1 maggio 2022

La rappresentatività è antiquata?

 

 Istituzioni

 

 

Le democrazie moderne si fondano su un principio fondamentale: la rappresentatività. La volontà popolare, per potersi esprimere in maniera efficace, dev’essere imbrigliata nell’elezione di rappresentanti: a ogni sistema politico e costituzionale appartiene la scelta di modalità proprie, ma pare chiaro che in società sempre più complesse (e popolose) divenga necessario ridurre la vox populi a momenti e contesti ben localizzati, lasciando invece l’immensa mole di decisioni quotidiane a dei servitori del popolo (per usare un’espressione che riecheggia molto negli ultimi tempi).

 

La democrazia ateniese, con la sua Ekklesia in cui ogni cittadino aveva diritto di voto (anche se con l’immancabile esclusione di donne e schiavi), sembra dunque ormai un lontano ricordo: quasi un’età dell’oro della democrazia che, però, ha dovuto fare i conti con le inevitabili difficoltà pratiche dell’accogliere l’intera popolazione di uno Stato sulla collina della Pnice.

 

Eppure, è altrettanto evidente che l’idea di una sovranità popolare in quanto unica sorgente legittima del potere pubblico, sia forse ancor più radicata nella nostra concezione di democrazia che quella di un’assemblea rappresentativa: citando Rousseau, solo in quanto espressione della volontà generale “la loi peut tout faire, la loi ne peut mal faire”.  

 

Nella necessaria spaccatura tra questi due pilastri, tra popolo e rappresentanti, le Costituzioni cercano di inserire degli elementi di unione che possano garantire un dialogo e, talvolta, esporre i rappresentanti ad una responsabilità politica che vada al di là della cortina delle urne: seppur con un certo grado di semplificazione, possiamo dire che il referendum sia lo strumento principe in tal senso.

 

Lo scorso 16 febbraio la Corte costituzionale, con una vera e propria cascata di sentenze, si è pronunciata sull’ammissibilità della triade di referendum di cui tanto si era discusso quest’autunno: solo uno dei tre (in realtà composto da 5 quesiti separati) è stato giudicato ammissibile, il cosiddetto referendum sulla giustizia. L’esercizio di un essenziale strumento costituzionale, quale il referendum abrogativo previsto dall’art.75 della nostra legge fondamentale, ci offre lo spunto per una riflessione che vada più a fondo della valutazione sull’opportunità, o meno, dell’abrogazione delle disposizioni oggetto dei quesiti. L’ultima “stagione referendaria” ha infatti evidenziato più che mai come la clausola di salvaguardia prevista dall’Assemblea costituente per consentire un controllo esterno e diretto, in casi straordinari, sull’attività legislativa si stia trasformando quasi più in uno strumento di legislazione popolare.

 

Se i quesiti sulla legalizzazione della cannabis o sulla parziale depenalizzazione dell’omicidio del consenziente conservavano più evidentemente, seppur con certe problematicità, una funzione di effettivo controllo sull’operato del legislatore (volendo, in forme diverse, legalizzare dei comportamenti che i rispettivi comitati ritenevano i cittadini non considerassero più come riprovevoli, per lo meno nella misura in cui la legge attualmente li punisce), i 5 quesiti che saranno portati alle urne il 12 giugno hanno un carattere decisamente più sfumato.

 

Ben chiarendo che non si vuole qui, in nessun modo, mettere in dubbio il giudizio di ammissibilità effettuato dalla Corte costituzionale, che si basa su un disposto che limita l’esercizio della facoltà referendaria solamente in relazione all’abrogazione di “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali” nonché, seppur implicitamente, al rispetto degli altri principi posti dal medesimo testo costituzionale; bisogna notare come l’evidente scopo del referendum sulla giustizia, così come promosso dal rispettivo comitato, non sia tanto quello dell’abrogazione in maniera puntuale di misure ritenute ingiuste, ma quanto più quello di ottenere una vera e propria riforma in un certo campo del nostro ordinamento. La domanda che lecitamente sorge è, dunque, come possa uno strumento concepito come un’azione di censura per limitare in casi straordinari il legislatore, permettere al voto popolare diretto di sostituirsi parzialmente alla stessa assemblea legislativa, ottenendo un risultato, al contrario, positivo.

