15 marzo 2018

Goodbye Left?

Pensiero politico

 

Recensione a Ricolfi L. (2017), Sinistra e Popolo. Il conflitto politico nell'era dei populismi, Longanesi

 

La storia inizia con una vista, per così dire, dall’alto, di alcune delle teorie che si sono affaccendate nel corso del Novecento a catturare, descrivere, ma talora più che altro plasmare e cooptare, la fondamentale dicotomia politica moderna che vede opporsi la destra alla sinistra.

 

Ne emerge che la stragrande maggioranza di queste teorie peccano di asimmetria: incorporano a monte una scelta valoriale a favore di una parte (più spesso la sinistra), da cui non può che discendere un impianto sbilanciato dall’associazione a quest’ultima di tutto o quasi il bene e il buono, e dal parallelo discredito della parte avversa.

 

C’è in particolare una di queste teorie che ha giocato un ruolo assai pernicioso nel dibattito pubblico italiano: quella sviluppata da Norberto Bobbio in un breve saggio del 1994 intitolato appunto “Destra e sinistra”. Su di essa si concentra la critica serrata di Ricolfi, che ne smaschera le fallacie logiche e il bias ideologico. Soprattutto, è insostenibile la pretesa di imparzialità da parte di chi, come il filosofo torinese, argomenta dall’assunto che la stella polare della sinistra sia il valore ‘uguaglianza’ e quella destra il non-valore ‘disuguaglianza’.

 

Per contro, una teoria virtuosa e ‘simmetrica’ è quella racchiusa in “Perché non sono un conservatore”, un pezzo pubblicato nel 1960 dall’economista e filosofo liberista Friedrich Hayek. Questi attribuisce alla sinistra (socialismo) il valore ‘uguaglianza’, e alla destra (liberalismo) il valore ‘libertà’, fermo restando che entrambi hanno natura progressista, e che tra i due esiste un trade-off, attivato dai meccanismi della pianificazione economica, della burocrazia e della tassazione.

 

È dunque nell’entità e nel tipo delle limitazioni all’intervento statale in economia che si determina la dicotomia: e poiché qualche forma di welfare state per assicurare pari opportunità in partenza è ammessa come necessaria da entrambe le parti, quel che davvero le distingue è l’accettazione o meno del “principio della rettificazione delle disuguaglianze, inteso come intervento di correzione ex post della distribuzione del reddito” (82).

 

Il fatto che un saggio contenente una teoria debole e superata come quello di Bobbio sia assurto a “Bibbia laica della seconda Repubblica” —almeno, negli ambienti di sinistra— ha contribuito alla grave incapacità da parte di quest’ultima di acquisire la consapevolezza dei propri limiti, che così importante sarebbe ora per essa e per il paese.

Sorge quindi l’interrogativo: di cosa, precisamente, dovrebbe la sinistra essere o mostrarsi più consapevole?

Innanzitutto, risponde Ricolfi, delle profonde trasformazioni che hanno mutato il volto dell’economia mondiale nel corso degli ultimi cinquant’anni. Crisi fiscale dello stato, fine del gold standard, prima crisi petrolifera, hanno sospinto all’inizio degli anni Settanta le economie avanzate nei primi passi di un irreversibile allontanamento dal modello dei “Trenta gloriosi”, in cui una crescita cospicua e continua consentiva audaci manovre redistributive. E appunto questa molla della crescita i paesi avanzati vanno via via perdendola, scendendo inesorabilmente e definitivamente, uno dopo l’altro, al di sotto del ritmo di crescita del mondo nel suo insieme.

