1 agosto 2021

Dal Colloque Lippmann alla Mont Pelerin Society: microstoria del neoliberalismo

Pensiero politico

 

Recensione a Innset, O. (2020), Reinventing Liberalism. The Politics, Philosophy and Economics of Early Neoliberalism, Cham: Springer.

 

A partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008, il termine “neoliberalismo” è entrato a far parte del lessico quotidiano del dibattito pubblico e accademico e, a torto o a ragione, è stato utilizzato per riferirsi a un insieme di mutamenti socio-economici, di misure politiche e di concezioni teoriche generalmente favorevoli al libero mercato che si pensa abbiano dominato l’ultimo ventennio del Novecento e l’inizio del nuovo millennio. La letteratura accademica, nel tentativo di rintracciarne le origini, ha individuato un primo utilizzo del termine in due eventi che videro riunirsi alcuni noti economisti e pensatori politici liberali con l’intento di riadattare i principi del liberalismo classico al contesto storico del primo e del secondo dopoguerra, su cui gravava l’ombra degli Stati totalitari. Si tratta, in primo luogo, della conferenza tenutasi a Parigi in occasione dell’uscita di The Good Society, libro del giornalista americano Walter Lippmann, che divenne famosa come Colloque Lippmann (1938) e, in secondo luogo, dell’incontro inaugurale della Mont Pelerin Society (1947), il think tank voluto fortemente da Friedrich August von Hayek per riprendere quanto era stato interrotto dagli anni di guerra.

 

Molti autori hanno preso le mosse da questi eventi per elaborare una ricostruzione razionale del pensiero neoliberale, spesso con intenzioni molto critiche. La tendenza maggioritaria è a identificare il neoliberalismo come un tentativo di riorganizzare le strutture sociali e politiche a favore dei principi di competizione e mercato, istituendo un regime concorrenziale che escluda il perseguimento di altre tipologie di fini individuali. A partire da qui si è interpretato il neoliberalismo alternativamente come un tentativo di restaurare un dominio di classe sulla scena politica occidentale (Harvey, 2005) o come un progetto teorico unitario radicale a favore del laissez-faire (Burgin 2012, Stedman Jones, 2012). Lo sguardo dell’ultimo libro di Ola Innset, giovane studioso norvegese, è diverso. Anziché tentare la strada della valutazione normativa del neoliberalismo come corpus teorico o ideologico, Innset opera da storico delle idee e adotta due punti di vista metodologici particolari: il primo è il contestualismo della scuola di Cambridge, che presta grande attenzione all’ambiente linguistico e intellettuale concreto in cui gli autori esaminati si trovano a sviluppare il proprio pensiero e all’insieme di problemi e intenzioni contingenti che ne coordinano l’articolazione; il secondo consiste nella microstoria, ossia l’intuizione che eventi singoli e particolari all’apparenza minuti possano costituire espressioni emblematiche e tangibili dei fenomeni che si intende esaminare. Queste due prospettive giustificano l’analisi dettagliata del colloque Lippmann e, soprattutto, dell’inaugurazione della Mont Pelerin (di cui abbiamo documenti fotografici e trascrizione quasi completa degli interventi dei partecipanti) come elementi da cui estrarre un quadro dei tratti comuni del primo neoliberalismo, con un ancoramento saldo al dato storico.

 

