21 aprile 2021

Il panteismo, oltre ogni dualismo

Pensiero politico

 

 Recensione a Dattilo E. (2021), Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Vicenza: Neri Pozza.

 

Il dio sensibile (2021) è il poetico titolo di una genealogia complessa che riguarda non tanto la definizione del “panteismo” come dottrina unitaria, ma come nozione storico-polemica e mai sistematizzata, dal carattere disperso e frammentario, attraverso la quale è possibile ripensare l’intera tradizione metafisica occidentale come se si trattasse di descriverne l’ombra. In questo intenso saggio sul panteismo Emanuele Dattilo tenta infatti di ricostruire la lunga storia di questa categoria eresiologico-storiografica descrivendo il riflesso nello specchio di una critica che ne ha spesso semplificato i presupposti.

 

Con il termine “panteismo” non dobbiamo infatti intendere la riduzione ontologica di Dio e mondo in un unico essere, afferma il filosofo. Per pensare la radicalità di quest’idea – che si presenta come un’identità incandescente, un’esperienza o un evento, più che un contenuto di coscienza – è piuttosto necessario abbandonare tutte le tradizionali divisioni che a partire da Aristotele e Platone, hanno influenzato la storia del pensiero occidentale. Il libro si presenta allora come una destituzione radicale di ogni dualismo metafisico e allo stesso tempo una critica a chi ha tentato di pensare il “panteismo” come mera coincidenza dell’io di Dio con il mondo.

 

È solo andando oltre l’idea di una semplice sovrapposizione di Dio e cosmo che si potrà allora comprendere ed esperire l’enorme portata innovativa del panteismo. Un’idea “sensibile”, se così si può dire, che ci consente di rimuovere e superare tutti i tradizionali dualismi e allo stesso tempo di oltrepassare ogni teologia politica che pretenda di ancorare la sua fondazione a un ordinamento trascendente.

 

Per una nuova “storia” del panteismo?

 

Senza voler proporre un canone esatto né una storia lineare del panteismo e delle sue influenze, Dattilo attraversa il pensiero di diversi autori che nella loro distanza cronologica e storica vengono però considerati tutti come teorici di un pensiero che ha concepito la divinità attraverso l’identità sensibile di mente e materia. Da David di Dinant a Amalrico di Bène, da Giordano Bruno a Avicebron, da Spinoza a Giovanni Scoto Eriugena a Schelling o ancora, stravolgendo la cronologia, dallo stoicismo alla Qabbalah luriana, Dattilo ci accompagna in un viaggio che libera la divinità da qualsiasi riduzione dialettica restituendola alla sua dimensione più immediata e diretta come esperienza e vita della materia.

 

Per la collana diretta da Giorgio Agamben, Dattilo riesce dunque nell’intento di presentare un lavoro innovativo e di grande profondità ermeneutica e filologica. Allo stesso tempo attento alla ricostruzione storica e alla riscrittura di un percorso inedito di pensiero che dal Medioevo alla modernità, passando per la condanna di due importanti panteisti medievali – quali David di Dinant a Amalrico di Bène – fa emergere la differenza teoretica che c’è tra questi due autori e la letteratura critica tomista che ce li aveva consegnati attraverso il filtro metafisico della loro confutazione.

 

Seguendo le tracce di Bayle, il quale per primo ricostruì la storia del panteismo nelle note su Spinoza del suo Dictionnaire, Dattilo mostra come questo concetto sia stato per secoli associato a quello di “ateismo”. Una sorta di materialismo che, pensando la coincidenza di Dio con la materia, ne eliminava la differenza rispetto al mondo consegnandolo dunque all’irrilevanza. “Se così fosse Dio e mondo sarebbero un unico essere” è la frase ripetuta nel corso dei secoli da numerosi teologi e filosofi che ne intendevano scongiurare i pericoli. In questa confutazione riduttiva si rivela tuttavia il fraintendimento della tesi, la quale deve prima passare, sembra affermare Dattilo, per una complessa premessa epistemologico-fenomenologica che trova le sue radici in David di Dinant, il quale intendeva pensare la divinità in un modo radicalmente nuovo attraverso quella che viene definita la “materia sensibile” del pensiero.

 

La radicalità della tesi panteistica e la sua pericolosità per la teologia tradizionale vanno infatti ricercate non nella semplice riduzione monista della differenza tra Dio causa e volontà prima e un mondo creato come suo effetto, ma in una diversa concezione del Dio e dell’uomo che ne fa esperienza. È a partire dal problema filosofico della coincidenza tra mente e materia, dove questi due concetti vengono ripensati in senso antidualistico, che Dattilo si propone dunque di esplorare le implicazioni teoriche del “panteismo”. Se si pensa al panteismo come a una mera estensione di Dio nel cosmo si rischia infatti di rimanere imbrigliati in quelle definizioni che rimandano a un’idea più tradizionale di Dio come “causa immanente” trascurandone invece la peculiarità ontologica e le conseguenze noetiche ed etiche.

 

Al di là della forma e della rappresentazione

 

È dunque, dicevamo, attraverso una ridefinizione della mente – non coincidente con l’intelletto o il pensiero – e della materia – non più pensata in termini cartesiani come mera res extensa – che Dattilo riesce a superare i tradizionali dualismi della filosofia moderna: quello tra Dio e mondo, soggetto e oggetto, causa e effetto, mente e corpo, ma anche bene e male, sacro e profano, razionale e folle, sensibile e intelligibile. “Il panteismo – scrive Dattilo – rappresenta innanzitutto la messa in discussione di tutti questi dualismi” (Dattilo, 2021, p. 11).

