23 febbraio 2022

"Una teoria della giustizia" di John Rawls tra filosofia politica e storia. Intervista a Sebastiano Maffettone (prima parte)

Pensiero politico

 

Questa intervista è il sesto di una serie di Dialoghi con personalità dell'accademia e della cultura che la sezione di Pensiero Politico sta realizzando nel contesto di un approfondimento del rapporto fra Liberalismo e cultura politica in Italia e in Europa.

 

Sebastiano Maffettone è Professore straordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma, dove è stato professore ordinario fino al 2018. Ha introdotto per primo il pensiero di John Rawls in Italia ed è noto come uno dei massimi esperti del filosofo americano. Si è occupato a vario titolo anche di etica dell’economia, bioetica, etica pubblica e teorie della globalizzazione. Oltre ad essere autore di numerosi libri e articoli scientifici, ha contribuito alla fondazione di riviste e associazioni (come la Società italiana di filosofia politica, di cui è stato il primo Presidente) e ha partecipato al dibattito pubblico collaborando con i maggiori giornali italiani. Tra le sue opere si ricordano almeno: I fondamenti del liberalismo (con Ronald Dworkin, Laterza, 1996); Etica pubblica (Il Saggiatore, 2001); Rawls (Laterza, 2010); Rawls: an Introduction (Polity Press, 2010); Un mondo migliore. Giustizia globale tra Leviatano e Cosmopoli (Luiss University Press, 2013); Il valore della vita: cosa conta davvero e perché (Luiss University Press, 2016); Karl Marx nel XXI secolo, (Luiss University Press, 2018); Politica (Mondadori Education, 2019).  

 

 

1) In un articolo scritto dieci anni fa in occasione dei quarant’anni di Una teoria della giustizia, lei ipotizzava che la prospettiva rawlsiana sarebbe stata rilevante nell’affrontare i problemi emersi dalla crisi del 2008 (Maffettone, 2011, p. 903). Un decennio più tardi, come valuta il ruolo giocato dalla justice as fairness nella risposta a tali sfide? Crede che qualcosa di simile si possa dire anche dei nuovi dilemmi sorti a partire dalla nuova crisi del 2020, che per molti versi stiamo ancora vivendo?

 

Io partirei dall’inizio, spiegando perché il primo impatto fu così sorprendente. Ho letto per la prima volta Una teoria della giustizia – che poi ho riletto molte altre volte e ho tradotto in italiano - nel 1975. Uno si immagina che un libro come L’arte di amare di Erich Fromm possa avere un impatto del genere, ma non certo un libro così lungo, difficile e pieno di teoria molto astratta. Ma il mondo aveva bisogno di qualcosa del genere. Nessuno discute l’abilità tecnica di Rawls come filosofo, ma quella la possiedono anche molti altri. C’è stato qualcosa di più, l’incontro con esigenze collettive rilevanti. Negli Stati Uniti era il momento del Vietnam, che più o meno equivale al nostro 1968. Io allora avevo vent’anni e sono stato negli Stati Uniti l’anno di Woodstock, un anno di grande protesta nel paese. Se a questo si aggiungono le proteste per i diritti civili e le leggi passate in quegli anni, si vede un paese molto attivo dal punto di vista della protesta sociale. Le piazze erano piene di invocazioni alla giustizia. Come rispondono l’accademia, la filosofia politica e l’intellighenzia a tutto questo? La risposta è: semplicemente male. La filosofia politica e morale dell’età positivistica che dominava in quel momento gli Stati Uniti era emotivista. Non dava ragioni per credere in un’opzione liberal-democratica. Una necessità che Una teoria della giustizia incontrò era però proprio quella di riconciliare le proteste sulla giustizia sociale con le istituzioni liberali e democratiche. Quelle proteste avevano occupato le strade, le piazze e i cuori delle persone, ma non erano entrate in parlamento. In termini molto astratti e generali, Una teoria della giustizia è il libro che consente questa riconciliazione. Da un lato incamera la protesta, dall’altro la immette nel circuito delle istituzioni. Dice che il miglior modo per affrontare la protesta consiste nell’allargare lo spazio della liberaldemocrazia.

