28 settembre 2020

Dalla pandemia al cambiamento climatico: la necessità di un approccio di prevenzione

 

 Istituzioni

 

Diverse questioni concernenti il rapporto tra pandemia da COVID-19 e cambiamento climatico hanno recentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa. Una prima questione riguarda l’impatto delle misure adottate in risposta all’emergenza sanitaria sull’azione di contrasto al cambiamento climatico. Ad una prima “lettura ottimista”, che evidenziava l’effetto benefico delle misure restrittive in termini di riduzione  delle emissioni di gas ad effetto serra, si è poi aggiunta una discussione più articolata su come le politiche necessarie a far fronte all’impatto economico della crisi da COVID-19 incideranno sul cambiamento climatico nel medio-lungo periodo. Una seconda dibattuta questione riguarda invece l’identificazione di cause comuni ai due fenomeni. Queste ultime sarebbero da ritrovarsi, in senso generale, nella crescente pressione antropica sul mondo naturale. Su questa stessa linea, è stato largamente discusso anche il legame tra inquinamento atmosferico e diffusione ed incidenza dell’epidemia, tema che rimane oggi al centro del dibattito scientifico (si veda ad esempio, X. Wu et al.).

 

Una diversa questione in merito al rapporto tra pandemia da COVID-19 e cambiamento climatico emerge invece dal confronto tra le misure di contrasto messe in campo dagli Stati contro la pandemia e quelle invece riservate alla lotta al cambiamento climatico (si veda ad esempio, L. H. Meyer et al.). In particolare, si è potuto notare come la maggior parte degli Stati colpiti dall’epidemia da COVID-19 abbia adottato misure di contenimento radicali, che hanno avuto e avranno un impatto economico molto significativo sull’economia globale. D’altro canto, gli stessi Stati non hanno finora deciso di adottare misure altrettanto drastiche nel contrasto al cambiamento climatico. Ciò accade nonostante l’inazione nei confronti del cambiamento climatico minacci, stando a un’analisi costi-benefici, un costo a livello aggregato ancora più cospicuo.

 

Presumibilmente, le ragioni alla base di questo differente approccio degli Stati risiedono nella diversa “sintomatologia” delle due emergenze. L’impatto dell’epidemia da COVID-19 sulla vita e la salute della popolazione si è manifestato in modo immediato e dirompente. Ad esempio, stando agli ultimi dati disponibili, le vittime da COVID-19 sono state più di 900.000 in meno di un anno. Al contrario, gli effetti avversi del cambiamento climatico si manifestano in modo graduale e diffuso, ed è molto più complesso identificarli e quantificarli con certezza.

 

Il punto è che gli Stati, e con essi la comunità internazionale in senso lato, tendono a prediligere un approccio di reazione a tali emergenze rispetto ad un approccio di prevenzione. Si attende cioè il manifestarsi di una determinata crisi per poi rispondere ad essa più o meno adeguatamente in base alle risorse e tecnologie disponibili. Questo si è verificato anche nella gestione dell’attuale emergenza sanitaria. Perfino la maggior parte degli Stati più sviluppati sono stati colti di sorpresa e si sono trovati totalmente impreparati di fronte allo scoppio della pandemia, nonostante un tale rischio fosse ben noto da tempo (si veda, ad esempio, Global Preparedness Monitoring Board e M. Senthilingam). In questo senso, dunque, la differenza tra l’azione di contrasto alla pandemia e al cambiamento climatico si assottiglia: gli Stati mostrano condotte simili, mosse dalle stesse (errate) motivazioni.

 

Dato che gli effetti avversi del cambiamento climatico si manifestano in modo graduale, diffuso ed incerto, è molto complesso ad esempio attribuire un numero alle vittime di tali effetti. Secondo alcune stime, esse si aggirerebbero intorno alle 150.000 annue, con una forte tendenza all’aumento. Le stime includono vittime causate dai vari fenomeni che oggi sappiamo essere indotti dal cambiamento climatico, ad esempio eventi meteorologici estremi, come alluvioni, cicloni, ondate di calore, la maggiore diffusione di varie malattie, come la malaria, l’aumento della malnutrizione e delle carestie. Si tratta però di stime, caratterizzate da un consistente tasso di incertezza.

