17 febbraio 2021

Michael Oakeshott: conservatore per fede o scettico di professione?

Pensiero politico

 

 

«La politica razionalistica è la politica del bisogno momentaneo, il bisogno momentaneo privo di alcuna concreta e autentica conoscenza degli interessi permanenti e della direzione di movimento di una società»: parole queste che ben si prestano a descrivere la situazione attuale in cui, in un momento di straordinaria eccezionalità, si intensifica ancor di più l’attività legislativa, a tutti i livelli, che pretende di prevedere ogni azione e controllare ogni comportamento. In realtà, per Michael Oakeshott, autore delle righe iniziali, questo sovrabbondante razionalismo esprimeva l’essenza stessa dell’età moderna giungendo a permeare la stessa prassi politica del suo tempo in cui le tradizioni di comportamento avevano, a suo dire, ceduto il passo alle ideologie (Oakeshott 2020, p. 74).

 

Michael Oakeshott fu un filosofo e un pensatore politico dagli interessi vasti che spaziavano dalla filosofia della religione alla filosofia della storia, dall’estetica alla filosofia del diritto. Ciononostante, fu autore di soltanto due monografie, Experience and Its Modes del 1933 e On Human Conduct del 1976, e il suo vero testamento intellettuale è presente nelle lezioni tenute presso la London School of Economics dal 1945, nelle conferenze ad Harvard nel 1958 e, ovviamente, nei tanti saggi sparsi, una parte dei quali raccolti dallo stesso Oakeshott e pubblicati nel 1962 con il titolo di Rationalism in Politics and Other Essays. Questa, che è forse la più importante raccolta di saggi oakeshottiani, è recentemente uscita anche in Italia, curata da Giovanni Giorgini, per la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni. Giorgini, alla fine della sua introduzione, si chiede se abbia ancora senso leggere Oakeshott oggi, «un autore che sembra così insulare e legato all’epoca nella quale il multiculturalismo era appena all’inizio in Europa e non vi era ancora stata la rivoluzione culturale ed economica della globalizzazione» (Oakeshott 2020, p. 43). La risposta che Giorgini dà è, ovviamente, affermativa e in questo breve articolo si cercherà di indicarne le ragioni.

 

Al tempo della pubblicazione di Rationalism in Politics and Other Essays, Oakeshott insegnava alla London School of Economics, dove occupava la cattedra che era stata in precedenza di socialisti del calibro di Graham Wallas e Harold Laski, e quest’opera lo rese noto ad un ampio pubblico affermando la sua fama di conservatore e fautore del modello britannico della rule of law.

La stessa scelta operata da Oakeshott del titolo della raccolta è senz’altro indicativa del ruolo centrale assegnato al tema del razionalismo in politica, individuato non solo come la chiave di volta essenziale per la comprensione della modernità, ma anche come lo snodo teorico fondamentale per tutti gli altri saggi che, in parte, ne sviluppano le implicazioni. Per “razionalismo” Oakeshott intende quel particolare atteggiamento che si nutre di una fede quasi cieca nelle capacità della ragione umana; ovviamente questo tipo di “fede” non va intesa in un’ottica religiosa, ma piuttosto deve essere inserita nella visione di un millenarismo secolare che da Bacone in poi ha immaginato di poter edificare un mondo ideale, ricercando una «perfezione senza compromessi» (Oakeshott 2020, p. 241) attuabile mediante il controllo minuzioso e capillare delle attività e persino delle vite dei singoli individui. Nella prospettiva adottata dal razionalista vengono meno, inevitabilmente, tutti i possibili vagli della tradizione e dell’esperienza: ciò che è stato appare stantio e obsoleto, non all’altezza di una mente che, ripulita dagli scarabocchi degli antenati, accetta come criterio di verificazione solo i suoi stessi limiti, ammesso che venga concepita l’esistenza di questi ultimi. La ragione ha quindi la pretesa di poter operare ex nihilo e di procedere nel vuoto, senza interferenza alcuna da parte delle opinioni della società; in una sorta di delirio di onnipotenza della ragione, ogni cambiamento, non ammettendo soluzioni di continuità con il passato, mette a repentaglio l’intero esistente per muoversi verso l’ignoto, prescindendo totalmente da qualsiasi analisi delle circostanze. Questo atteggiamento ha, secondo Oakeshott, pervaso il mondo della politica, sebbene quest’ultimo risulti «il meno adatto a essere trattato razionalisticamente, in quanto la politica è sempre così profondamente venata di elementi tradizionali, legati alle circostanze e transitori» (Oakeshott 2020, p. 54); ciò ha ingenerato anche il fraintendimento per cui le istituzioni e le procedure sembrano parti di un congegno pensato per raggiungere un fine stabilito anteriormente, anziché «maniere di comportamento che sono prive di significato se separate dal loro contesto» (Oakeshott 2020, p. 115).

