4 marzo 2022

La polifonia di Rawls: giustizia sociale, liberalismo politico, ordine globale. Intervista a Sebastiano Maffettone (seconda parte)

Pensiero politico

 

Pubblichiamo qui la seconda parte dell'intervista a Sebastiano Maffettone (la prima parte è disponibile qui). Questa intervista è il sesto di una serie di Dialoghi con personalità dell'accademia e della cultura che la sezione di Pensiero Politico sta realizzando nel contesto di un approfondimento del rapporto fra Liberalismo e cultura politica in Italia e in Europa.

 

Sebastiano Maffettone è Professore straordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma, dove è stato professore ordinario fino al 2018. Ha introdotto per primo il pensiero di John Rawls in Italia ed è noto come uno dei massimi esperti del filosofo americano. Si è occupato a vario titolo anche di etica dell’economia, bioetica, etica pubblica e teorie della globalizzazione. Oltre ad essere autore di numerosi libri e articoli scientifici, ha contribuito alla fondazione di riviste e associazioni (come la Società italiana di filosofia politica, di cui è stato il primo Presidente) e ha partecipato al dibattito pubblico collaborando con i maggiori giornali italiani. Tra le sue opere si ricordano almeno: I fondamenti del liberalismo (con Ronald Dworkin, Laterza, 1996); Etica pubblica (Il Saggiatore, 2001); Rawls (Laterza, 2010); Rawls: an Introduction (Polity Press, 2010); Un mondo migliore. Giustizia globale tra Leviatano e Cosmopoli (Luiss University Press, 2013); Il valore della vita: cosa conta davvero e perché (Luiss University Press, 2016); Karl Marx nel XXI secolo, (Luiss University Press, 2018); Politica (Mondadori Education, 2019).  

 

 

3) Se Una teoria della giustizia era esplicitamente ancorato ad una tradizione storica - quella del contrattualismo - più complesso è l’uso della categoria “liberalismo” per caratterizzare la sua produzione e specialmente la sua seconda parte. Si tratta di un termine che - anche proprio grazie all’apporto di Rawls - ha acquisito accezioni estremamente diverse nel contesto americano e in quello europeo. In che senso quello rawlsiano è pertanto un liberalismo e come si rapporta alle altre posizioni che sono state identificate come tali?

 

Le parole hanno un’importanza relativa, perché in fondo contano i concetti. Ma anche le parole hanno un loro ruolo, altrimenti ci si confonde. In ambito anglosassone “liberal” ha un significato diverso rispetto a “liberale” in senso continentale. In Europa la visione tipica del liberale era, per esempio, quella di Malagodi e Hayek. In Inghilterra e negli Stati Uniti la visione è quella di Keynes e Rawls.

Filosoficamente, ci sono due tipi di liberalismo. Uno è il liberalismo di Karl Popper e di tanti storici, che io definisco un liberalismo neo-aristotelico. Nel secondo libro della Politica Aristotele critica Platone dicendo che gli uomini non accettano che i figli e i beni siano messi in comune, ma preferiscono la proprietà privata e la famiglia. Le leggi generali di Platone sacrificano troppo l’individualità. Questo è un liberalismo individualista e protettore dei diritti della persona. Popper e Croce ne sono due rappresentanti. A questo si può associare un liberalismo del mercato, secondo il quale le uniche scelte serie sono quelle espresse dal basso. Io lo definisco liberalismo realista perché le preferenze non sono esaminate normativamente, ma sono prese sul loro face value. È un liberalismo “di destra”, anche se non gradisco molto questo termine. Invece, il liberalismo altro, se volete “di sinistra”, è un liberalismo più teoretico, normativo e progettante. Io sono incline a pensare che queste due correnti abbiano entrambe il diritto di dirsi liberali, perché non si deve confondere il normativismo come ipotesi teoretica della seconda con l’obbligo di applicare le norme. Nessun pensatore rawlsiano serio crede che gli uomini siano obbligati a fare ciò che dice la teoria della giustizia. Invece, secondo alcuni liberali, la teoria della normatività non funzionerebbe perché sarebbe coercitiva nei confronti del singolo. Io non penso che sia così, perché quello di Una teoria della giustizia è un impianto intellettuale che non implica l’obbligo di realizzarlo.

