7 aprile 2021

I sentieri della cultura liberale nel Novecento italiano. Intervista a Giuseppe Bedeschi

Pensiero politico

 

Questa intervista è il terzo di una serie di Dialoghi con personalità dell'accademia e della cultura che la sezione di Pensiero Politico sta realizzando nel contesto di un approfondimento del rapporto fra Liberalismo e cultura politica in Italia e in Europa. 

 

Giuseppe Bedeschi è professore emerito di Storia della Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Ha dedicato la prima fase dei suoi studi al pensiero di Marx (prestando particolare attenzione al rapporto con Hegel), alla tradizione marxista e alla Scuola di Francoforte. Ha poi approfondito i grandi temi etico-politici della tradizione liberale classica, sia con opere di carattere generale, sia con saggi specifici sul pensiero politico di autori come Kant e Tocqueville. Parte della ricerca di Bedeschi è rivolta alla ricostruzione del dibattito politico novecentesco in Italia, soprattutto nel secondo dopoguerra e nel contesto della Prima Repubblica. Tra le numerose opere ricordiamo almeno: Alienazione e feticismo nel pensiero di Marx (Laterza, 1968); Politica e storia in Hegel (Laterza, 1973); Introduzione a La Scuola di Francoforte (Laterza, 1985); La prima Repubblica (1946-1993). Storia di una democrazia difficile (Rubbettino, 2013); Storia del pensiero liberale (Rubbettino, 2015); I maestri del liberalismo nell’Italia repubblicana (Rubbettino, 2021)

 

 

 

1) Il termine liberalismo notoriamente emerge solo a inizio 800. Lei, in Storia del pensiero liberale, ha tuttavia argomentato a favore della legittimità di usare il concetto di liberalismo come “ideal-tipo” per lo studio di una vasta gamma di pensatori, inclusi autori del 600-700 come Locke Montesquieu o Kant. Quali sono i rapporti fra il cosiddetto liberalismo della prima modernità e quello dell’800-900?

 

C’è una sostanziale continuità, i pensatori della prima modernità non hanno polemizzato tra di loro. Ad esempio, un pensatore come Constant ha sempre presente l’esperienza inglese e Locke. C’è un continuo sviluppo, non vedrei fratture. Dei ripensamenti radicali li vedo invece nel Novecento. Prenda un esempio in un certo senso classico, Friedrich von Hayek. Hayek reagisce in modo aspro e spesso veemente contro l’intromissione dello stato nella vita dei cittadini, nella vita dei singoli. Hayek diffida anche del welfare, non perché non voglia che le persone indigenti, che non riescono a guadagnarsi una vita e così via non debbano essere aiutate dallo Stato – questo lo afferma chiaramente - ma devono essere interventi puramente assistenziali. Lo Stato non può pianificare una politica sociale, perché pianificare una politica sociale significa limitare la libertà dei singoli, significa intervenire inevitabilmente sul mercato. Il mercato per Hayek è l’elemento decisivo, il termometro decisivo di una società liberale.

 

2) Nel suo libro I maestri del liberalismo nell’Italia repubblicana lei ha sottolineato come sia stato difficile per il pensiero liberale farsi strada nel contesto politico e culturale italiano. Nel secondo dopoguerra, dopo l’esperienza del fascismo, la cultura cattolica e soprattutto quella marxista avevano guadagnato una posizione egemonica nel dibattito intellettuale, sia per quanto riguarda l’interpretazione delle cause dell’avvento del regime di Mussolini, sia per le prospettive future di ricostruzione della Repubblica. Ci può illustrare quali furono le tesi che costituirono il terreno di scontro tra cultura marxista e liberale in quel periodo?

