29 gennaio 2022

Contro la spietatezza: il liberalismo come ethos del limite

Pensiero politico

 

Questo articolo fa parte del ciclo di approfondimenti su momenti e protagonisti della tradizione liberale promosso dalla sezione di Pensiero Politico.

 

Recensione a Cherniss, J. (2021), Liberalism in Dark Times. The Liberal Ethos in the Twentieth Century, Princeton: Princeton University Press.

 

Sembra un’ovvietà che in politica bene e male vadano di pari passo con buone e cattive persone, ossia che buone persone animate da buone intenzioni producano bene, mentre miseria e ingiustizia siano la conseguenza di individui o incapaci o malvagi, che agiscono per un interesse di parte o per soddisfare la propria sete di potere o di denaro. Se certamente la seconda metà di questa asserzione è confermata dalla galleria di figure e azioni deprecabili che qualsiasi libro di storia fornisce, la prima è molto più raramente vera. I dilemmi più problematici sono proprio posti dai casi in cui a causare disastri sono ideali umanitari e nobilissimi, la cui – solitamente mancata – realizzazione viene usata come pretesto per giustificare qualsiasi effetto collaterale, dai massacri alle carestie. L’esempio più ovvio è probabilmente il Terrore della Rivoluzione Francese, che da emblema per eccellenza della modernità e dell’emancipazione è rapidamente collassata nel rovescio demoniaco degli ideali che pretendeva di proclamare. È con questo paradosso che si apre l’ultimo libro di Joshua Cherniss, professore di teoria politica alla Georgetown University: «come gli idealisti umanitari diventano sterminatori di esseri umani?» (Cherniss, 2021, p. 1).

 

La risposta ha a che fare più con la forma che con la sostanza della politica e consiste nella spietatezza (ruthlessness). Questa, a sua volta, può essere il prodotto di due tendenze contrapposte, che tendono facilmente a collassare l’una nell’altra: da una parte il moralismo sfrenato di chi mette tutto al servizio di un ideale, che diventa così un fine capace di giustificare qualsiasi mezzo, dall’altro il pragmatismo miope e cinico di chi rifiuta qualsiasi ideale e trasforma la politica in una lotta, in cui ogni espediente è valido a patto che serva l’interesse dell’agente in questione. In entrambi i casi – e soprattutto quando i due vengono combinati e un’economia della violenza messa al servizio di princìpi assoluti – il risultato è la rimozione di qualsiasi limite o, in altri termini, una posizione anti-liberale. Il libro di Cherniss muove dall’assunto che questo tipo di anti-liberalismo sia stato una cifra caratteristica della storia del Novecento e che proprio ad esso siano da imputare gran parte delle tragedie più atroci che ne hanno fatto un secolo di estremi, dai campi di sterminio ai gulag. È soprattutto il caso di questi ultimi ad essere rilevante, perché – se oggi nessuno esita a condannare gli ideali di fascismo e nazismo come spregevoli ed inaccettabili – i regimi comunisti o socialisti hanno affermato di voler realizzare gli stessi princìpi di uguaglianza, libertà ed emancipazione che il liberalismo ha sempre proclamato.

 

L’argomentazione del libro muove dalla ricostruzione storica del modo in cui una serie di figure hanno criticato queste tendenze e in particolare l’anti-liberalismo di sinistra, proponendo come alternativa quello che Cherniss chiama tempered liberalism. Non si tratta di una “tradizione” in senso stretto perché è composta da figure che non solo si sono raramente considerate liberali in prima persona, ma che hanno anche sviluppato le loro esperienze intellettuali in larga parte indipendentemente l’una dall’altra. L’aspetto più interessante dal punto di vista storico è proprio la loro selezione, che si discosta dai canoni di ciò che è considerato il liberalismo del Novecento: Albert Camus, Raymond Aron, Reinhold Niebuhr e Isaiah Berlin sono i protagonisti di quattro capitoli monografici preceduti – in modo ancor più sorprendente – da uno dedicato alla tensione fra le prospettive polari di Weber e Lukács. È nel contesto tedesco e mitteleuropeo di inizio secolo che l’origine dei temi che saranno centrali per il tempered liberalism viene rinvenuta: tanto Weber quanto Lukács – le cui esperienze intellettuali e biografiche sono strettamente intrecciate – sperimentano il fascino contrapposto di ideali rivoluzionari e del pragmatismo machiavellico della Realpolitik. Il secondo sceglie la strada dell’assolutismo morale per sfuggire alla frustrazione di un mondo imperfetto; questo lo porta dopo la Prima Guerra Mondiale alla convinzione che «la strada del paradiso passi per la violenza» (Cherniss, 2021, p. 58). Il primo, al contrario, è in grado di resistere entrambe le tendenze in nome dell’etica apparentemente grigia e meno eroica di una responsabilità prosaica e misurata, che rifiuta tanto il “panmoralismo” quanto il pragmatismo bieco.