Concesso che ci possono essere due liberalismi, c’è comunque un centro comune. La prima cosa è il primato della libertà. L’ordinamento lessicografico dei principi di giustizia di Rawls, per cui prima di parlare di uguaglianza le libertà fondamentali devono essere garantite, è molto liberale. È importante anche l’articolazione con cui l’eguaglianza viene vista da Rawls. Rawls non è un egualitarista, perché in una società di eguali gli uomini potrebbero stare tutti peggio. Non è detto che essere egualitaristi costituisca un bene per la comunità. Il secondo principio di giustizia è molto più interessante, perché pone prima l’uguaglianza di opportunità (principio anch’esso liberale) e poi un principio a favore dei più svantaggiati. Ma il secondo principio non dice che gli individui non si possono arricchire. Anzi, un egualitarista come G. A. Cohen dice che il secondo principio concede troppo all’arricchimento degli individui. Il secondo principio dice semplicemente che l’arricchimento individuale e il miglioramento di sé sono vincolati al benessere di tutti gli altri. Chi ha successo deve dimostrare di portare con sé il resto della società.

 

4) Spesso si parla di una sostanziale discontinuità tra le opere maggiori di Rawls: mentre Una teoria della giustizia rappresenta un modello generale e “disincarnato” di giustizia sociale, la stagione che comincia con Liberalismo politico ne correggerebbe i difetti dando priorità alle questioni istituzionali e di legittimità politica (in parte per rispondere alle critiche dei comunitaristi). Lei, di contro, ha sostenuto che si possono rinvenire degli elementi costanti che permetterebbero un’interpretazione unitaria del pensiero di Rawls, pur con alcuni slittamenti. Quali sono questi punti di continuità e quali, invece, le differenze?

 

Rawls non era uno studioso che aveva un ampio raggio di opzioni e visioni, era abbastanza monomaniaco, per così dire. Una volta, in un seminario ad Harvard in cui era presente anche Rawls, cominciai a parlare di un “Rawls 1” e di un “Rawls 2”; quando andammo in pausa pranzo mi disse «la tua interpretazione è interessante, ma io sono sempre lo stesso!». Ora, credo che la verità stia nel mezzo: c’è stato qualche cambiamento. Anche se non credo che Rawls si sia occupato di critiche specifiche dei comunitaristi, un’obiezione immediata a Una teoria della giustizia riguarda la terza parte. Si tratta dell’idea di congruenza tra il bene e il giusto, ossia l’idea che aderire alla teoria della giustizia implichi automaticamente un soddisfacimento della mia visione del mondo, qualsiasi essa sia.  Come non sospettare, quindi, che questa idea sia troppo forte? Perché sulla giustizia dovrebbe esservi omogeneità, mentre alle visioni del bene è concesso un assoluto pluralismo? Il disaccordo può vertere anche sulla nozione del giusto. La visione di Rawls è scissionista: da un lato ci sono le passioni, gli interessi e visioni del mondo, dall’altro le istituzioni. Ma questo è un principio liberale: sarebbe difficile convincere un cattolico radicale che una cosa è ciò che egli pensa personalmente dell’aborto, e un’altra è, ad esempio, il voto sul referendum. Questa è l’obiezione più forte a Una teoria della giustizia, quella che tutti noi in qualche modo abbiamo espresso. Liberalismo politico è una risposta a tutto questo. In Liberalismo politico si dice che la teoria della giustizia è una delle opzioni possibili, ma che può andare bene anche una forma di cattolicesimo liberale, di utilitarismo eccetera. Visioni diverse devono poter entrare nella politica, purché siano ragionevoli. In Liberalismo politico c’è stata chiaramente una correzione. Le visioni del bene possono coincidere, sarebbe bello che lo facessero, ma non è la regola. Rawls mi disse che lo pensava anche prima: si può dire che se in Liberalismo politico e nel Diritto dei popoli questa differenza tra aderire alle istituzioni e la propria visione del bene è molto chiara, in Una teoria della giustizia si vede meno bene.