 

Non è la prima volta, nella storia della Repubblica, che lo strumento dell’art.75 viene utilizzato con lo scopo di ottenere una riforma sistemica: l’esempio più importante rimane, sicuramente, quello dei referendum che nel 1991 e nel 1993 hanno profondamente modificato il sistema politico italiano, portando tra le altre cose all’introduzione di un sistema elettorale prevalentemente maggioritario (in sostituzione a quello puramente proporzionale in vigore dal 1946). L’esito riformatore, in questo caso, non risultava però direttamente ricollegato al voto popolare: voto che, più che altro, doveva mettere con le spalle al muro l’assemblea rappresentativa, in modo che adottasse le riforme ritenute necessarie tramite l’espressione referendaria (cosa effettivamente avvenuta, ad esempio, con l’adozione del Mattarellum).

 

Il comitato promotore del referendum sulla giustizia, al contrario, sembra ricondurre immediatamente all’indomani della votazione la riforma sperata: in altre parole, l’iniziativa non è tanto volta a far si che l’Assemblea si trovi obbligata a prendere coscienza della volontà popolare, ma vuole far si che sia direttamente la volontà popolare ad ottenere l’effetto desiderato.

 

Il legame tra rappresentati e rappresentanti sembra quindi invertirsi: tant’è che sono gli stessi rappresentanti a spostare il dialogo fuori dall’aula e a farlo rimbalzare verso la tribuna popolare. Ricordiamo infatti, senza con questo sminuire la presenza di un fronte popolare favorevole, che i quesiti sono stati formalmente promossi da 5 consigli regionali (titolari dell’iniziativa referendaria in alternativa a 500.000 elettori, come previsto dall’art.75): il Parlamento, da luogo per eccellenza di produzione legislativa, è stato messo in secondo piano in un’ottica sempre più sprezzante di contrasto tra rappresentatività e democrazia diretta, peraltro promossa dalle stesse forze parlamentari. Se sono, infatti, gli stessi partiti a promuovere una riforma invece che in aula alle urne, viene spontaneo chiedersi fino a che punto la rappresentatività e i suoi postulati siano ancora veramente alla base della nostra idea di democrazia: siamo forse di fronte al grande debutto di un nuovo passaggio, anche grazie ai mezzi tecnologici, dalla democrazia rappresentativa a quella diretta?

 

Il fatto che, sempre di più, a partire da un certo momento, vi sia stato un crescente sentimento di sfiducia e avversità nei confronti della rappresentatività e dei suoi esponenti non è di certo una novità: in parte risiede nella natura umana avvertire un certo distacco verso chi dal “popolo” fa ingresso nelle “sale del potere”. Soffermandosi però sulle sue nature politico-giuridiche bisogna notare come, ancora una volta, la fine della prima Repubblica sia stata uno spartiacque: con i cosiddetti referendum “antipartitici” ad andare in crisi fu il nucleo stesso del sistema rappresentativo, il partito in quanto centro di aggregazione degli interessi sociali e politici dei singoli cittadini, colpito da una massiccia ondata di sfiducia. È inevitabile notare come l’associazione a cui la Costituzione da il compito di riunire i cittadini perché possano “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art.49), sia oggi di fatto una realtà collettiva marginale: nel 2019 l’Istat rilevava infatti che solo 4 milioni di persone sopra i 14 anni avevano partecipato ad attività di organizzazioni politiche, con un numero di iscritti totali che non superava su scala nazionale gli 800.000.

 

Ripercorrendo poi il cammino delle riforme istituzionali, la crescente distanza e insofferenza verso un sistema rappresentativo che prenda decisioni in maniera centralizzata è emersa nei molteplici tentativi, da un lato di riportare ad un livello più vicino al cittadino il processo decisionale (la riforma del Titolo V della Costituzione realizzata nel 2001, primo atto di quello che doveva essere un cammino verso un federalismo all’italiana, ne è l’esempio principale) e dall’altro di smantellare le “inutili” sovrastrutture della rappresentatività, fino a giungere al culmine del dimezzamento del numero di parlamentari, che avverrà a partire dalla prossima legislatura (approvato con un referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020).

