17 novembre 2020

Partecipazione democratica e diritti individuali: una nuova storia della libertà?

Pensiero politico

 

Recensione a De Dijn, A. (2020), Freedom. An Unruly History, Cambridge (Ms.): Harvard University Press.

 

La libertà, tra i più importanti problemi della filosofia politica, è da sempre al centro dell’attenzione dei più grandi pensatori. È per questo che tracciare una storia della libertà equivale, grossomodo, a tracciare una storia della politica occidentale stessa. È con quest’opera più che ambiziosa che il recentissimo volume di Annelien de Dijn, professoressa di Modern Political History presso l’Università di Utrecht e già autrice di un ottimo lavoro sul pensiero politico francese tra fine ‘700 e metà ‘800 (De Dijn, 2008), desidera confrontarsi. Pubblicato per Harvard University Press, infatti, Freedom – An Unruly History intende proprio ripercorrere la problematica storia dell’idea di libertà, ambendo a spaziare in un incredibile arco temporale, ovvero dalla grecità arrivando, se non ai giorni nostri, almeno agli ultimi anni del Novecento.

 

Lo scopo della Dijn è di fatto duplice. Da un lato, infatti, il testo tenta di mostrare l’evoluzione storica dell’idea stessa di libertà, anche e soprattutto nel suo problematico rapporto con l’idea di democrazia, dall’altro, parallelamente, di contestare l’identificazione tipicamente liberale, per come intesa dall’autrice, della libertà con il possesso di alcuni inalienabili diritti individuali, mostrando così la tensione e il conflitto di questa prospettiva con l’idea “democratica” di libertà. È così che l’opera parte proprio dalla grecità, il momento in cui secondo Dijn si manifesta per la prima volta l’idea di libertà, intesa tuttavia squisitamente come facoltà democratica di autogoverno. Secondo una posizione piuttosto classica, cui Dijn aderisce, sarebbe proprio nel contrasto con la Persia di Serse che i Greci avrebbero sviluppato, in contrapposizione al regime dispotico e schiavo dei loro avversari, un’ideologica consapevolezza della loro alterità. Sposando la narrazione di Erodoto, infatti, il conflitto contro il grande Impero orientale si sarebbe configurato come un grande scontro tra liberi e schiavi. A segnare la differenza sarebbe stata proprio la tradizione greca di “non inchinarsi” di fronte a nessun altro uomo, anche a costo della vita. La grecità è, quindi, nonostante le sue indubbie limitazioni, di cui l’autrice è consapevole, il primo momento della storia occidentale in cui la libertà compare non come semplice opposto della schiavitù ma come specifica forma di governo, legandosi indissolubilmente alla pratica democratica.

 

È nella repubblica romana che la libertà greca continua la sua storia. A Roma, infatti, dopo la breve parentesi monarchica, per Dijn, il termine stesso di res publica arriva a designare una forma di res populi, identificando nuovamente nell’autogoverno e nella partecipazione popolare il carattere dirimente della libertà. La repubblica romana, quindi, pur con le sue differenze, conserva, di fatto, la stessa concezione di libertà propria dei Greci (De Dijn, 2020: p. 73). È con Cesare, però, e successivamente con Ottaviano, che il legame democrazia-libertà si spezza drasticamente per la prima volta nella storia. L’avvento dell’Impero provoca un completo ribaltamento del paradigma di autogoverno che fino ad allora aveva informato il mondo politico romano. Alla sovranità di molti si sostituisce il potere e l’arbitrio di uno. Questa privazione di democrazia, nella prospettiva della Dijn, è contemporaneamente letta come una privazione di libertà. È tuttavia in questa fase di potere dispotico e piramidale che, soprattutto ad opera di storici come Livio, Plutarco e Tacito, trovano spazio, pur velate, critiche feroci a questa nuova forma di potere (De Dijn, 2020: p. 106), sviluppando una sorta di riflessione strutturale sui limiti del potere dispotico o imperiale. L’instabilità, ad esempio, è secondo Tacito la caratteristica fondamentale dell’assenza di autogoverno, e quindi di libertà. La privazione di democrazia, lungi dall’aumentare la sicurezza personale e la solidità della cosa pubblica, non fa altro che accrescerne l’incertezza, riducendola a mera dipendenza dall’arbitrio del sovrano.

 