 

Perdita del primato e perdita di controllo, in cui un ruolo integrante è stato giocato da quell’insieme di impetuosi processi di integrazione economica che vanno sotto il nome di globalizzazione. Essi furono fatti o lasciati avvenire senza limitazioni, sorveglianze, cautele, e si sono rivelati “semplicemente disastros[i] per quei paesi che, come l’Italia, non solo sono entrati da tempo in un’era di opulenza e «indisponibilità ai sacrifici», ma hanno scordato di modernizzare l’economia, ossia di fare l’unica cosa con cui un paese postindustriale può resistere al vento della competizione mondiale.” (140). Questo vero e proprio mutamento di regime economico ha spiazzato la sinistra, attraverso un percorso in due tempi. Primo tempo: all’inizio degli anni Novanta le sinistre si convertono alla filosofia del mercato. Secondo tempo: la crisi del 2008, fungendo da dolorosa confutazione di questa filosofia, lascia i suoi neofiti disorientati e in preda a una crisi di identità. “Così il pensiero della sinistra riformista oscilla, come un pendolo, fra voglia di nuovo e nostalgia, con schizofrenica dipendenza dai successi e dagli insuccessi del capitalismo.” (158).

 

Il punto dolente è in particolare la posizione da assumere nei confronti della globalizzazione: opporvisi in modo netto non si può, e non solo perché la si è osannata negli anni Novanta, ma anche “perché – a dispetto di tutti i suoi limiti e le sue storture – essa resta il più spettacolare meccanismo egualitario che l’umanità abbia conosciuto.” (160). Né si può continuare a farsene paladini, perché globalizzazione significa dover rimanere competitivi, con i sacrifici e la flessibilità che ciò richiede.

 

Un’impasse, questa, pressoché insuperabile in uno schema figlio del secondo dopoguerra, il cui “nucleo ideologico […] resta la redistribuzione egualitaria delle risorse, ma il suo presupposto empirico è tuttora l’assunto della crescita”. (161). E non è solo la sinistra a soffrire di inattualità, ma la dicotomia destra/sinistra stessa: nessuna delle due parti appare in grado di rappresentare in maniera pertinente i bivi fondamentali di questo inizio di millennio. Ben più utile —sia praticamente sia teoricamente — sembra una nuova distinzione, “fra le forze dell’apertura e dell’innovazione, favorevoli al mercato e alla privatizzazione, e le forze della chiusura e della conservazione, più o meno avverse a uno o più aspetti della globalizzazione” (167).

 

C’è uno specifico fenomeno, recentemente balzato agli onori della cronaca, che secondo Ricolfi avvalora in modo decisivo quest’ultima tesi: il fiorire dei cosiddetti populismi. L’essenza di questa tipologia di forze politiche viene individuata dal sociologo in una concezione della società alla stregua di un organismo, con un suo equilibrio da mantenere e una sua identità da preservare, a fronte di destabilizzanti e pericolose interferenze e intrusioni dall’esterno. Ne discende il rifiuto della lotta di classe a favore dell’assunzione del punto di vista del ‘popolo’, nell’accezione di ‘gente’, chiunque di ‘noi’. È una visione di matrice romantica, che affonda le sue radici nella reazione al pensiero sociale individualista tipico dell’Illuminismo, alla base, quest’ultimo, tanto della dottrina liberale quanto di quella socialista.

 

Ricolfi ci offre uno schizzo storico assai interessante della genealogia del fenomeno populista, dalla sua preistoria a fine Ottocento attraverso la sua discontinua marcia di diffusione —suddivisa in tre fasi— sul continente europeo. Oggi, i populismi, sia che calchino le scene sotto il vessillo della lotta contro politiche di austerità imposte da istituzioni sovranazionali —quelli di sinistra—, sia che lo facciano attaccando l’apertura delle frontiere alla circolazione dei migranti —quelli di destra—, rappresentano sempre un “ritorno in grande stile delle identità nazionali sul teatro della politica.” (213).

 

Le cause probabili di questi generalizzati trionfi sono da Ricolfi fatte scaturire dall’incrocio di vari dati statistici: dati sulle variazioni del consenso goduto dalle forze populiste europee, dati sull’impatto della crisi economica nei vari stati, e dati dell’Eurobarometro sulle opinioni dei cittadini relativamente alla paura in loro suscitata da varie tipologie di minacce alla loro sicurezza. Ne emerge che il cocktail più energizzante per i populismi è un mix di duro impatto della crisi ed elevata paura per il terrorismo. Paura, quest’ultima, che altre analisi statistiche rivelano fondata (correlata a variazioni effettive del tasso di attentati).

