10 giugno 2021

La prossima emergenza sanitaria è già qui: la cooperazione internazionale all’epoca della resistenza agli antimicrobici

● Scenari internazionali

 

 

Lo scorso 4 giugno a Oxford i ministri della Salute dei paesi G7 hanno firmato una dichiarazione che definisce le linee guida da adottare in risposta a future emergenze sanitarie di portata globale. Nella dichiarazione vengono affrontati temi quali le significative lacune presenti nell’attuale organizzazione della sanità mondiale e molte delle possibili minacce alla salute dell’uomo: tra queste, particolare attenzione viene conferita all’AMR, acronimo inglese per antimicrobial resistance (resistenza agli antimicrobici). In evidente contrasto con i numerosi avvertimenti della comunità scientifica e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno più volte descritto l’AMR come una delle più gravi minacce per l’umanità,  sino ad oggi la resistenza agli antimicrobici raramente era stata oggetto di una reale presa di coscienza da parte dei leader mondiali. Eppure senza antibiotici per prevenire le infezioni batteriche, la medicina moderna così come la conosciamo rischia di diventare inefficace. La dichiarazione di Oxford rappresenta dunque un passo avanti, sicuramente necessario ma non certo sufficiente vista l’entità del problema. 

Se l’AMR appare una minaccia così certa, perché la risposta della comunità internazionale è stata fino ad ora così lenta e inadeguata? Uno sguardo alle due grandi crisi dei nostri tempi – la pandemia di Covid-19 e il cambiamento climatico – può aiutare a comprendere quali siano gli ostacoli che limitano la cooperazione fra stati nell’affrontare la questione della resistenza agli antimicrobici.

 

AMR: una minaccia per l’umanità

 

Nel 2019, l’OMS ha inserito la resistenza agli antimicrobici - la capacità di batteri, virus e funghi di cambiare nel tempo e dare origini ad infezioni che non rispondono agli antibiotici/antivirali/antifungini esistenti -  tra le dieci minacce più pericolose per la sanità pubblica globale, insieme al cambiamento climatico e alle pandemie influenzali.

 

Che  i batteri (così come i virus e i funghi) possano mutare per meglio resistere agli antimicrobici e diventare così dei superbugs (super-germi) è un fenomeno naturale che segue una logica Darwiniana dell’evoluzione della specie. In una certa misura quindi l’AMR è inevitabile. La comunità scientifica distingue però la resistenza derivante dall’esposizione intenzionale e giustificata agli antimicrobici, nei casi in cui essi rappresentino effettivamente la terapia di elezione,  da quella derivante da un uso scorretto e irresponsabile degli stessi. Il secondo tipo di resistenza è particolarmente preoccupante quando si tratta di antibiotici. Il primo antibiotico della storia, la penicillina, fu scoperto nel 1928 dal medico scozzese Alexander Fleming. Lo stesso Fleming, nel ritirare il premio Nobel per la medicina assegnatoli nel 1945, avvertì la comunità scientifica della possibilità che l’abuso di questa categoria di farmaci potesse di fatto compromettere irrimediabilmente il loro contributo alla medicina moderna.

 

Senza antibiotici efficaci, qualsiasi infezione diventerebbe più difficile da curare; la percentuale di rischio associata ad un qualsiasi intervento chirurgico, anche il più semplice, diventerebbe molto elevata; le cure chemioterapiche, essenziali per i pazienti oncologici ma altamente immunodeprimenti, potrebbero diventare impraticabili. L’AMR non rappresenta una minaccia futura bensì una concreta emergenza del presente. Si stima che nel mondo ogni anno i superbugs siano la causa di circa 700,000 decessi (37,000 nell’Unione Europea, 4,500 -7,000 in Italia), un numero che probabilmente non tiene conto di molte vittime in paesi a basso e medio reddito. La Review on Antimicrobial Resistance  condotta nel 2016 dall’economista Jim O’Neill per conto del governo britannico stima che, se questo trend dovesse continuare inalterato, entro il 2050 l’AMR potrebbe costare 10 milioni di vite all’anno (per confronto, dall’inizio della pandemia Covid-19 sono morte 3,74 milioni di persone), contro gli 8,2 milioni di decessi per tumore e 1,2 milioni di morti per incidente stradale.

 

Agli altissimi costi umani dell’AMR si accompagnano poi quelli economici. Senza antibiotici e altri antimicrobici efficaci, il costo e la durata media delle cure mediche inevitabilmente crescerebbero, aumentando esponenzialmente la spesa nazionale per la sanità pubblica. Gli economisti autori della Review stimano inoltre che a livello globale le perdite economiche attribuibili direttamente e indirettamente alla resistenza agli antimicrobici nel periodo tra il 2015 e il 2050 raggiungerebbero i 100 trilioni di dollari.

 

Da anni ormai la comunità scientifica invita i leader mondiali a investire nella ricerca e nello sviluppo di nuovi antibiotici (dal 1984 ad oggi è stata scoperta una sola nuova classe di antibiotici) e a promuovere un uso più responsabile degli antimicrobici esistenti così da rallentare l’avanzamento dell’AMR. La Review britannica stima che nel corso dei prossimi dieci anni sarà necessario un investimento di 42$ miliardi per evitare lo scenario catastrofico dei 10 milioni di morti all’anno entro il 2050. Certo, si tratta di un impegno notevole che dovrebbe essere sostenuto in gran parte dai paesi più ricchi, ma rimane pur sempre una spesa irrisoria rispetto ai 100$ trilioni che l’AMR costerebbe all’economia globale. Se la crisi della resistenza agli antimicrobici costituisce una tale minaccia per l’umanità e se è chiaro quali siano le misure da prendere per prevenire una vera e propria catastrofe, cosa impedisce alla comunità internazionale di muoversi coesa per contrastare l’AMR? 