Questa è la ragione del successo negli Stati Uniti. Però l’opera ebbe un successo se non proprio eguale, quantomeno molto robusto in tanti altri paesi. Sicuramente in Italia, Francia, Spagna e Germania, meno in Gran Bretagna e molto notevole in Cina - tanto che una volta Hu Jintao iniziò il discorso più importante al comitato centrale del Partito comunista cinese con la prima frase di Una teoria della giustizia. Lo stesso successo ha avuto in Corea, meno in Giappone. Si può comunque dire che la necessità generale di riconciliazione di cui si è detto si incontrasse molto in tutta l’Europa continentale del ’68. A questo però si aggiungeva anche un altro elemento: la leadership americana, che allora era in fieri e divenne incontrastata con l’89. Ora invece la leadership americana è al tramonto e il fascino della liberaldemocrazia non è certo al suo apice. Io rimango convinto della liberaldemocrazia in senso churchilliano – il peggiore di tutti i regimi fatta eccezione per tutti gli altri -, ma è vero che nel mondo ci sono paesi come Cina, Russia e Turchia che non desiderano essere liberaldemocratici. Un desiderio di questo tipo è importante: quand’ero giovane, ad esempio, la Germania Orientale diceva di essere democratica. Ciò non era vero, ma quantomeno esisteva l’aspirazione, il claim di essere liberaldemocratici. Oggi questo non esiste più in molte parti del mondo. Il populismo che dai gilet jaunes alla Brexit, passando per l’Italia, ha occupato le piazze di molti paesi, è un altro segno che la democrazia non fiorisce più.

Il secondo punto è più complicato, quasi a-filosofico. In ambito accademico la letteratura su Rawls è inesauribile. Non c’è virgola di Una teoria della giustizia che non sia stata discussa, e quasi lo stesso vale per Liberalismo politico (un po’ meno per Il diritto dei popoli). Gli economisti hanno discusso Rawls per decine di numeri di riviste specializzate, e lo stesso hanno fatto i sociologi, i giuristi, gli psicologi. L’impatto nell’accademia è stato fortissimo, quasi eccessivo per certi versi. Ma anche la società civile ha risposto, cosa sorprendente soprattutto in un paese come gli Stati Uniti, in cui accademia e società civile sono mondi separati. Una teoria della giustizia ha avuto moltissime recensioni sui giornali, dal New York Times all’Observer, fino all’Economist. Per fare qualche esempio con l’Italia, fui chiamato da molti leader di partito e presidenti del consiglio in merito a Rawls. Per esempio, consigliai a diversi politici di spicco di leggere Rawls e molti di loro avevano curiosità in materia. L’impatto nel nostro paese è stato complicato, perché è un misto di filosofia, storia, realtà e politica. Io sono nato nel 1948 venti anni dopo in Italia gli intellettuali erano tutti marxisti. Era un marxismo esasperato, e se non era marxismo era storicismo. Fu per questa ragione che decisi di andare nella direzione di Rawls. Sono cresciuto “a pane e Croce”, perché sono napoletano e mio nonno era amico di Croce ed era il notaio che ha costituito la struttura dell’Istituto per gli Studi Storici. A casa sua c’erano tutti i libri di Croce (che lui si guardava bene dal leggere, perché era amico di Croce ma non della sua filosofia), per cui quando avevo dodici-tredici anni passavo l’estate in campagna a leggere tutte queste cose. Per Croce e il suo liberalismo ho sempre avuto grande rispetto, ma era una filosofia con gli occhi rivolti indietro. Quando conobbi Rawls capii che poteva costituire per l’Italia un’opportunità di avere un progetto per il futuro, di guardare al futuro in termini etico-politici. Naturalmente l’opzione di Rawls è un liberalismo sui generis vicino alla socialdemocrazia, non certo un liberalismo alla Hayek. Tuttavia, sono entrambi liberali in modi diversi: credo che essere liberali significhi anche essere aperti al fatto che si possa essere liberali in modi diversi. Come dicevo, oggi la situazione è molto cambiata: la liberaldemocrazia ha perso il suo primato ontologico, l’economia è cambiata e c’è stata la rivoluzione digitale. Certamente il messaggio non può più essere lo stesso, anche se lo condivido ancora, perché la proposta liberaldemocratica basata sui principi di libertà e uguaglianza è tuttora importante.

Infine, è anche la filosofia a essere cambiata in contrasto con almeno tre punti profondi del pensiero di Rawls. Il primo è il costruttivismo di matrice kantiana. Una delle ultime tendenze della filosofia contemporanea è stata la nuova metafisica degli iperoggetti, un nuovo realismo che ritiene che per la conoscenza delle cose non ci sia bisogno della mediazione del soggetto. Questa è una posizione fondamentalmente anticostruttivista. Il secondo punto è l’astrazione, la posizione originaria. Tutto il postmodernismo è un attacco all’idea che si possa fare teoria senza inserirla nella cultura del momento storico in cui si vive. Lo scetticismo è una delle basi fondazionali del postmoderno, ed è molto presente nei cultural studies, ma anche in Lyotard, Foucault e Derrida: l’idea che non si possa prescindere dal contesto in cui si opera. Così tutte le categorie come posizione originaria e velo d’ignoranza perdono di significato. In terzo luogo, troviamo il fondamento umanista della filosofia di Rawls, che è di tipo kantiano. È ciò che Bernard Williams chiamava the human prejudice, il fatto che partiamo dalla centralità dell’umano, dall’Io penso che diventa anche soggetto politico e morale. Ciò è stato attaccato da tutta la filosofia del postumano e del transumano.