 

Allora, si può concludere che la chiave di volta di questa dinamica è racchiusa nella parola ‘protezione’: protezione dall’insicurezza economica e/o dal disordine sociale, protezione che i cittadini (legittimamente) chiedono e che le forze dell’apertura o tradizionali non sono in condizione di offrire.

 

 E non sono in condizione di offrirla, e nemmeno di pretendere di offrirla, per ragioni assai profonde inscritte nelle recenti trasformazioni sociali. I nostri sistemi socioeconomici, infatti, ove la crescita che giustificava speranze e rivendicazioni si è fermata, ma la competizione che stimola le medesime speranze e rivendicazioni rimane e anzi si acuisce, sono società “a somma zero”: “a fronte di qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde perché la posta, la torta da spartirsi, è limitata e non aumenta”. (253) Insomma, “un mondo strutturalmente costruito per generare perdenti” (257).

 

Le forze dell’apertura, e in particolare quelle di sinistra, nel frattempo, sono divenute portavoce naturali di quelli che lo storico Paul Ginsborg chiamò “ceti medi riflessivi”: una quota maggioritaria delle popolazioni dei paesi avanzati — che il politico socialdemocratico e scienziato sociale Peter Glotz ebbe per questo a definire “società dei 2/3”—, che tuttavia ne esclude una importante fetta. Quest’ultima è il “popolo” nell’accezione tradizionale, “gli strati bassi della popolazione, caratterizzati da un capitale economico, sociale e culturale sensibilmente inferiore a quello medio” (258), in nome del quale la sinistra tradizionalmente parlava e rivendicava, ma che ora preferisce rispondere agli appelli populisti. Sta covando oggi una sorta di guerra civile tra civiltà: “due amplissime minoranze [che] vivono in due universi radicalmente diversi, e sostanzialmente incomunicanti. In basso, la pietrosa realtà di chi, ancora oggi, è alle prese con il mondo delle cose materiali, sia nel senso che continua a fare i lavori duri di sempre, sia nel senso che è impegnato a soddisfare i bisogni di base […]. In alto, la soffice realtà di chi già vive in un mondo di simboli, etereo e smaterializzato, fatto di lavori leggeri, ben pagati e spesso gratificanti, e di bisogni post-borghesi, o post- materialisti, come amano definirli i sociologi della cultura: autorealizzazione, cura del corpo, promozione della propria immagine, ipersocialità, evasione.” (277) La sensibilità del mondo inferiore è assai meglio intercettata dai discorsi populisti con le loro istanze comunitariste che da quelli, intrisi di ‘politicamente corretto’, e nei confronti del senso comune popolare di “negazionismo, derisione, disprezzo, supponenza, nichilismo” (266), che soli ormai sembra in grado di proporre la sinistra, forte quasi esclusivamente di una base elettorale nel mondo superiore.

 

Allora il tema dell’accoglienza dei migranti diventa per quest’ultima “la sua patente di progressismo, la sua assicurazione contro il naufragio della propria identità” (272), ossia la vocazione a occuparsi di chi sta in basso.

 

Molto, negli sviluppi futuri di questa situazione, dipenderà secondo Ricolfi “dalla risposta che le forze dell’apertura, ovvero la destra e la sinistra ufficiali, sapranno fornire ai due problemi fondamentali che il populismo ha posto all’ordine del giorno: il problema dei perdenti della globalizzazione e il problema del controllo delle frontiere.” (342) Potremmo ritrovarci a vivere in un’Europa politicamente simile a un Arlecchino, con governi occupanti tutte le caselle degli spettri incrociati apertura/chiusura e destra/sinistra. E molto dipenderà anche dalla situazione economica e dalla posizione nella geografia dei flussi dei singoli paesi. Destra e sinistra in ogni caso degraderanno da autonomi soggetti politici a meri attributi, il cui significato varierà a seconda che siano applicati a forze dell’apertura o della chiusura.