Il Medioevo, in continuità con la fase imperiale, è il momento del grande sonno della libertà, non facendo altro che sanzionare tramite la fede pratiche di governo già avviate nella Roma imperiale e nel mondo barbarico. È il Rinascimento italiano il momento del gran risveglio. Gli uomini del Rinascimento, infatti, sono per Dijn figli dei Greci, riscopritori di quel mondo perduto che secoli di oscurità avevano tentato di cancellare. Tanto Machiavelli quanto Petrarca o Leonardo Bruni altro non sarebbero, secondo la ricostruzione di Dijn, che incontra qui uno dei suoi aspetti più problematici, altro che tardi discepoli della classicità. Vero problema di questa prospettiva, infatti, non è tanto il misconoscimento dell’originalità del pensiero rinascimentale, quanto piuttosto le conseguenze che un simile atteggiamento comporta sul resto della storia del pensiero. Nel leggere Machiavelli come un figlio dei Romani e dei Greci, infatti, Dijn condanna l’interno repubblicanesimo alla stessa prospettiva. L’intero risveglio della libertà che dal 1300-400 inizia a diffondersi per l’Europa è per lei un risveglio classico. Tanto Harrington quanto Sidney, così come successivamente Rousseau e Spinoza, in una rincorsa temporale che sembra non conoscere sosta o differenze, sono sostenitori della democrazia e dell’autogoverno, quindi di quella libertà che gli antichi avevano già scoperto ed affermato. È, insomma, nella ricostruzione di Dijn la libertà degli antichi che informa la modernità e che la prepara a sfociare nelle grandi rivoluzioni del ‘700. La grande Rivoluzione Atlantica, che unisce e incorpora - secondo una prospettiva storiografica ormai celebre nell’orizzonte della global history - tanto la Rivoluzione americana e francese quanto le loro “figlie” minori e nazionali, è il vero prodotto moderno di questa rinnovata scoperta della libertà. I grandi autori del Federalist, così come i protagonisti delle lotte parigine, sono intrisi di una profonda cultura classica, ed è nella lettura dei classici che trovano la forza e il coraggio di combattere per la democrazia (De Dijn, 2020: p. 188). Ma se indubbiamente i grandi della Rivoluzione americana furono figli dei classici, parimenti lo furono di Hume, Blackstone, e Hale e della grande tradizione giuridica inglese, di Montesquieu e Burlamaqui e del pensiero istituzionale francese, nonché di Harrington, di Paine e della grande storia del pensiero radicale e repubblicano, tutti elementi che nella ricostruzione di Dijn scompaiono appiattiti, ma che, indubbiamente, occupano larga parte della genealogia dell’idea moderna di libertà.

 

È proprio l’assenza di questo mondo, tipicamente moderno e molto diverso dalla classicità, che porta infine Dijn a vedere nel momento successivo alla Rivoluzione una fase di arresto e freno dello spirito democratico. È in particolar modo il liberalismo, nella ricostruzione proposta, spaventato dalle tendenze anarchiche e violente della democrazia, a riformulare l’idea stessa di libertà. Così è negli ambienti intellettuali legati al circolo di Coppet in Francia, nelle cerchie federaliste negli Stati Uniti e nel mondo conservatore inglese (sfugge però all’autrice il fatto che Burke si professasse proprio un vecchio whig), che si preparano le basi per una nuova concezione della libertà. Non più facoltà di partecipazione e autogoverno ma, anzi, sfera di non ingerenza, limite privato invalicabile al potere politico. Il centro della libertà, insomma, cessa di essere la cosa pubblica e diventa l’individuo. A questa nuova concezione della libertà, lateralmente, si accompagna tuttavia per Dijn un radicale rifiuto della democrazia (De Dijn, 2020: p. 227-45). Sono personaggi come Constant, Burke, Maistre, Webster, Ames e tanti altri, pur molto diversi tra loro, a contestare non solo il primato della democrazia nella difesa della libertà ma anche, e soprattutto, la pretesa democratica di ergersi a migliore forma di governo. Lungi dall’essere efficace, proprio la democrazia è caotica e proprio la democrazia, inevitabilmente, tende al cesarismo e alla dittatura, dando vita e corpo al governo dei “peggiori”. Ribaltando l’antico argomento di Tacito, per i liberali il vero arbitrio e dispotismo non si sperimenta sotto un tiranno ma proprio all’interno del governo democratico. È in questa “antipatia” per la democrazia che il liberalismo fonda una nuova concezione della libertà, in cui trovano infine fondamento e ragione, per l’autrice, molte delle resistenze democratiche degli ultimi due secoli. La lotta per il suffragio (universale e poi femminile), infatti, nonché per gli affrancamenti dalla schiavitù, sono per Dijn tentativi “democratici” di rioccupare la sfera della libertà, contendendola alla teoria individualista e liberale. Pur arrivando fino ai giorni nostri, e coinvolgendo protagonisti di prim’ordine del dibattito politico attuale, tra cui Mises, Berlin, Aron, Hayek ma anche politici come Roosevelt e Woodrow Wilson, è in definitiva su questa contesa tra individualismo e democrazia che l’opera muove i suoi ultimi passi. Nonostante le grandi conquiste democratiche, osserva Dijn in epilogo, la democrazia appare ancora minoritaria e l’antica concezione della libertà resta soppiantata dalla “nuova”, di matrice individualista e liberale (De Dijn, 2020: p. 344).

 

Spettacolare nella sua costruzione, ma anche nell’enorme quantità di testi che il libro riesce ad affrontare, Freedom – An Unruly History è indubbiamente un testo fondamentale nella ricostruzione della storia della libertà. Tuttavia, lo sguardo che l’opera adotta, forse inevitabilmente, non può che risultare una storia parziale, in cui, forse, alcune omissioni pesano più di molte presenze. Perché se indubbiamente i classici hanno fondato la storia della libertà, tuttavia anche i moderni, e forse soprattutto loro, hanno contribuito al suo grande sviluppo e racconto.

 

Immagine: E. Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830. Licenza Wikimedia Commons

Bibliografia

De Dijn, A. (2008), French Political Thought from Montesquieu to Tocqueville. Liberty in a Levelled Society?, Cambridge: Cambridge University Press.

De Dijn, A. (2020), Freedom. An Unruly History, Cambridge (Ms.): Harvard University Press.

 


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