I nullafacenti, Milano: Mondadori

Perotti R. (2008), L’università truccata, Torino: Einaudi

Persico N. (13 marzo 2012), Risorse per la crescita, più ingegneri e meno filosofi, Milano, lavoce.info

Rodano G. (1983), Il credito all’economia. Raffaele Mattioli alla Banca Commerciale italiana, Milano-Napoli: Ricciardi.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0