 

È questa accettazione della difficile coesistenza di ideali e pulsioni contrapposte che accomuna le quattro figure dei protagonisti del libro, le cui posizioni variano significativamente, dal moralismo pronunciato di Camus al realismo di Aron, dal cristianesimo di Niebuhr al liberalismo molto più canonico di Berlin. Nonostante le loro divergenze, sono tutte prospettive elaborate in contrapposizione a quella che tra le due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra era percepita come una crisi di credibilità del liberalismo. Di fronte alle minacce estreme e radicali dei totalitarismi o ai mali endemici dell’ingiustizia e della miseria la risposta più adeguata sembrava – e spesso tuttora sembra – consistere in misure altrettanto estreme e radicali. Ne risulta quello che Cherniss chiama il liberal predicament: come può il liberalismo opporsi alla sfida della spietatezza senza diventare spietato a sua volta?

 

Queste quattro figure hanno tutte cercato di rispondere che la via dell’estremismo conduce a tirannidi, oppressioni e distruzioni molto maggiori dei mali che pretende di combattere. Hanno pertanto scelto di percorrere la strada apparentemente semplice ma in realtà molto più impegnativa dell’invocazione della moderazione, della misura, del limite. Ad accomunarli è anche il fatto di non aver mai proposto una dottrina liberale sistematica o definitiva, ma piuttosto un orientamento etico, che Cherniss ricostruisce attraverso l’analisi non solo di trattati e articoli accademici, ma anche di romanzi, discorsi, lettere. Intorno alla metà del secolo, questi pensatori prospettano una dicotomia fra due tipi di politica: da una parte quella sfrenata della spietatezza, dall’altra quella di un liberalismo come arte del limite.

 

Il risvolto più interessante di questa disamina storica è l’importanza attribuita al concetto di ethos. Quest’ultimo viene teorizzato da Cherniss nei termini di «un complesso di disposizioni, percezioni, auto-comprensioni, valori, e stili, che interagiscono nel guidare il modo in cui un agente si rapporta al mondo» (Cherniss, 2021, p. 31). Molto più vicino ad un tratto caratteriale che ad una serie di princìpi, un ethos politico non detta cosa fare ma come approcciare dilemmi e decisioni. Se quello dell’anti-liberalismo consiste nella spietatezza, quello del tempered liberalism è caratterizzato dal rifiuto di soluzioni facili, di grandi narrative storiche e di qualsiasi assolutismo pragmatico o morale. Ne risulta un’accettazione del pluralismo e della fallibilità, che si trasforma in risoluta certezza solo quando si tratta di affermare che il fine non giustifica i mezzi e che nessun traguardo può essere abbastanza illuminato da legittimare l’assassinio, la tortura o la degradazione dell’essere umano. Se anche la violenza e la coercizione sono componenti ineliminabili della politica, esse vanno viste sempre come mali talvolta necessari, ma comunque detestabili e da minimizzare. Questo non ne fa in alcun modo una difesa dello status quo. La fermezza che porta a porre limiti definiti alle possibilità della politica scaturisce da un’indignazione nei confronti della sofferenza e dell’ingiustizia che incoraggia un costante atteggiamento riformista, ma graduale e moderato, che non crede alle soluzioni rivoluzionarie e diffida delle utopie.

 

Il risultato teorico è un liberalismo che si differenzia tanto da quello rawlsiano quanto da quello della Scuola Austriaca o da quello giusnaturalista nell’avere come oggetto e fulcro primario una teoria etica nel senso classico del termine – ossia una teoria dell’ethos – e non una prospettiva istituzionale o giuridica. Invece che su una “struttura di base”, il tempered liberalism si concentra sulla qualità delle persone che vivono in un certo contesto. In questo senso non è incompatibile né indipendente da altre prospettive teoriche, e tutti i suoi quattro principali esponenti l’hanno di volta in volta combinato con princìpi e valori differenti. Ciò cui è invece dichiaratamente affine (Cherniss, 2021, p. 202) è il “liberalismo della paura” di Judith Shklar (1989), basato sul principio di fondo che la crudeltà sia il male supremo da evitare a qualsiasi costo e che la politica serva ad eliminare – per quanto possibile – il timore del potere arbitrario dalla vita degli individui. L’ethos proposto da Cherniss condivide questi princìpi-chiave, ma sposta l’attenzione dalle misure istituzionali a quelle etiche con cui garantirli. Tra le due c’è naturalmente una costante interazione, ma – coerentemente con i princìpi su cui si basa – l’ethos liberale stesso non può essere imposto in modo coercitivo, e nemmeno proclamato come principio morale assoluto cui conformarsi, ma solo mostrato, attraverso l’esemplarità di modelli la cui virtù consiste proprio nel saper individuare i limiti della virtù.

 

Si tratta di un ideale dichiaratamente modesto, ma che può essere ritenuto insoddisfacente solo se «ci si aspetta che la storia, o la politica, pongano solo sfide che possono essere risolte». La lezione del tempered liberalism è invece proprio che in politica «le nostre scelte spesso si riducono a decidere con quali problemi insolubili possiamo convivere» (Cherniss, 2021, p. 218).

 

 Immagine: Dresden, zerstörtes Stadtzentrum . German Federal Archives. Licenza: CC BY-SA 3.0 DE.

 

Bibliografia

Cherniss, J. (2021), Liberalism in Dark Times. The Liberal Ethos in the Twentieth Century, Princeton: Princeton University Press.

Shklar, J. (1989), The Liberalism of Fear, in Liberalism and the Moral Life, ed. by N. Rosenblum, Cambridge: Harvard University Press.

 


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