11 maggio 2021

Agricoltura, energia e territorio: il rilancio del sistema paese attraverso la transizione ecologica

 

 Istituzioni

 

Il Consiglio dei Ministri del 25 aprile scorso ha trasmesso alla Camera il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), redatto secondo le linee guida del Comitato interministeriale per gli affari europei, che ha definito tre fuochi strategici: modernizzazione del Paese; inclusione sociale, territoriale e di genere; transizione ecologica. Il Piano sarà oggetto dell’esame della Commissione europea, la quale concentrerà il proprio scrutinio, in particolare, sul rispetto del criterio della transizione ecologica, a cui ciascun PNRR deve destinare almeno il 37% delle risorse. La questione della transizione ecologica è dunque destinata a rappresentare una priorità strategica di lungo periodo per il nostro Paese, che indirizzerà l’azione pubblica ben oltre l’orizzonte temporale del PNRR. Tuttavia, al di là delle enunciazioni di principio sull’urgenza della transizione ecologica, il dibattito pubblico e mediatico sembra ancora stentare a produrre proposte tangibili.

 

È quindi per agganciare le opportunità di lungo periodo connesse alla transizione ecologica che la presente analisi prende in esame una proposta recentemente lanciata da Coldiretti. Finalizzato ad un migliore utilizzo delle risorse idriche a livello nazionale e rilanciato nell’edizione del 16 marzo del Sole24Ore (2021), il piano prevede la realizzazione di un migliaio di invasi artificiali nelle aree montane e di alta collina. Il progetto, nelle intenzioni dei proponenti, richiederebbe investimenti per 1.8 miliardi e si caratterizza per una significativa multidimensionalità degli obiettivi. Questi, infatti, compendiano almeno tre interessi strategici: l’ampliamento della produzione energetica domestica, con il potenziamento dell’idroelettrico; l’autosufficienza alimentare, attraverso l’allargamento della capacità di irrigazione e il contenimento degli episodi di siccità; la tutela della risorsa idrica e il ridimensionamento dei rischi legati al dissesto idrogeologico.

 

Il rilancio dell'idroelettrico.

 

Il primo fuoco strategico del piano riguarda il rilancio dell’idroelettrico. Pur essendo stato protagonista dell’industrializzazione del Paese e mantenendo un ruolo centrale tra le fonti energetiche nazionali (secondo in assoluto), l’idroelettrico, negli ultimi anni, non ha seguito la stessa traiettoria di crescita delle altre rinnovabili[1]: l’incremento di produzione è stato, infatti, sostanzialmente limitato ad impianti di piccole dimensioni. Ciò finisce per frustrare il vantaggio comparato dell’idroelettrico: superare, almeno per gli impianti a bacino e ad accumulo, il limite delle altre rinnovabili, ovvero la difficile programmabilità dei profili di produzione. La dismissione dei combustibili fossili e la probabile espansione dei consumi elettrici, dovuta, ad esempio, all’elettrificazione della mobilità, richiedono di poter fare affidamento su una fonte che consenta almeno una parziale elasticità rispetto alle condizioni metereologiche, così da allineare l’andamento giornaliero e stagionale della produzione alla curva della domanda, non sempre coincidenti.  Come si evince dalla ricerca di Althesys (Marangoni, 2019), molte delle centrali hanno un’età media ormai piuttosto alta, maggiore di 70 anni, in particolar modo quelle con le maggiori capacità. Il progressivo invecchiamento e i cambiamenti climatici hanno eroso la capacità produttiva, passata da 3000-4000 ore/anno del 1960-1970 alle attuali 2300-2400, colpendo proprio gli impianti di maggiori dimensioni e quindi più importanti per il Paese. Risulterebbe pertanto opportuno un generalizzato ammodernamento degli impianti, anche sul lungo periodo, strumentale ad una trasformazione del mix di fonti energetiche coerente con gli obiettivi della transizione ecologica. A certificare la necessità di investimenti è sempre Althesys: in uno scenario as is la produzione complessiva dell’idroelettrico si contrarrebbe, al 2030, del 13%, soprattutto negli impianti a bacino (-37%). Prevedendo, invece, un ammodernamento degli impianti (stimato in 5,5 miliardi di euro) si registrerebbe, entro lo stesso periodo, un aumento della produzione complessiva del 9,6% rispetto all’attuale. Sebbene, sul punto, il piano presentato da Coldiretti sembri prevedere quasi unicamente la creazione di nuovi invasi, la scelta di coinvolgere partner come ANBI, Terna, Enel, Eni e CDP, nonché alcuni atenei, potrebbe rappresentare l’occasione per intervenire anche sull’esistente, mobilitando risorse economiche e competenze tecniche utili ad imprimere una svolta nel settore.

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Figura 1: Profilo medio annuo di produzione giornaliera da impianti fotovoltaici ed eolici, 2017 (TERNA, 2019).

