10 settembre 2020

Prima e dopo "Una teoria della giustizia": sull'inattualità di Rawls

Pensiero politico

 

Recensione a Forrester, K. (2019), In the Shadow of Justice. Postwar Liberalism and the Remaking of Political Philosophy, Princeton University Press: Princeton & Oxford.

 

Molto più di altre discipline filosofiche, la filosofia politica ha un rapporto problematico con il suo oggetto: la politica nella sua concretezza quotidiana sfugge inevitabilmente alle maglie di teorie che vogliono per definizione essere astratte e concettuali. Questo è particolarmente evidente nel caso di opere che si presentano come modelli validi indipendentemente dal contesto in cui vengono formulati e discussi: il primo libro di Katrina Forrester, professoressa di teoria politica ad Harvard, lavora precisamente su questo problema nel caso del testo che forse più di tutti negli ultimi decenni è stato considerato un “modello puro”. In The Shadow of Justice è in primo luogo un lavoro di ricostruzione storica del contesto da cui è nato e di quelli in cui è stato recepito Una teoria della giustizia, con cui il filosofo americano John Rawls ha dato nel 1971 una svolta alla storia della filosofia politica analitica.

 

A quasi cinquant’anni da quella che può essere definita una rivoluzione intellettuale, il lavoro della Forrester è stimolante proprio perché mette in questione l’aspetto storico dell’opera che è diventata l’esempio per eccellenza di architettura concettuale rarefatta e autoconclusiva, in cui i “princìpi di giustizia” vengono scelti in un’ipotetica “situazione originaria” da agenti razionali situati dietro ad un altrettanto ipotetico “velo d’ignoranza” circa le loro condizioni nella società da costruire. Formatasi alla Scuola di Cambridge, l’autrice ne utilizza il metodo “contestualista” per compiere una vera e propria operazione genealogica, che porta alla luce le stratificazioni e le sconnessioni di un testo troppo spesso considerato un capolavoro monolitico e atemporale. La tesi di fondo è che la Teoria della giustizia sia doppiamente “inattuale”: in primo luogo dal punto di vista della sua genesi e ricezione, e secondariamente da quello del suo ruolo nel pensiero politico contemporaneo.

 

Pubblicata nel 1971, l’opera rawlsiana si presenta come «un libro lungo, non solo in termini di pagine» (Rawls, 1999: p. xviii): se la data di pubblicazione è diventata il punto di riferimento di una “rinascita” della filosofia politica occidentale, che all’altezza degli anni Cinquanta sembrava a molti aver perso il suo slancio creativo e propositivo, le idee che hanno reso possibile questo piccolo miracolo culturale avevano già alla spalle quasi due decenni di elaborazione. In una paziente opera di ricostruzione, la Forrester rintraccia la nascita di ciascuna delle tessere che compongono il mosaico concettuale della Teoria della giustizia nelle letture e nei manoscritti (molti dei quali inediti) del giovane Rawls, che dopo gli studi a Princeton nel corso degli anni Cinquanta si muove tra Cornell University e Oxford prima di approdare ad Harvard nel 1962. È dai suoi interessi di questo lungo decennio (da Wittgenstein a Tocqueville alla teoria economica) che nascono l’ideale di property-owning democracy, l’astrazione della “struttura di base”, gli strumenti della psicologia morale e della “posizione originaria” e soprattutto la bipartizione fra i due princìpi di giustizia, che impongono rispettivamente la protezione delle libertà individuali di base e una gestione delle diseguaglianze che vada a favore di tutti, e in particolare dei più svantaggiati. Il risultato è che «alla fine degli anni Cinquanta le fondamenta della sua teoria della giustizia erano state gettate» (p. 38): l’opera completa, però, sarebbe stata pubblicata solo più di dieci anni più tardi.

 

Se le modificazioni teoriche che intervengono nel corso degli anni Sessanta, a partire da un crescente interesse per Kant e per la sua nozione di personalità morale, non sono affatto trascurabili, è soprattutto su quelle del contesto politico che la Forrester lavora. Le proteste per la fine della segregazione razziale danno origine a dibattiti sulla disobbedienza civile, la guerra in Vietnam a quello sull’obiezione di coscienza e sulla legittimità della guerra stessa: l’America che nel 1971 si trova a leggere Una teoria della giustizia è un paese profondamente diverso da quello in cui le sue idee di fondo erano nate. È questa la prima fonte di “inattualità” dell’opera: quando essa viene pubblicata, si trova a riflettere gli ideali di un mondo che non c’è già più. Tutto ciò ha due conseguenze principali: da un lato, si rivela in tutta la sua forza quanto sia ingenuo interpretare un’opera di teoria politica, per quanto elegante dal punto di vista formale, come un puro dover essere. La società giusta di Rawls, infatti, «è un prodotto della Seconda Guerra Mondiale, non della Great Society, come spesso si ritiene» (p. xiii): i suoi caratteri consensuali, armonici e carichi di fiducia nella possibilità di risolvere problemi quali il razzismo sistemico o le divisioni interne nascono da un mondo (quello degli anni Quaranta e Cinquanta) «di crescita stabile, minore diseguaglianza economica, maggiore densità sindacale, e maggiore ineguaglianza razziale e di genere, in cui i sistemi di welfare avevano una legittimità diffusa ma erano esclusivi, parziali e instabili». Di conseguenza, la teoria che ne è risultata «guardava alla distribuzione dei beni molto più che alle più ampie dinamiche e organizzazioni della vita sociale ed economica» (p. 272).