L’altro punto critico è sicuramente l’uso della razionalità economica in posizione originaria. Il costruttivismo morale di Rawls in qualche modo inserisce il senso di giustizia nella formulazione stessa della decisione a favore dei principi. Anche qui c’è un cambiamento: con il passare del tempo le teorie della scelta razionale vengono messe da parte. Infine, il fulcro non è più la giustizia come concetto propriamente etico, ma la legitimacy, che è una nozione politico-istituzionale.

Queste differenze, tuttavia, si sviluppano nel solco di un pensiero che rimane sempre liberale e progressista.

 

5) Tra le tante innovazioni di Rawls compare anche una trattazione estensiva del tema della giustizia globale, che fino alla pubblicazione di Il diritto dei popoli mancava di una sistemazione coerente all’interno della filosofia politica contemporanea. Quali sono le difficoltà e le potenzialità dell’estensione del modello di giustizia sociale rawlsiano a un contesto internazionale? E come si è articolato il dibattito successivo rispetto alla proposta di Rawls?

 

Bisogna dire innanzitutto che Il diritto dei popoli è un’opera incompiuta, a differenza delle altre due. Il libro è stato finito dalla moglie, dall’amico Burton Dreben, professore che si occupava di logica e filosofia del linguaggio ad Harvard, e da Erin Kelly, l’ultima assistente di Rawls.

Detto questo, per comprendere il libro bisogna individuarne il target. In Una teoria della giustizia è l’utilitarismo, la teoria dominante nel mondo anglosassone a cui Rawls dà la stoccata definitiva. In Liberalismo politico il target è l’idea di continuità forte tra morale e politica. Il diritto dei popoli è invece rivolto ai rawlsiani cosmopoliti, come Thomas Pogge e Charles Beitz. Questi ultimi avevano applicato più o meno direttamente la teoria della giustizia al contesto internazionale, e Rawls gli ricorda che ciò non si può fare. Dopo Il diritto dei popoli, esattamente come con l’utilitarismo, nessuno ha più fatto questo tentativo. La posizione di Rawls è realista: non siamo una federazione di Stati, ma un mondo di Stati indipendenti. Pertanto, l’idea di operare su tutti i cittadini del mondo come se si avesse un governo centrale è fallace. Da questo deriva la divisione tra Stati liberaldemocratici, quelli in posizione intermedia e quelli che non lo sono affatto. Il libro non è scritto per proporre un ordine del mondo, ma correggere le posizioni dei colleghi di Rawls. Il cosmopolitismo è una traduzione troppo diretta dell’enfasi istituzionale di Una teoria della giustizia. Fin quando il mondo sarà come oggi, questa traduzione non si potrà compiere.

Il secondo messaggio è connesso col primo ed è tipicamente liberale. Noi dobbiamo essere più inclusivi possibile. Ci sono Stati illiberali e Stati liberaldemocratici: cosa fare con quelli che stanno in mezzo, che sono decenti (nel senso più alto del termine inglese decent) e con procedure democratiche ma imperfette? Rawls non vuole impostare un modello eurocentrico, ma uno in cui vi siano processi di discussione ed inclusione. È l’analogo della ragionevolezza di Liberalismo politico, che esclude la violenza.

 

 

Immagine: Prdistribution. Copyright: Adventus Media, 2018. Immagine di dominio pubblico.

Bibliografia

Maffettone, S. (2010), Rawls: un’introduzione, Roma-Bari: Laterza.

Maffettone, S. (2010), Rawls: An Introduction, Cambridge: Polity Press.

Maffettone, S. (2011), “Rawls: 40 Years Later (1971-2011)”, in Philosophy and Social Criticism, 38 (9), pp. 901-915.

Rawls, J. (2001), Il diritto dei popoli, Torino: Einaudi.

Rawls, J. (2019), Una teoria della giustizia, Milano: Feltrinelli.

Rawls, J. (2021), Liberalismo politico, Torino: Einaudi

 


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