 

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Figura 2: produzione elettrica - % su totale, 2017 (TERNA, 2019).

 

Autosufficienza alimentare: una questione di sicurezza nazionale?

 

Da enfatizzare è anche il secondo fuoco del progetto, strumentale alla promozione dell’autosufficienza dell’agroalimentare italiano, giudicato dai proponenti troppo dipendente dall’andamento del mercato internazionale delle commodites agricole, specie nei segmenti delle produzioni cerealicole e zootecniche. In filigrana, si coglie l’elevazione della produzione agricola e della disponibilità di cibo al rango di priorità strategica, secondo uno schema che assorbe le produzioni alimentari nel macro-alveo della sicurezza nazionale. Tale tendenza ha, del resto, trovato una formalizzazione normativa nel DPCM 179/2020 che, individuando i nuovi beni e rapporti ai quali si applica la disciplina del c.d. golden power, include, all’art. 11, il filone del settore agroalimentare e dell’approvvigionamento di fattori produttivi. Si muove lungo lo stesso solco l’ordine esecutivo del 23 febbraio scorso con cui il Presidente degli Stati Uniti ha istruito le agenzie federali ad avviare una revisione delle supply chain giudicate strategiche. Oltre ai settori di difesa, sanità, tecnologie di tlc, energia, trasporti, viene inclusa anche la filiera della produzione alimentare. In altri termini, l’agricoltura appare destinataria di crescente attenzione da parte del decisore pubblico nel disegno delle politiche strategiche, in virtù di un progressivo allargamento del dominio della sicurezza nazionale ben formalizzato da Aresu (2020). La nuova tipizzazione delle priorità di sicurezza nazionale, che integra il filone della produzione agricola, sembra riguardare anche l’UE, nella misura in cui questa ha elevato la questione dell’autosufficienza alimentare del blocco a interesse strategico, sulla scorta delle supply shortages alimentari sperimentate con l’emergenza sanitaria da COVID-19:

 

La pandemia di COVID-19 ha sottolineato l'importanza di un sistema alimentare solido e resiliente che funzioni in qualsiasi circostanza e sia in grado di assicurare ai cittadini un approvvigionamento sufficiente di alimenti a prezzi accessibili” (Commissione europea, 2020).

 

A questo proposito, occorre segnalare lo scarto in avanti compiuto dall’UE sul terreno delle politiche agricole. Dal Trattato di Roma al negoziato per la costituzione dell’OMC, finendo con l’approccio nell’evoluzione del Modalities Paper del 2008 sulla riforma dell’Accordo sull’Agricoltura, l’UE è apparsa determinata a considerare l’agricoltura principalmente in una prospettiva di tutela (Venturini, 2015), spesso con venature protezionistiche, dei produttori dalle forze concorrenziali del mercato internazionale. Stando alle recenti evoluzioni, si registra dunque un aggiornamento dell’orientamento dell’Unione su agricoltura e agroalimentare, segnato da una riconfigurazione degli stessi come appendice del macro-tema della sicurezza nazionale.

 

La questione idrica.

 

Il piano, infine, affronta il nodo della tutela della risorsa idrica su cui l’Italia continua a scontare forti lacune: il Paese è primo per prelievi di acqua potabile nell’UE con 156 m3 per abitante, in crescita costante per 17 anni. La vera criticità è nella rete: le perdite reali nel 2015 sono state stimate in 3,2 miliardi di m3, circa 100 mila litri/secondo. Sarebbe dunque opportuno realizzare interventi incisivi, affinché non si ripetano situazioni paragonabili alla crisi idrica di Roma dell’estate 2017, dove i massivi prelievi dal lago di Bracciano ne compromisero il livello idrometrico. Ma proprio questa esperienza ha dimostrato i benefici dell’efficientamento di rete: i successivi interventi hanno portato al recupero di oltre 2.700 litri/secondo e una riduzione delle perdite dal 45% al 38%. Del resto, a dimostrazione del fatto che le risorse idriche siano, sempre più spesso, considerate come un vero e proprio asset, basti ricordare il referendum consultivo del 2018 per il passaggio della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola dal Piemonte alla Lombardia. Reale oggetto del contendere erano i canoni idrici: mentre la Lombardia ne attribuiva un’ampia quota alle Province, il Piemonte non prevedeva tale possibilità. Non si trattava quindi di una battaglia simbolica per astratte ragioni di appartenenza, bensì del riparto di risorse fondamentali per gli enti provinciali, da anni in crisi di liquidità.

 

Conclusioni.