 

La cultura liberale fu nettamente minoritaria dopo la caduta del Fascismo. A questo proposito si possono citare anche dei dati elementari, ma molto significativi. Un settimanale liberale di grande prestigio, di altissimo livello culturale come “Il Mondo” di Pannunzio non vendette mai più di trentamila copie, ed era il settimanale in cui erano confluiti gli allievi e seguaci di Croce, come Antoni per esempio, e gli allievi e seguaci allievi di Salvemini, come Ernesto Rossi. Perché il pensiero liberale si è trovato in una condizione di minorità?  Probabilmente per il fatto che, da un lato, il crollo del Fascismo e la vittoria dell’Unione sovietica, il suo ruolo decisivo nella guerra contro il nazifascismo, avevano mitizzato l’URSS e le cosiddette democrazie popolari e i comunisti italiani presentavano l’URSS come un mondo superiore, come una civiltà superiore. Dall’altro lato, la Democrazia Cristiana ebbe un ruolo fondamentale e bisogna dire che De Gasperi – e qui si vede la grandezza di De Gasperi – si giovò della collaborazione di grandi liberali, basti pensare al ruolo di Luigi Einaudi, che divenne anche presidente della repubblica, e poi a personalità come La Malfa, come Merzagora e via dicendo. Però la cultura cattolica, la dottrina sociale della Chiesa continuarono ad avere una grande importanza, anche per l’appoggio massiccio della Chiesa di allora - la nostra non era ancora una società secolarizzata come oggi. Di qui però il ruolo fondamentale di personalità come Luigi Einaudi nel tenere viva la fiaccola del liberalismo, con l’idea fondamentale che la società libera è una società in cui i cittadini possono scegliere la propria professione, il proprio lavoro, possono fondare aziende, si possono costituire cooperative (Einaudi prevedeva anche forme economiche di questo tipo). Egli diceva che uno spirito libero plasma una società libera.  Badi bene, società libera, non società capitalistica. Einaudi negava la validità di questa definizione di società capitalistica, perché diceva che la società libera è quella che si basa sull’attività economica individuale e sulla libera impresa. Il protagonista della società liberale è l’imprenditore, è l’inventore, quello che riesce a mettere in piedi grandi imprese economiche e così via; i capitalisti invece sono coloro che investono i capitali nelle banche. Solo una società libera è capace di progredire continuamente. Progredendo continuamente e creando una quantità sempre maggiore di ricchezza è una società che poi può aiutare i poveri e gli indigenti e soprattutto può porsi un obiettivo fondamentale, cioè quello di rendere l’istruzione obbligatoria per tutti e mettere tutti i giovani, quale che sia la loro posizione economica, a eguali punti di partenza. Quest’idea di Einaudi era un’idea feconda che poi ha prodotto risultati formidabili, si pensi a quello che è stato in Italia il miracolo economico, dalla seconda metà degli anni ’50 fino a metà degli anni ’60. Il nostro paese da paese prevalentemente agricolo e largamente arretrato per tanti aspetti, diventa pian piano una delle grandi potenze economiche in Europa e anche nel mondo.

 

3) Uno dei momenti che ha lasciato il segno sul modo in cui si parla di liberalismo in Italia è stato sicuramente il dibattito tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi e in particolare la questione del rapporto fra libertà economica e politica (la dicotomia liberismo/liberalismo). Qual è la sua visione della distanza fra queste due prospettive, del loro margine di comunicazione (se ritiene che ci sia), e sull’attualità di questo dibattito?

 

Io ritengo che questo dibattito fra Croce ed Einaudi, questa diversa visione del liberalismo, sia stato un fatto molto importante. Io ritengo che le ragioni di Einaudi fossero vincenti. Croce diceva che la nostra fiaccola, la nostra stella polare, deve essere la libertà. Questa libertà non veniva definita molto precisamente da Croce, ma si intendeva che fosse il complesso delle libertà civili e politiche. Secondo me, l’elemento debole della concezione crociana andava cercato nel fatto che Croce svincolava completamente la libertà dai contesti economico-sociali e arrivò addirittura, in un paio di occasioni, ad affermare che anche una società comunistica poteva essere una società liberale, purché garantisse le libertà civili e politiche. Ora, se si fa una rassegna dei liberali dal secondo dopoguerra in poi, si vede che anche personalità che hanno risentito molto dell’influsso di Croce, come Carlo Antoni, Nicola Matteucci, Rosario Romero, hanno corretto Croce su questo punto. Antoni, che è stato per lunghi anni un crociano di stretta osservanza, in quel bellissimo libro che è La restaurazione del diritto di natura dice che, per avere una concezione forte del liberalismo, bisogna dare all’individuo quel ruolo nella storia che Croce non gli ha dato. Per Croce il protagonista della storia non è l’individuo, è lo spirito del mondo. Gli individui sono portatori dello svolgimento questo spirito e le loro opere sono opere dello spirito del mondo. Ora, ne La restaurazione del diritto di natura Antoni polemizza, critica questa concezione crociana e dice che bisogna recuperare in qualche modo il giusnaturalismo, la tradizione giusnaturalistica che Croce invece aveva completamente rifiutato e svalutato. Ecco, la stessa esigenza si ritrova in Nicola Matteucci, che pure si era formato alla scuola crociana, aveva frequentato l’Istituto di Studi Storici a Napoli, era stato allievo anche di Chabod. Anche Matteucci insiste sul fatto che quando si parla di libertà bisogna specificare il complesso delle libertà che costituiscono la libertà in generale e bisogna nutrire il liberalismo con una serie di indagini empiriche: il liberalismo deve far proprie le conquiste e gli studi delle scienze sociali.

