1 aprile 2020

Il mercato americano è davvero libero?

 

Recensione a Philippon, T. (2019), The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets, Harvard University Press.

 

● Economia e innovazione

 

Perché le compagnie americane investono in lobbying e finanziamenti ai politici svariate volte di più di quelle europee? Se si esclude la totale irrazionalità delle imprese, la risposta è che questo investimento rende di più dall’altra parte dell’Atlantico. Un’architettura istituzionale, un sistema politico e una storia profondamente differenti da quelli europei hanno reso possibile questa divergenza, i cui effetti si sono profondamente acuiti negli ultimi vent’anni, proprio in corrispondenza dell’esplosione di questi stessi fenomeni. Qui si inserisce il libro di Thomas Philippon - economista, attualmente professore a NYU-Stern - il quale sostiene che le grandi corporation americane siano riuscite ad influenzare a proprio vantaggio legislatori ed enti antitrust, accumulando un potere di mercato ingiustificato. L’allarme è in parte limitato agli Stati Uniti, mentre l’Europa è addirittura presa a modello per quanto riguarda efficacia ed indipendenza delle istituzioni a tutela della concorrenza (gli abbondanti dati riportati dall’autore parlano chiaro); tuttavia vi è una tesi di fondo più generale: il libero mercato è fragile e può degenerare in oligopoli e monopoli con relativa facilità.

 

Un esempio lampante sono le linee aeree americane, specialmente se confrontate con quelle europee. Negli ultimi 30 anni la concentrazione di questo mercato è aumentata vertiginosamente (Figura 1) a causa di acquisizioni e fusioni non ostacolate dalle autorità di vigilanza: i prezzi (relativi) sono aumentati e la soddisfazione dei clienti è calata.

 

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Figura 1: Indice HH della concentrazione del mercato del trasporto aereo. Dati USA. Fonte: Philippon (2019).

 

Le conseguenze di questo aumento della concentrazione non stupiscono: monopoli e oligopoli sono meno efficienti della “concorrenza perfetta”, ovvero di una situazione ideale in cui le imprese non possono influenzare i prezzi con le loro decisioni. Per quanto lo scenario ideale sia, per definizione, irrealizzabile, basta poca intuizione per capire che all’aumentare del potere di mercato delle imprese -ovvero della loro capacità di influenzare i prezzi- corrisponde un peggioramento economico.

 

Non deve sorprendere quindi che le imprese siano disposte ad investire per accumulare potere di mercato. In altre parole, le imprese esistenti sono potenzialmente ostili alla concorrenza, poiché essa corrisponde a profitti inferiori e ad un rischio di fallimento maggiore rispetto ad un oligopolio. Questo problema è chiaro dal XIX secolo, motivo per cui quasi ogni paese è dotato di una legislazione antitrust. Tuttavia sembra che in molti settori le imprese americane siano riuscite a diluire queste politiche abbastanza da tornare a livelli di concentrazione pre-deregolamentazione (anni 70/80). Oggi quindi, in termini di contestabilità, barriere all’ingresso ed efficacia della vigilanza, i mercati europei sono più liberi (concorrenziali) di quelli americani e quindi più efficienti.  Per arrivare a questo punto, non solo negli Stati Uniti, a favore di grandi fusioni e acquisizioni è stato portato uno dei pochi argomenti economici a favore di un’elevata concentrazione, ovvero le economie di scala. In alcuni settori può accadere che la struttura dei costi sia tale da richiedere alti volumi di vendite e quindi un’alta concentrazione. Un buon esempio sono i tracciati ferroviari, la cui costruzione e gestione implica costi fissi rilevanti, per i quali una duplicazione dei costi (avere due o più tracciati in competizione sullo stesso percorso) potrebbe mandare in fallimento tutti i possibili concorrenti. L’ondata di grandi acquisizioni e fusioni che tutt’ora interessa i più svariati mercati e ne aumenta la concentrazione è costantemente giustificata dalla necessità di “consolidamento” per sfruttare economie di scala di questo tipo. Come si distinguono le situazioni in cui esiste questa necessità da quelle in cui si consolida per accumulare potere di mercato a spese del resto dell’economia? Gli oligopoli dannosi sono tali in quanto caratterizzati da profitti elevati -le imprese catturano una fetta maggiore del surplus generato dalla loro attività- e un minor rapporto investimenti-reddito operativo, poiché gli introiti sono appunto maggiori e gli investimenti necessari per rimanere competitivi sono minori grazie alla presenza di potere di mercato. I dati aggregati degli ultimi 30 anni lasciano poco spazio a dubbi: le imprese americane ottengono profitti maggiori investendo meno rispetto al passato (Figure 2 e 3).

 

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Figura 2: Rapporto profitti delle imprese - PIL. Dati USA. Fonte: Philippon (2019).

 

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Figura 3: Rapporto Investimenti Netti - Reddito Operativo. Dati imprese USA. Fonte: Philippon (2019).

 

Questo quadro si chiude con l’incremento generalizzato delle barriere all’entrata, causato dall’aumento delle regolamentazioni e della loro complessità per i potenziali entranti. In questo modo, la contestabilità dei mercati è calata, consentendo alle imprese già affermate di consolidare posizioni dominanti con minori investimenti sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi, con effetti negativi di lungo periodo sulla produttività e sulla crescita.