 

Gli ostacoli alla cooperazione internazionale

Per combattere in maniera efficace la resistenza agli antimicrobici la comunità internazionale deve istituire un meccanismo globale per investire nella ricerca e sviluppo di nuovi principi attivi e allo stesso tempo firmare un accordo che limiti e regoli su scala mondiale l’uso degli antibiotici esistenti. Il progresso compiuto fino ad ora nell’una e nell’altra direzione non ha raggiunto i livelli necessari per prevenire lo scenario dei 10 milioni di decessi all’anno.

 

Come accade per la regolamentazione  delle emissioni di CO2 nella governance della lotta al cambiamento climatico, coordinare l’azione globale per la riduzione dell’uso degli antibiotici esistenti è assai complesso. In primo luogo, esiste un grande divario in termini di accesso ad antibiotici e altri antimicrobici tra i paesi più ricchi e quelli a medio e basso reddito. Mentre nei paesi ricchi prevalgono i decessi legati alla resistenza agli antibiotici, al momento nel mondo è molto più alto il numero di persone che muoiono a causa di un’infezione batterica poiché non hanno accesso agli antibiotici necessari per curarla, in larga parte in paesi in via di sviluppo. È quindi chiaro come mai non sia possibile trovare un accordo tra stati che consista semplicemente nel limitare la quantità di antibiotici in circolazione per ridurre il problema della farmaco resistenza.

 

Una seconda ragione che rende difficile la cooperazione tra stati è che limitare l’uso degli antibiotici significa rinunciare ai grandi vantaggi che il loro uso porta nel settore agricolo, dell’allevamento e dell’acquacoltura. Nell’allevamento per esempio, gli antibiotici sono spesso mischiati a mangimi e utilizzati come promotori della crescita (Antibiotic Growth Promoters, AGR) per assicurare una massimizzazione della resa a costi minimi. Per ottenere gli stessi risultati senza l’uso di antimicrobici servirebbero massicci investimenti per sviluppare infrastrutture e tecnologie che  prevengano l’insorgenza di infezioni.

 

I paralleli tra l’emergenza climatica e quella legata all’AMR sono quindi evidenti: entrambe le crisi mettono in luce il divario tra paesi ricchi e paesi più poveri e il fatto che i costi futuri di politiche poco lungimiranti vengono sistematicamente sottovalutati rispetto ai benefici immediati che esse comportano. Inoltre, entrambe le crisi richiederebbero un cambio repentino di direzione nelle decisioni dell’intera comunità internazionale, che tuttavia potrebbero essere vanificate in caso di astensione o opposizione di uno degli stati partecipanti.

 

Tuttavia, a differenza di quanto accade per la crisi climatica, per l’AMR i sistemi di raccolta dati e di monitoraggio sono ad oggi ancora poco sviluppati e quindi per la comunità scientifica risulta difficile tracciare un quadro completo della situazione, specialmente nei paesi a basso e medio reddito.

 

Viene poi naturale comparare la crisi dell’AMR alla pandemia che stiamo vivendo in questi mesi. Il Covid-19 ha dimostrato come emergenze sanitarie di portata mondiale possano mettere alla prova anche gli stati con i migliori sistemi di sanità pubblica. Ciò dovrebbe costituire un monito per la comunità internazionale ad investire di più e meglio in sistemi di monitoraggio e prevenzione. Non sembra invece che la pandemia del Covid-19 abbia indotto una maggiore attenzione sul problema dell’antibiotico resistenza, forse perché mentre il Covid-19 si è da subito manifestato come emergenza in fase acuta, gli effetti dell’AMR aumentano in maniera inesorabile, ma lentamente e non sono ancora tanto visibili da attrarre l’attenzione di pubblico, mass media e classe politica.

 

Un’altra importante differenza riguarda la struttura del mercato per i vaccini e di quello per gli antibiotici. Mentre lo sviluppo di nuovi vaccini avviene in un contesto di grandi investimenti sia pubblici che privati che incentivano la sperimentazione, le industrie farmaceutiche che ricercano nuovi antibiotici si trovano di fronte a una strada in salita, per via dell’alto rischio di fallimento dei test clinici, dei profitti contenuti e della complessità dei sistemi di regolamentazione che ne disciplinano l’impiego. Eppure per contenere l’AMR, bisognerebbe investire massicciamente in ricerca e sviluppo di nuovi principi attivi come è stato per il vaccino Covid-19 e occorrerebbe attivarsi subito anche se la crisi dell’antibiotico resistenza non ha ancora raggiunto il picco.

 

La resistenza agli antimicrobici, in particolare agli antibiotici, è senza dubbio una delle più grandi sfide che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi decenni.  Come accade oggi nella distribuzione del vaccino contro il Covid-19,  esistono profonde disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri per quanto riguarda l’accesso a cure antibiotiche e a sistemi sanitari in grado di prevenire e curare infezioni da agenti microbici. Come nel caso del cambiamento climatico, senza un intervento tempestivo e coeso della comunità internazionale, a fare i conti con le drammatiche conseguenze dell’AMR saranno soprattutto le generazioni future. Sta ai leader politici di oggi passare dalle parole ai fatti, dalle dichiarazioni non vincolanti a trattati internazionali che si traducano in massicci investimenti in ricerca e sviluppo e al contempo preservino per le generazioni future l’efficacia della medicina moderna così come abbiamo avuto la fortuna di sperimentarla fino ad oggi.

 

 

 

 Crediti immagine: Pixabay, Creative Commons CC0 1.0 Universal

 


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