Il risultato generale della ricerca di Innset mette in discussione le ricostruzioni che identificano il neoliberalismo con il laissez-faire, perché mostra come questo movimento intendesse riformulare i principi dell’ordine di mercato sia contro il socialismo, sia contro gli eccessi e i potenziali disequilibri di un assetto sociale completamente privo di un’autorità in grado di garantire la persistenza e la stabilità della competizione. Il testo è dunque costruito intorno alla tesi che l’essenza del neoliberalismo sia questo «duplice argomentazione» (Innset, 2020, p. 32), la cui elaborazione è inserita nella lunga traiettoria storica del primo XX secolo. Il primo corno dell’argomento riguarda la critica della pianificazione centralizzata condotta soprattutto da autori della scuola austriaca di economia come Mises e Hayek. Secondo questi ultimi, un regime di carattere socialista era destinato al fallimento nella pratica per l’impossibilità del pianificatore di allocare correttamente i mezzi di produzione fra i loro usi alternativi, poiché questa funzione di calcolo economico poteva essere svolta solo in presenza di un sistema di prezzi di mercato che rivelasse le valutazioni soggettive dei consumatori. Soprattutto Hayek, poi, elaborò una versione epistemologica di questo argomento, in cui veniva messo l’accento sul carattere disperso e frammentario della conoscenza nella società e sui prezzi come ordine spontaneo e impersonale in grado di mediare tra contenuti informativi parziali, privati e mutevoli che nessun legislatore potrebbe raccogliere e utilizzare in modo efficiente per ordinare dall’alto le azioni umane. Innset riconduce il primo sviluppo di questi argomenti, quello di Mises, al contesto storico della Vienna rossa, e lo interpreta come una risposta agli esperimenti socialisti austriaci che sembravano più vicini e pressanti di ciò che accadeva contemporaneamente in Russia. Egli, tuttavia, riconosce correttamente come i riferimenti politici e culturali delle stesse tesi mutino di lì a poco: fu infatti The Good Society di Lippmann (che criticava l’espansione delle competenze statali avviata dal New Deal di Roosevelt) e le seguenti discussioni nel colloque a saldare l’analisi della pianificazione e del socialismo come controllo centralizzato dei mezzi economici con la previsione e la critica degli esiti totalitari di queste misure politiche.

 

Se si dovesse considerare solo questo livello argomentativo, sarebbe legittimo affermare che la critica del socialismo equivalga a una giustificazione del laissez-faire, ma Innset intende mostrare che non è questo l’obiettivo del neoliberalismo. Soprattutto nei contributi della corrente ordoliberale tedesca, viene riscontrata una preoccupazione per i possibili esiti di concentrazione monopolistica di ricchezza e risorse in un regime di mercato non regolato. Questa posizione, che per Innset è mutuata dai contatti con alcuni intellettuali della sinistra tedesca – uno su tutti, il sociologo Franz Oppenheimer, di cui furono allievi sia Rüstow che Röpke-, indusse il movimento neoliberale non ad appoggiare una forma di liberal-socialismo, ma a ripensare il ruolo dello Stato come garante di una cornice giuridica che produca e mantenga un ordine di mercato concorrenziale e competitivo, agendo sui settori in cui i gruppi d’interesse minacciano di creare barriere artificiali all’ingresso e non accettando di soddisfare le richieste di privilegi politici da parte di questi stessi gruppi. Pertanto, i mercati vengono considerati un motore di sviluppo fondamentale e a tutti gli effetti dei «mediatori della modernità» (Innset, 2020, p. 32). Tuttavia, la competizione è un elemento che va istituito, mantenuto e salvaguardato da uno Stato forte e imparziale rispetto a minacce endogene ed esogene. Questa concezione, nota Innset, viene accettata da Hayek nell’organizzazione generale della Mont Pelerin e negli interventi dell’incontro del ’47.

 