 

Il tema principale, la problematicità del rapporto tra le forze politiche della sinistra attuale e gli strati popolari, non è nuovo per Ricolfi: lo aveva già sollevato nel 2005 in un libro dal titolo eloquente “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori”, che era stato ampiamente apprezzato.

 

Le analisi e le riflessioni che raccoglie in “Sinistra e popolo” sono anch’esse molto interessanti, se non altro per la loro chiarezza. Inoltre il sociologo si serve di una grande varietà di strumenti e di punti di vista disciplinari, dalla filosofia politica alla storia economica e politica, alla sociologia quantitativa. Diversi dei dati di cui fa uso sono frutto del lavoro di ricerca realizzato dalla Fondazione Hume, che lui stesso dirige. Questo approccio indica una strada forse troppo raramente percorsa, la scelta di seguire il filo di Arianna di una questione focale in qualsiasi campo esso conduca.

 

È comunque indubbio che diverse delle tesi presentate da Ricolfi non possano essere pacificamente accettate senza il vaglio di un attento approfondimento nel merito. Al di là della critica a Bobbio, volutamente provocatoria ma in fin dei conti abbastanza ben ponderata, suscita perplessità l’endorsement quasi entusiastico riservato a Hayek, che sostenne la sua teoria ‘simmetrica’ con spirito probabilmente almeno altrettanto partigiano di quello del filosofo torinese.

 

Alla tesi centrale del saggio, quella per cui alla dicotomia destra/sinistra andrebbe preferita una nuova dicotomia apertura/chiusura, poi, è possibile muovere diverse obiezioni. Ne proporrò due che la intaccano ai fondamenti, e che spero possano suscitare qualche riflessione.

 

1) Si potrebbe sostenere che essa confonde il mezzo con il messaggio: il populismo, la chiusura rispetto a (certi aspetti della) globalizzazione, potrebbero essere meglio interpretati come semplici mezzi, disponibili tanto alla destra quanto alla sinistra, per perseguire i rispettivi progetti e programmi. Le stelle polari della destra e della sinistra sarebbero sempre lassù, in cielo, a prescindere dal fatto che i loro rappresentanti in terra optino per la chiusura o l’apertura dei mercati o delle frontiere, per i ceti medi riflessivi o per il popolo.

 

2) Oppure, e, secondo il parere di chi scrive, con maggiore penetrazione, si può sostenere che essa è un’assegnazione di etichette in fondo arbitraria. Destra e sinistra, oltre a essere due etichette, sono state e sono modi di riconoscersi in lunghe tradizioni politiche. Forse se cerchiamo, come in parte fa Ricolfi, di collocarci al di fuori dell’arena politica e di valutarne la pregnanza rispetto a criteri che abbiamo ricavato da altrove, da statistiche dell’Eurobarometro o da una sommaria ricostruzione della storia economica globale recente, ci appariranno deludenti. Eppure questa prospettiva, non sterile o inutile, va coadiuvata da una considerazione attenta e puntuale di chi e come nel corso della storia si è riconosciuto nella sinistra o nella destra, di ciò che questo ha significato nel suo contesto e delle tracce che ha inevitabilmente lasciato a livello istituzionale e culturale.

 

 

Immagine: collage a cura dell'A. Licenza Creative Commons: pubblico dominio.

 

Bibliografia

Bobbio, N. (1994), Destra e sinistra, Donzelli: Roma.

Glotz, P. (1986), Manifesto per una nuova sinistra europea, Feltrinelli, Milano.

Hayek, F. (1960), “Perché non sono un conservatore”, poscritto a La società libera (Rubbettino, 2007), traduzione di The Constitution of Liberty (Chicago University Press).

Ricolfi, L. (2005), Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi: Milano.

Thurow, L. (1980), La società a somma zero (trad. 1981), Il Mulino: Bologna.

 


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