 

Vi è tuttavia una difesa delle rendite derivanti dal potere di mercato connessa ad investimenti e crescita della produttività alla quale lo stesso Philippon non può ribattere con altrettanta efficacia, ovvero la remunerazione dell’innovazione. Questa giustificazione viene sollevata abbastanza poco per i settori più tradizionali, come il trasporto aereo, caratterizzati da innovazioni di solito incrementali e poco vistose agli occhi del pubblico. Di contro, è utilizzata continuamente come ratio dell’alta concentrazione nei settori “innovativi”, ovvero nuovi e/o in cui le spese in ricerca e sviluppo (R&D) sono più alte della media, primi fra tutti quello farmaceutico e Internet, ovvero il core business di Google, Facebook, Microsoft e Amazon. Oltre a presunte economie di scala, qui entra in gioco il problema della remunerazione degli investimenti in innovazione delle imprese. In teoria questo problema dovrebbe essere risolto dall’istituto della proprietà intellettuale, che crea appunto un monopolio, dotando l’innovatore di potere di mercato affinché possa far fruttare il suo investimento in innovazione. Di fatto questo incentivo è spesso meno potente di quanto sembri, talvolta persino per le stesse imprese che ne beneficiano. Specialmente nel vasto ambito dell’IT, i prodotti e i servizi innovativi offerti ai consumatori, nonché le tecnologie sottostanti, sono caratterizzati da consistenti effetti di rete (network effect: il valore di un account Facebook sarebbe quasi nullo se la piattaforma avesse solo 4 iscritti) e complementarietà (ovvero sono singolarmente più produttivi quando combinati). Di conseguenza, potrebbe essere vero che un maggior potere di mercato sia necessario affinché le imprese innovative vengano adeguatamente remunerate, in modo da incentivare adeguatamente gli investimenti in R&D.

 

In ogni caso vi è un’evidente tensione tra efficienza dei mercati ed incentivi per l’innovazione: in un mercato perfettamente concorrenziale le imprese innovatrici, a causa di profitti minori e prezzi che non tengono conto delle esternalità positive, sarebbero penalizzate. Allo stesso tempo, un monopolista non minacciato da potenziali entranti, grazie ai profitti elevati di cui già gode, si troverebbe similmente poco incentivato (Arrow, 1959). Tra gli economisti c’è quindi un consenso attorno al fatto che la relazione concentrazione-innovazione in un dato mercato prenda la forma di una U rovesciata (Aghion et al., 2005; Figura 4), il che implica l’esistenza di un livello ottimale di potere di mercato.

 

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Figura 4: Relazione tra potere di mercato (Indice Lerner) e innovazione (misura pesata dei brevetti industriali nel settore). Fonte: Aghion et al. (2005).

 

Ovviamente le imprese in questione sostengono di trovarsi a sinistra del punto di ottimo, cioè di non fare abbastanza profitti. Philippon sostiene il contrario, cioè che il livello di concentrazione sia eccessivo e rallenti la crescita della produttività. I dati riportati nel suo libro sui margini di profitto e sull’impatto delle innovazioni recenti potrebbero far propendere per la seconda tesi, in quanto le nuove tecnologie hanno avuto un impatto relativamente contenuto sulla produttività aggregata, mentre i margini (lordi) delle attuali star (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) sono in linea con quelli delle star dei decenni passati (AT&T, General Motors, IBM ecc.). Quest’evidenza non è comunque definitiva: l’Amazon del 2020 e la General Motors degli anni ’60 operano su mercati completamente diversi con tecnologie ancora più radicalmente differenti, le quali determinano le risorse necessarie per essere competitivi e i corrispondenti profitti minimi per giustificare l’entrata di un’impresa. Queste caratteristiche strutturali, non immediatamente manipolabili tramite lobbying, determinano il livello minimo di concentrazione sotto il quale un mercato non può trovarsi (Sutton, 1996). Di conseguenza, i suggerimenti dell’autore per quanto riguarda questi settori specifici, sembrano in realtà dettati maggiormente da esigenze di equità fiscale e legale, di recente molto sentite causa della condotta di queste imprese. Questo non toglie che anche questi mercati, come sottolinea giustamente Philippon, debbano rimanere contestabili, in modo da non trasformare l’incentivo in rendita.

 

In conclusione, molti dei rimedi auspicati dall’autore per risolvere il problema della concentrazione dei mercati americani sono riducibili ad un enforcement indipendente di regole antitrust moderne e flessibili, con particolare attenzione alla contestabilità dei mercati esistenti, ovvero ciò che è venuto progressivamente a mancare negli ultimi 30 anni. Il principale ostacolo, purtroppo, è la stessa ragione per cui il problema è emerso: un sistema politico eccessivamente influenzato dai monopoli e dagli oligopoli che dovrebbe combattere. Non c’è dubbio che in molti ambiti l’architettura istituzionale europea potrebbe servire da esempio, soprattutto in termini di indipendenza dell’authority. Allo stesso tempo, i problemi statunitensi possono servire da avvertimento in Europa: non bisogna dimenticare che 30 anni fa le parti erano invertite, seppur per ragioni diverse. Mentre il discorso pubblico europeo si muove dalla tutela della concorrenza verso delle proposte di politica industriale più aggressiva (picking the winners), cioè l’incoraggiamento dello sviluppo di imprese “campioni” in alcune industrie, i sostenitori di questo approccio dovrebbero prendere in considerazione il rischio che questi winners in futuro si trovino nella posizioni di fare le regole del loro stesso gioco a spese della collettività.

 

 

Bibliografia

Aghion, P., Bloom, N., Blundell, R., Griffith, R. and Howitt, P. (2005), “Competition and innovation: An inverted-U relationship”, The Quarterly Journal of Economics120: pp.701-728.

Arrow, K. (1959), “Economic Welfare and the Allocation of Resources for Invention”, The Rand Corporation, P-1856-RC.

Philippon, T. (2019), The Great Reversal, How America Gave Up on Free Markets, Cambridge (MA): Harvard University Press.

Sutton, J. (1996), “Technology and market structure”, European Economic Review40: pp. 511-530.


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