 

Inscrivendo la storia del “panteismo” in una traiettoria assai vicina alla critica novecentesca della tradizione metafisica, si ha l’impressione di leggere tra le righe un confronto serrato dell’autore con alcuni dei più importanti testi e autori del Novecento. Solo alcuni esempi: i testi su Spinoza di Deleuze, la critica heideggeriana alla Metafisica, ma anche la fenomenologia di Husserl e alcuni testi di Agamben sul linguaggio. In tutti questi autori il superamento delle tradizionali distinzioni metafisiche tra essere ed ente, soggetto e oggetto, volontà e azione, andava di pari passo con una critica della razionalità moderna e l’idea di una coscienza separata e staccata rispetto al corpo.

 

Attraverso alcune considerazioni quasi fatte a margine e che criticano l’idea di coscienza che dalla prima modernità ha portato alle attuali neuroscienze o alla psicanalisi, responsabile di “tenere in ostaggio l’inconscio” pensandolo nella sua separatezza rispetto all’Io, Dattilo presenta innanzitutto una critica serrata al linguaggio della razionalità e alla separazione dualistico-platonica che per secoli ha voluto distinguere essenza e apparenza, mente e materia, verità e rappresentazione, esperienza sensibile e linguaggio razionale. In sintesi: il Dio come causa e l’uomo e la forma del mondo come suoi effetti.

 

Ripercorrendone le tappe dagli stoici fino a Spinoza, Dattilo riesce dunque a far emergere la storia del pensiero panteistico in tutta la sua attualità epistemologica e teoretica, consentendoci di superare il discorso della rappresentazione e detronizzando definitivamente – attraverso una “più originaria promiscuità ontologica tra mente e materia” – la forma del mondo a favore della materia vivente. Come affermato in riferimento ad Alessandro di Afrodisia: “Il pensiero non è coscienza, Bewusstsein, non è sovranità, possesso, ma è innanzitutto la forma di accesso delle cose all’eternità, alla loro propria divinità, il processo in cui avviene questo incontro dove ciò che è separato secondo potenza e secondo materia diventa uno nell’atto di pensiero.” (Dattilo, 2021, p. 51)

 

Una liquidazione della teologia politica

 

Il dio sensibile (2021) non vuole essere, né è in apparenza un libro politico. Eppure, se è vero come afferma Roberto Esposito che ogni ontologia – ma si potrebbe aggiungere ogni teologia – se pensata nella sua radicalità, ha delle conseguenze politiche anche indirette, possiamo tranquillamente affermare che il panteismo pensato come superamento di ogni “forma” o rappresentazione, sembri avere delle implicazioni politiche destituenti. Come afferma lo stesso Dattilo: “Poiché libera finalmente Dio da ogni sovranità, da ogni trono, da ogni governo, e infine da ogni figura e rappresentazione, si può comprendere perché il panteismo sia stato per lo più considerato, in Occidente, come la forma più estrema e conseguente di ateismo. Liberando dal dualismo tra Dio e mondo, l’oggetto del panteismo coincide, infine, con ciò che tutti i dualismi tengono imprigionato” (Dattilo, 2021, p.16).

 

Il panteismo, pensato in questi termini, è forse in grado per la prima volta di indicarci una via percorribile per una liquidazione definitiva della teologia politica. Superando ogni sdoppiamento che rimandi in senso nietzschiano a una Hinterwelt, ma anche ogni tentativo di dar forma o rappresentazione a un fondamento nascosto e inaccessibile, la divinità panteistica ci appare in un’immediatezza che rimuove ogni possibile mediazione politica. Questa nuova nozione del divino non si lascia infatti catturare nella dualità implicata da ogni teologia politica: essa rappresenta tutto ciò che è in quanto è e come è, ma soprattutto si apre a noi come esperienza immediata di quel “puro e ardente desiderio di essere che è la vita” (Dattilo, 2021, p.363).

 

In questo senso, scrive Dattilo, non “potrà mai rappresentare un modello che fondi una teologia politica o un ordinamento sociale, o una qualsiasi immagine di come il mondo dovrebbe essere, un esempio per la nostra buona condotta, qualcosa che dobbiamo riconoscere nel volto del nostro compagno” (Dattilo, 2021, p.26). La divinità del panteismo si dà piuttosto come evento irriducibile al linguaggio; un’esperienza davvero immediata per la quale non si potrà nemmeno più parlare di una via d’accesso.

 

Una pura datità pervasiva e immanente alla vita stessa. Un atto sensibile, più che una forma, che dal punto di vista etico apre un orizzonte di senso del tutto nuovo e inesplorato, e che ci consente di accedere a una nuova modalità gioiosa dello stare al mondo.

 

Immagine: F. Examiner, Statua di baruch Spinoza, Den Haagm 1880, Immagine di dominio pubblico.

Bibliografia

Dattilo E. (2021), Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Vicenza: Neri Pozza.

Esposito R. (2013), Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero, Torino: Einaudi.

Esposito R. (2020), Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Torino: Einaudi.


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