 

D’altro canto, gli effetti del cambiamento climatico non si manifestano proporzionalmente. Oggi continuiamo a subire le conseguenze, in termini di riscaldamento globale, delle emissioni di gas serra rilasciate decadi orsono. Allo stesso modo, saranno le generazioni future a subire l’impatto maggiore delle emissioni attuali. Questo potrebbe ad esempio avvenire per via dei cosiddetti tipping points che, una volta raggiunti, possono causare una serie di eventi che accelererebbero considerevolmente l’impatto del riscaldamento globale, scatenando fenomeni potenzialmente irreversibili (si veda, in generale, IPCC 2014). Inoltre, è già evidente che l’impatto del riscaldamento globale non colpisce tutte le aree del mondo allo stesso modo e nello stesso tempo. Ad esempio, ecosistemi particolarmente fragili come quelli dell’Artico, oppure gli Small Island Developing States (SIDS) soffrono già oggi effetti particolarmente avversi del riscaldamento globale. In via generale, è ormai dimostrato che gli Stati meno sviluppati, più vulnerabili, e che hanno contribuito in maniera minore all’alterazione del clima saranno maggiormente colpiti nel breve periodo (IPCC 2018).

 

Tutto ciò sta ad indicare che gli Stati, e la comunità internazionale in senso lato, non possono concedersi il lusso di attendere un impatto certo, dirompente e su scala globale del cambiamento climatico per (re-)agire, poiché è molto probabile che quando si arriverà a quel punto sarà ormai troppo tardi per adottare adeguate contromisure. Al contrario, è necessario adottare un approccio anticipatorio e agire in prevenzione, confidando nell’evidenza scientifica, anche se non conclusiva e ancora ragionevolmente caratterizzata da incertezza.

 

Purtroppo, occorre notare come un approccio di prevenzione difficilmente paghi in termini di consenso elettorale interno. Ad esempio, secondo la nota teoria del negativity bias, gli elettori sarebbero più propensi a penalizzare i governi per via di sacrifici subiti nel breve termine rispetto a premiare gli stessi per i benefici ottenuti nel lungo periodo (Hood, 2002).

 

Nell’agenda internazionale, tuttavia, sta crescendo l’attenzione per temi quali la prevenzione, la precauzione e la riduzione del rischio. Ad esempio, oltre al ben noto Accordo di Parigi sul clima, sempre nel 2015, gli Stati, riuniti in Giappone per la Conferenza mondiale delle Nazioni unite sulla riduzione del rischio di disastri, hanno adottato il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030, con l’obiettivo di ridurre in modo sostanziale il rischio di disastri e il relativo numero di vittime e di danni economici, promuovendo una cultura di prevenzione. Tuttavia, gli Stati appaiono ancora irresoluti nell’osservare tali impegni. A questo proposito, la risposta alla pandemia sembra dare ennesima dimostrazione di come gli Stati continuino a prediligere una condotta votata alla reazione ad una determinata crisi, rispetto alla prevenzione.

 

Occorre però registrare un dato emergente e significativo. La società civile globale appare impegnata nel tentativo di incitare proattivamente gli Stati a fare di più nel contrasto al cambiamento climatico. Ciò sta avvenendo attraverso diversi canali: una sempre più decisa e pressante attività di divulgazione da parte della comunità scientifica; più frequenti e affollate manifestazioni e raduni (soprattutto di giovani); e, infine, un utilizzo strategico del contenzioso legale in ambito climatico (su quest’ultimo punto, per farsi un’idea sul numero e la varietà delle azioni legali intraprese in materia di cambiamento climatico a livello globale, si veda in particolare il database curato dal Sabin Center for Climate Change Law).

 

A causa della pandemia da COVID-19, è stato deciso di rinviare la COP26 (la Conferenza degli Stati parte del citato Accordo di Parigi sul clima) al 2021. Tuttavia, una volta superata l’emergenza sanitaria, gli Stati dovranno necessariamente tornare ad occuparsi di una emergenza assai più duratura e rovinosa, quella climatica. La dimostrazione degli effetti nefasti e dei costi esorbitanti della mancata prevenzione della pandemia da COVID-19 si dovrebbe aggiungere alle iniziative menzionate e sollecitare ulteriormente gli Stati a mettere in campo “azioni più ambiziose” nel contrasto al cambiamento climatico, basate su fondate evidenze scientifiche e incentrate sulla prevenzione. In questo senso si è recentemente espresso anche Emmanuel Macron in un’intervista al Financial Times: «There is a realisationif people could do the unthinkable to their economies to slow a pandemic, they could do the same to arrest catastrophic climate change. People have come to understand that no one hesitates to make very profound, brutal choices when it’s a matter of saving lives. It’s the same for climate risk». Occorre dunque superare un’anacronistica percezione e gestione del rischio perché non atta al contrasto delle odierne sfide globali e adottare convintamente un approccio di prevenzione.

 

 

Immagine: Watson Queue for Face Masks, Crediti: Studio Incendo (commons.wikimedia.org) CC 2.0

 

Bibliografia

 

Hood, C., 2002. The Risk Game and the Blame Game. Government and Opposition, 37(1), pp. 15-37.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0