 

4) Nel panorama culturale italiano un altro confronto importante è stato tra chi come Bobbio sosteneva la posizione del positivismo giuridico e autori che proposero un recupero della tradizione del giusnaturalismo come paradigma alternativo per pensare un ordine liberale, come Carlo Antoni e Nicola Matteucci. Quali furono le ragioni di questo confronto e che strategie vennero adottate per ridare credito ad una posizione che allora sembrava minoritaria come quella del diritto naturale?

 

La domanda che pone è interessante e solleva un problema complesso. Norberto Bobbio è un pensatore complesso e composito e per certi versi contraddittorio. Mi spiego. Nel suo primo libro, Politica e Cultura, in un bellissimo saggio su Croce e il liberalismo, muove al liberalismo crociano accuse gravissime di astrattezza. Alla fine di questo saggio Bobbio dice che se dovesse mettere in mano a un giovane dei testi liberali gli darebbe i testi di Luigi Einaudi e non quelli di Benedetto Croce. Detto ciò, però, una cosa colpisce, cioè che nel liberalismo di Bobbio il ruolo del mercato è molto ridotto, quasi inesistente, non parla mai del mercato. Dopo aver esaltato Einaudi, nella cui concezione il mercato ha un ruolo fondamentale, Bobbio poi invece non gli dà questo ruolo. Un’altra difficoltà o aporia è che Bobbio, per un verso, è stato un giuspositivista come Kelsen, ma per un altro verso è stato sempre uno studioso attento ed estremamente acuto della tradizione giusnaturalistica, basti pensare ai suoi corsi su Locke e su Kant politico. La componente giusnaturalistica e l’ispirazione profondamente individualistica del liberalismo ritorna in Bobbio in modo massiccio e in contraddizione con il suo giuspositivismo.

 

5) Uno dei temi su cui grandi intellettuali italiani del 900 come Bobbio e Sartori hanno insistito è il rapporto libertà-eguaglianza. Qual è stato il contributo di questi pensatori a tale riflessione nell’ambito della discussione sulla forma e i fini da dare alla democrazia italiana, e qual è l’importanza di questa tensione per le liberal-democrazie contemporanee?

 

Lei ha fatto giustamente a questo proposito il nome di Sartori. Secondo me la riflessione di Sartori a proposito del rapporto fra libertà ed eguaglianza è una riflessione molto importante e matura. Sartori diceva che quando si parla di liberaldemocrazia parliamo, come dice la parola stessa, di libertà ed eguaglianza. La libertà però è l’elemento fondamentale e primario. Ci possono essere persone tutte uguali – si pensi agli schiavi – che sono uguali ma non hanno libertà. Il primo valore è la libertà. Parliamo di uguaglianza in democrazia perché nelle nostre società moderne l’intervento dello Stato (si pensi al welfare) è un intervento di grandissima importanza, che però naturalmente non deve mai ledere i diritti di libertà.

 

Giuramento di Luigi Einaudi come Presidente della Repubblica, 1948. Licenza Wikimedia Commons. Immagine di dominio pubblico.

Bibliografia

Antoni, C. (1959), La restaurazione del diritto di natura, Vicenza: Neri Pozza.

Bedeschi, G. (2015), Storia del pensiero liberale, Soveria Mannelli: Rubbettino.

Bedeschi, G. (2021), I maestri del liberalismo nell’Italia Repubblicana, Soveria Mannelli: Rubbettino.

Bobbio, N. (2013), Politica e Cultura, Torino: Einaudi.


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