 

La riflessione di Oakeshott sulla sopravvalutazione della ragione, che ritiene sé stessa capace di instaurare in terra il Paradiso seppur a costo di enormi sacrifici e della perdita della libertà individuale, avvicina il pensatore inglese agli autori della Scuola austriaca e a Karl Popper. Per i primi, ad esempio, lo stesso modello «costruttivista» socialista si autoesclude dal campo della realizzabilità a causa dell’inevitabile ignoranza comune a tutti gli esseri umani che rende impossibile una valida pianificazione centrale: «La ricerca umana non può andare al di là dei limiti tracciati dall’insufficienza dei sensi dell’uomo e dalla ristrettezza della sua mente» (Mises 2009, p. 54); per Popper, in maniera analoga, l’«ingegneria sociale utopica» è destinata a fallire dal momento che «il pianificatore olistico dimentica che è facile centralizzare il potere, ma impossibile centralizzare tutte quelle cognizioni distribuite fra molte menti individuali, e la cui centralizzazione sarebbe necessaria per esercitare saggiamente il potere centralizzato» (Popper 2012, p. 125).

 

Oakeshott, comunque, non si limita a presentare gli errori e le problematiche insite nel razionalismo, ma offre anche delle soluzioni alternative attingendo a piene mani dalla tradizione scettica dell’Illuminismo scozzese riportata in voga in quegli anni da Carl Menger, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. In questa prospettiva, le istituzioni sociali e politiche non sono il frutto del progetto di un disegno premeditato, ma piuttosto il risultato di molteplici scelte umane dalle conseguenze inintenzionali e imprevedibili e il cui carattere articolato e composito ne determina una certa propensione al cambiamento graduale: «ora un’attività di governo che gode di eredità diverse e di un carattere complesso è normalmente in una condizione di quasi continuo movimento interno, un movimento che non preme verso gli estremi, ma che è soggetto a cambi di enfasi in questa o in quella direzione; non deve aspettare stimoli esterni e non è determinata in anticipo verso un’unica direzione» (Oakeshott 2013, p. 15).

 

Ciò che fa da sfondo alla riflessione oakeshottiana è, quindi, uno scetticismo conoscitivo che pone le basi per la concezione liberale dello Stato nella quale ha un ruolo centrale la nozione di tradizione. La tradizione non assume, però, una forma cristallizzata in una gerarchia di valori fissa e inalterabile, ma viene definita come un «flusso di simpatia»: «non vi è nessuna idolatria per ciò che è passato e scomparso. Ciò che è valutato con favore è il presente; ed è valutato con favore non per le sue connessioni con un passato remoto, né perché sia ritenuto più ammirevole di qualunque possibile alternativa, ma in ragione della sua familiarità» (Oakeshott 2020, p. 208). L’apprendimento di una tradizione di comportamento rende, quindi, possibile l’azione e la partecipazione all’interno di una specifica cultura, similmente all’assimilazione di una lingua; una volta acquisita una certa dimestichezza e familiarità con la tradizione che, così definita, non può non essere propria di ogni comunità, si diventa anche abili nello scorgere le eventuali incongruenze interne alla tradizione medesima e si è in grado di individuare quei cambiamenti necessari per adeguare leggi e istituzioni alle circostanze attuali: è quello che Oakeshott definisce il pursuit of intimations, intendendo con questa espressione «una descrizione di ciò in cui l’attività politica effettivamente consiste nelle circostante indicate» (Oakeshott 2020, p. 119). La tradizione, allora, è sia un fatto esistente che un’idea regolativa che indica come procedere nell’azione.

 

Leggere Oakeshott oggi, quindi, può risultare estremamente utile innanzitutto perché ci ricorda i limiti della conoscenza umana, affinchè non ci si lasci traviare dalla dolce illusione dell’onnipotenza dell’intelletto, e, in seconda istanza, perché mette in risalto l’importanza delle diverse tradizioni di cui risulta sempre un valore aggiunto esaltare l’unicità.

 

Immagine: Michael Oakeshott, circa 1960. Licenza Wikimedia Commons

Bibliografia

Mises, L. (2009), Teoria e storia, Rubbettino: Soveria Mannelli.

Oakeshott, M. (2013), La politica moderna tra scetticismo e fede, Rubbettino: Soveria Mannelli.

Oakeshott, M. (2020), Razionalismo in politica e altri saggi, IBL: Torino.

Popper, K. (2012), La libertà è più importante dell’uguaglianza, Armando Editori: Roma.


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