 

In sintesi, il progetto analizzato, nonostante alcune criticità per una possibile sottostima delle risorse necessarie e per la difficile reperibilità della documentazione sull’effetto moltiplicatore dichiarato (40 miliardi), sembra comunque intraprendere, sul terreno della transizione ecologica, la giusta strada di una policy integrata e multisettoriale, realmente da sistema paese, che compendia una visione strategica d’insieme per lo sviluppo economico con impatti concreti sulla quotidianità dei cittadini. Allo stato attuale, l’evoluzione del dibattito pubblico, come già segnalato nell’introduzione, sembra ancora faticare a formalizzare un disegno di sistema sul tema della transizione ecologica. Basta osservare le evoluzioni del PNRR: sia la versione licenziata lo scorso mese di gennaio dal governo Conte II, sia la versione più recente del governo Draghi affrontano sì i filoni della tutela della risorsa idrica, dell’agricoltura e della produzione energetica, ma secondo una logica di segregazione verticale, ratione materiae, e non trasversale. A titolo esemplificativo, entrambi i piani danno ampio spazio al tema della gestione della risorsa idrica. Ciò, da una parte, segnala la consapevolezza dell’urgenza di interventi di efficientamento della rete, per ridurre i livelli di dispersione lungo l’intero ciclo, soprattutto attraverso una revisione della governance del sistema (PNRR Conte II, pp. 93-97 - PNRR Draghi, pp. 152-154); dall’altra, però, la questione non viene inserita in un contesto più ampio, in relazione, cioè, con filoni collaterali come, appunto, agricoltura e produzione energetica.

 

In aggiunta, entrambi i piani prendono in considerazione l’agroalimentare solo in una prospettiva di sostenibilità e circolarità dei processi produttivi (PNRR Conte II, pp. 80-83 - PNRR Draghi, p. 122-123), senza affrontare, quindi, il tema dell’autosufficienza alimentare, che, come visto supra, appare richiedere un approccio più strategico. Infine, è tratta solo marginalmente l’ipotesi di rilancio dell’idroelettrico, che viene affrontata sia dal piano Conte che da quello Draghi ma solo in una logica di manutenzione straordinaria e di completamento dell’esistente (PNRR Conte II, p. 93 - PNRR Draghi, p. 147), specie con riferimento al Mezzogiorno. Ciò, peraltro, nonostante l’attenzione che viene invece riservata alla tematica in oggetto nella Relazione delle Commissioni riunite 5° e 14° del Senato sulla proposta di PNRR, in cui si rappresenta l’esigenza di orientare l’azione del Governo al perseguimento dell’obiettivo di:

 

promuovere lo sviluppo dei nuovi sistemi di flessibilità, quali i sistemi di accumulo mediante pompaggio idroelettrico, in grado di migliorare la gestione dei carichi sulla rete di trasmissione nazionale e favorire la penetrazione delle fonti rinnovabili nel sistema” (p.56).

 

Più in generale, il progetto di Coldiretti, ponendo al centro il tema della gestione idrica, indica la direzione nella quale dovrebbe essere affrontata la transizione ecologica, cioè secondo una visione glocal: i temi globali relativi a cambiamento climatico, materie prime e produzione agricola devono essere sempre considerati in relazione agli impatti concreti sui territori. È proprio in questi ultimi, infatti, che si giocherà una delle partite principali per la riuscita non soltanto di progetti come quello analizzato ma anche, più in generale, del Green Deal europeo. Calando queste considerazioni nella dimensione nazionale, sarà opportuno trovare una “via italiana” alla transizione ecologica. Il nostro Paese, infatti, come viene opportunamente osservato nel PNRR Draghi (p.20), “ha un patrimonio unico da proteggere: un ecosistema naturale e culturale dal valore inestimabile, che rappresenta un elemento distintivo dello sviluppo economico presente e futuro” di intere realtà territoriali, invero spesso fertili per l’eventuale nascita di comitati contrari a nuove infrastrutture. Solo mettendo in campo progetti che tengano conto di queste premesse e garantiscano benefici economici ed occupazionali per quelle aree interne colpite da spopolamento e carenza di opportunità, l’Italia potrà agganciare le evoluzioni di lungo periodo legate alla transizione ecologica.

 

[1] Fotovoltaico ed eolico, nel periodo 2005-2018, sono cresciuti, rispettivamente, con un tasso medio annuo del +95% e del +17% (Terna, 2019).

 

 

Immagine: Centrale Idroelettrica Huanza Perù, Crediti: tuproyecto (pixabay.com) Copyright: Simplified Pixabay License

 

Aresu, A. (2020), Le potenze del capitalismo politico. Sati Uniti e Cina, Milano, La nave di Teseo

 

Il Sole 24 Ore (2021), n.73, Recovery Fund, 1,8 miliardi per gli invasi di montagna. Di Carlo Marroni

 

Marangoni, A. (2019), Il contributo economico e ambientale dell'idroelettrico italiano, Milano: Althesys

 

TERNA (2019), Contesto ed evoluzione del contesto elettrico, Roma

 

Venturini, G. (2015), L’Organizzazione Mondiale del Commercio - terza edizione, pp. 148-149


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