 

 

2) Una teoria della giustizia è considerata l’opera di filosofia politica più importante del secondo Novecento. Oltre ad aver segnato una vera e propria rinascita di questa disciplina a seguito di un periodo di dominio della prospettiva utilitarista, il pensiero di Rawls ha contribuito a mutare il volto del liberalismo nel dibattito politico-culturale anche oltre l’accademia. Lei è stato fra i primi a diffondere questa nuova visione in Italia, dove il pensiero liberal-democratico e riformista ha spesso faticato a conquistare consensi. Come è cambiata la conformazione del panorama intellettuale italiano con l’ingresso di Rawls?

 

Come dicevo, in Italia c’era una grande presenza marxista. In Italia il PCI era un’organizzazione seria, intellettualmente dignitosa e politicamente rispettabile, ma vedendo le file per il pane che c’erano a Mosca negli anni ’60 ci si accorgeva che era completamente fuori dalla storia. Il PCI era premoderno, il PSI rischiava di diventare postmoderno, e allora vidi in Rawls e nella liberaldemocrazia o nel liberalismo sociale un’opzione seriamente moderna. L’impianto teorico dietro al PCI era anti-storico e in più era folle l’ipotesi di stare sempre all’opposizione. Craxi aveva ragione su una cosa: era necessario fare come Mitterand, vincere uniti le elezioni e fare le riforme. Il progetto teorico rawlsiano incontrava necessità di questo tipo: dare uno sfondo teorico alle forze liberaldemocratiche e socialiste che volevano essere riformiste. Creare questo spazio teorico era lo scopo di Politeia, il centro studi che fondai con Paolo Martelli (scienziato politico e fratello di Claudio Martelli), Elena Granaglia (economista allieva di Francesco Forte, che è scomparso poche settimane fa). Grazie alla collaborazione della Fondazione Feltrinelli, diretta allora da Salvatore Veca, il progetto riuscì. Certamente l’impatto non fu direttamente politico, ma i giornali ci davano retta e le case editrici (non solo Feltrinelli, ma anche Liguori, Il Saggiatore, poi Raffaello Cortina) pubblicavano i libri che noi proponevamo. L’impatto poi voleva essere anche filosofico. Allora l’Italia in filosofia era una provincia della Germania e noi volevamo aggiungere un po’ di filosofia analitica e di progettualità. Quando abbiamo cominciato, la popolarità dei filosofi continentali rispetto a quelli analitici anglosassoni era di cento a uno. Come buoni commessi viaggiatori, poi, abbiamo visto che la qualità dei prodotti di filosofi come Rawls, Popper e Quine poteva funzionare bene per il pubblico. Ha funzionato bene anche nel resto del mondo, e l’ho visto nei luoghi in cui ho insegnato, Harvard, Boston, Dallas, Pennsylvania, fino a Shanghai. Per esempio, quando presentai a Nuova Delhi il mio Rawls: An Introduction ero sicuro che ci sarebbero stati quattro gatti. Invece si presentarono cinque-seicento persone. Scoprii nella fattispecie che allora a Delhi c’erano otto corsi su Rawls (era presente anche Richard Taylor) con una discussione che ricordava quella di Harvard. Per tornare all’ambiente italiano, il nostro progetto era filosofico, ma aveva anche un’intentio politica indiretta, che era quella di distogliere l’attenzione dall’Unione Sovietica e portare il Paese sulla via della liberaldemocrazia, in un orizzonte liberal-sociale.

 

John Rawls nel 1971. Licenza Wikimedia Commons. Immagine di dominio pubblico.

Bibliografia

Maffettone, S. (2010), Rawls: un’introduzione, Roma-Bari: Laterza.

Maffettone, S. (2010), Rawls: An Introduction, Cambridge: Polity Press.

Maffettone, S. (2011), “Rawls: 40 Years Later (1971-2011)”, in Philosophy and Social Criticism, 38 (9), pp. 901-915.

Rawls, J. (2001), Il diritto dei popoli, Torino: Einaudi.

Rawls, J. (2019), Una teoria della giustizia, Milano: Feltrinelli.

Rawls, J. (2021), Liberalismo politico, Torino: Einaudi

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0