L’intuizione di Innset in realtà è meno isolata di quanto si pensi, poiché una parte di letteratura ha già articolato in questo senso l’ambivalenza del rapporto Stato-mercato nell’elaborazione teorica neoliberale (Mirowski e Plehwe, 2009). Tuttavia, uno dei punti deboli di quest’ultimo filone critico è la mancata percezione dell’eterogeneità delle posizioni nel contenitore teorico del neoliberalismo, dalla metodologia alle conclusioni normative, cosa che impedisce di assimilare tutti gli autori in un singolo collettivo di pensiero (Shearmur, 2019. Ne abbiamo parlato in precedenza anche in questo articolo). Il contestualismo e l’analisi dettagliata dei testi aiutano sicuramente Innset a non cadere in questa semplificazione e, per esempio, a evidenziare lo spettro delle differenze, emerse alla Mont Pelerin, per esempio tra le idee radicali di Mises, i tentativi di compromesso di Hayek e la posizione più vicina alla socialdemocrazia di un autore come Popper. Tuttavia, è vero anche che il riferimento alla microstoria può generare anche qualche illusione ottica, poiché dagli interventi minuti del Colloque e della Mont Pelerin non emergono tutte le differenze rilevanti tra le prospettive teoriche. Per esempio, sarebbe opportuno sottolineare come il ruolo dello Stato nel mantenere il mercato fosse inteso in modo diverso, per esempio, in Hayek e nell’ordoliberalismo maturo. Se quest’ultimo mostrava persino delle preoccupazioni morali conservatrici nella conservazione della piccola proprietà (soprattutto agricola) contro le grandi concentrazioni industriali, in Hayek mancano tali motivazioni ed è invece presente il desiderio di un generale arretramento dello Stato e di un ritorno alla responsabilità individuale nelle scelte economiche, pur con la garanzia di un minimo sociale e la possibilità di interventi legislativi residuali laddove il mercato avesse provocato cattivi equilibri interpersonali (Masala, 2017). Innset, inoltre, viene parzialmente sviato su questa linea di ragionamento anche riguardo al tema della limitazione della democrazia. Egli nota correttamente -ed è un punto di originalità rispetto alle altre analisi – che la tensione tra libertà e democrazia è una questione importante da subito per il laboratorio politico neoliberale, specie per quanto riguarda il pericolo che lo Stato inizi a rispondere a tutte le scelte redistributive dei gruppi d’interesse, aumentando così lo spazio delle scelte collettive. Innset, tuttavia, collega troppo strettamente questa tendenza ad alcune intuizioni della destra tedesca e in particolare di Carl Schmitt sul tema della differenza tra un auspicabile totalitarismo qualitativo (appunto quello di uno Stato forte) e quantitativo. Tuttavia, soprattutto in Hayek questa tentazione è difficile da rinvenire, in particolare perché il desiderio di una riduzione delle scelte collettive è comunque legato alla dimensione giuridico-costituzionale, che è di natura diversa rispetto al decisionismo tutto incentrato sul ruolo ordinatore dell’esecutivo di Schmitt.

 

Al netto di queste ultime osservazioni critiche, il testo di Innset rimane un’accurata prova di storia intellettuale, la cui utilità traspare nell’opera di contestualizzazione dello sviluppo del neoliberalismo, soprattutto per quanto riguarda la mappa politica e ideologica germanofona del primo Novecento e la dettagliata analisi di documenti non sempre considerati nelle operazioni di ricostruzione razionale di questa area di pensiero. Va sottolineato, in ogni caso, come Innset non perda mai di vista la rilevanza teorica del tema trattato. Le relazioni ambivalenti tra libertà individuale e scelte collettive, tra azione politica e ordine di mercato, rimangono tutt’ora temi di accesa discussione nell’ambito della riflessione liberale, e la ricostruzione storica di questo dibattito può contribuire non solo a chiarirne le elaborazioni passate, ma anche a illuminare le possibili prospettive future.

 

Immagine: Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek. Licenza Creative Commons

Bibliografia

Burgin, A. (2012), The Great Persuasion: Reinventing Free Markets since the Depression. Cambridge, Mass., Harvard University Press.

Harvey, D. (2005), A Brief History of Neoliberalism. Oxford, Oxford University Press.

Innset, O. (2020), Reinventing Liberalism. The Politics, Philosophy and Economics of Early Neoliberalism, Cham: Springer.

Masala, A. (2017), Stato, società e libertà. Dal liberalismo al neoliberalismo, Soveria Mannelli, Rubbettino.

Mirowski, P., e Plehwe, D. (eds.) (2009), The Road from Mont Pèlerin: the Making of the Neoliberal Thought Collective, Cambridge, Mass., Harvard University Press.

Shearmur, J. “Un ‘collettivo intellettuale’? Diversità e conflitti nella prima Mont Pèlerin Society”, in Rivista di Politica, n. 1, gennaio-marzo 2019, pp. 151-170.

 


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