 

La volontà di utilizzare lo strumento referendario come vero e proprio metodo di consultazione diretta della volontà popolare pare, dunque, perfettamente in linea con un’evoluzione sociale che tende sempre di più a guardare con diffidenza le decisioni prese all’interno di un’aula parlamentare: sembra quasi che si stia riprendendo il sentiero degli antichi fasti della democrazia ateniese.

 

La democrazia diretta assembleare, così come intesa nel V secolo A.C., è stata senz’altro succube delle difficoltà pratiche del porre in atto un tale genere di consultazione su larga scala. La mancanza di praticità, che sarebbe per altro superabile tramite l’utilizzo della tecnologia, non è però l’unica motivazione per cui si dovrebbe essere cauti su un eccesso di potere al popolo: già nell’antica Atene erano state ben evidenziate le storture di un sistema promosso come il più diretto ed eguale per tutti. Chiamare a votare l’intera popolazione sulle materie più disparate ha, infatti, un grande ed inevitabile rischio: i demagoghi. Per quanto la popolazione possa essere informata sulla questione all’ordine del giorno, vi sarà sempre infatti una possibilità di polarizzazione del dibattito: viene da sé che, in un’assemblea di milioni di individui (ad oggi potenzialmente virtuale) non vi possa essere la stessa articolazione dialettica che in un gruppo di rappresentanti tutto sommato ridotto. Il pericolo di seguire la voce più suadente, prendendo talvolta delle decisioni aberranti, è quindi particolarmente concreto.

 

Una moderna assemblea parlamentare non rimuove totalmente questo rischio, ma ha dalla sua parte un grande vantaggio: seppur sempre di decisione a maggioranza si parli, un’assemblea eterogenea volta (per lo meno in un sistema proporzionale) a rappresentare i più svariati interessi, diventa il luogo del dialogo e del compromesso. Così il Parlamento evita la tirannia della maggioranza: la minoranza non viene annullata, ma può partecipare attivamente al processo decisionale. La legge diventa quindi, idealmente, un’opera di sintesi tra maggioranza e minoranza: opera che non può essere realizzata di fronte ad un secco quesito referendario. Parafrasando Norberto Bobbio: la democrazia non è imperio della maggioranza, ma bensì partecipazione delle minoranze.      

 

Ritornando al referendum sulla giustizia: la tendenza ad utilizzare il referendum abrogativo con lo scopo di ottenere un esito riformatore dovrebbe farci riflettere, non tanto perché una tale scelta sia rimessa direttamente nelle mani dell’elettorato, ma perché per farlo viene utilizzato uno strumento che non era stato in alcun modo pensato a tal fine. Sottoporre tramite una serie di quesiti secchi una vera e propria riforma è quanto meno rischioso: soprattutto considerando che, così com’è concepito, il referendum previsto dall’art.75 non permette di aggiungere una sola virgola al dettato legislativo. Bisogna dunque appoggiarsi ad una claudicante operazione di bricolage per poter ottenere il risultato atteso, quando questo, passando per le vie canoniche delle aule parlamentari, riuscirebbe ad essere più coerente ed omogeneo.

 

Detto ciò, la mutata sensibilità sociale da un lato, e l’evoluzione tecnologica dall’altro, ci pongono di fronte all’opportunità di riformare gli strumenti esistenti, fornendo alla cittadinanza i giusti mezzi per poter prendere parte più spesso al processo decisionale.

 

La rappresentatività è quindi antiquata? Forse sì, ma come già fatto nel 1948 dalla nostra Costituzione, è solo nel giusto equilibrio tra rappresentatività e sovranità popolare che si può scongiurare il rischio di una tirannide dei pochi, da un lato, e di una della maggioranza, dall’altro.

 

Immagine: Palazzo della Consulta, Crediti: Richard Mortel (flickr.com) BY-NC-SA 2.0.

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