 

D’altra parte, però, è stata proprio questa “inattualità” a consentire la vitalità e l’immediato successo dell’opera: Una teoria della giustizia non conteneva o quasi risposte a molti dei problemi che di lì a poco sarebbero diventati pressanti per l’attualità politica, dal modo in cui applicare i princìpi di giustizia ai rapporti fra Stati e alla decolonizzazione, fino alle questioni ecologiche e di responsabilità intergenerazionale. Si tratta di temi che nel corso degli anni Settanta entrano per la prima volta nell’arena delle discussioni di filosofia politica, e a cui vengono immediatamente applicate le risorse teoriche fornite dalla posizione originaria, dal velo d’ignoranza e dai due princìpi di giustizia. Più in generale, è la straordinaria flessibilità di questo apparato concettuale che la Forrester sottolinea: è Rawls stesso a non aver assegnato caratteri definitivi al suo modello di società, e questo consente tanto a pensatori “a sinistra” di appropriarsene per difendere la redistribuzione della ricchezza o l’elaborazione di modelli di socialismo di mercato, quanto a vari critici di accusarlo di essere in realtà un difensore di un sistema in cui individui self-interested perseguono il proprio utile. Ciò che assicura alla teoria della giustizia il suo straordinario successo e diffusione è precisamente il suo trovarsi fra due fuochi: «quanto agli ideali di solidarietà sociale non godeva dei benefici di una reale visione altruistica, ma non aveva nemmeno la lucidità circa il potere che derivava da visioni basate sul self-interest» (p. 123).

 

Tra anni Settanta e Ottanta, perciò, la fortuna di Rawls consiste soprattutto in un utilizzo selettivo di alcune parti della sua teoria in direzioni in larga parte non previste dal progetto originario. Due fra queste, in particolare, danno compattezza al fronte dei “rawlsiani”: in un primo momento la refutazione delle critiche avanzate da Anarchia, Stato e Utopia (1974) di Robert Nozick, poi lo sviluppo, nel corso del decennio successivo, delle teorie del liberalismo egualitario ad opera soprattutto di Jerry Cohen. Il risultato è che già alla fine della Guerra Fredda e poi nei decenni successivi «il paradigma rawlsiano è arrivato ad agire come vincolo su che tipo di teoria politica si poteva elaborare e su che tipo di politica poteva essere immaginata» (p. 275): il libro della Forrester è anche un sintomo del disagio provato nei confronti di un’egemonia che ancora oggi per molti versi persiste. Non è infatti un caso che questo lavoro sia uscito a poca distanza da quello di un altro professore di Harvard, Eric Nelson, che con The Theology of Liberalism (Nelson, 2019) ha proposto una critica sofisticata ma non per questo meno dura della strada intrapresa dal liberalismo dopo Una teoria della giustizia. Per quanto la posizione politica di Nelson, che suggerisce di rinunciare all’ossessione per la “rettificazione” e la redistribuzione per tornare a mettere al centro la libertà, sia estremamente distante da quella della Forrester, che è molto più interessata agli strumenti con cui limitare le diseguaglianze e accogliere prospettive come quella femminista o marxista, entrambi sono concordi nel riconoscere una “inattualità” di Rawls nella teoria politica dei nostri giorni. Non sono tanto la plausibilità della posizione originaria o il legalismo morale su cui si sono concentrati i primi critici a risultare oggi problematici: sono soprattutto le molte «roads not taken» (p. 275) nella storia del liberalismo dell’ultimo mezzo secolo a reclamare una maggiore attenzione. Le opzioni possono essere naturalmente molte: dalla riscoperta che non ogni liberalismo novecentesco è stato rawlsiano ad un dialogo più fecondo con altre tradizioni (dalla filosofia continentale alla teoria critica) o (come suggerisce Nelson) con la storia del pensiero politico. In ogni caso, pare chiaro che il liberalismo e la filosofia politica analitica hanno un forte bisogno di una nuova “rivoluzione copernicana”: non necessariamente (né auspicabilmente) in direzione di una nuova egemonia, ma certamente verso un panorama che rispecchi e sia in grado di confrontarsi con le complessità di un mondo che ha ben poco a che vedere con la linearità e l’omogeneità asettica della posizione originaria e dei due princìpi di giustizia. L’esigenza che questi testi manifestano è insomma quella di andare oltre Rawls: di considerare Una teoria della giustizia «una parte del nostro passato utilizzabile, e come tutte le teorie politiche, un prodotto del suo tempo» (p. 279).

 

Immagine: Skyscrapers Building Lights. Immagine disponibile su Pixabay. Libera per uso commerciale senza attribuzione richiesta.

 

Bibliografia

Forrester, K. (2019), In the Shadow of Justice. Postwar Liberalism and the Remaking of Political Philosophy, Princeton University Press: Princeton & Oxford.

Nelson, E. (2019), The Theology of Liberalism. Political Philosophy and the Justice of God, Harvard University Press: Cambridge (Massachussetts).

Rawls, J. (1999), A Theory of Justice. Revised Edition, Harvard University Press: Cambridge (Massachussetts) & London.


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