18 maggio 2022

È possibile spiegare razionalmente la guerra in Ucraina?

 Scenari internazionali

 

L'articolo è stato scritto nei giorni immediatiamente successivi all'invasione russa dell'Ucraina (24 febbraio 2022)

 

Di fronte al conflitto in Ucraina sono tante le possibili lenti teoriche e analitiche applicabili. Fin da subito il dibattito pubblico ed accademico si è strutturato intorno a due approcci principali, l'uno volto a enfatizzare l’anacronistico disegno imperialista di Putin a cui si oppone il diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino. L’altro incentrato sugli equilibri strategici e i rischi insiti ad una escalation armata con una potenza nucleare, che porterebbe ad un approccio più cauto sulle reali opzioni militari disponibili per resistere al disegno russo. Con intensità variabili sia da una parte che dall’altra, il primo approccio conduce a una linea politica più dura con un coinvolgimento forte dei Paesi occidentali nel conflitto e l’obiettivo di una resa russa o una deposizione di Putin; il secondo approccio è più votato al compromesso, e alla possibilità di concessioni negoziali più “generose” per portare a una de-escalation del conflitto. Questa incertezza di politica estera si basa a livello teorico sull’incertezza sulle intenzioni degli Stati, elemento tipico della politica internazionale. In particolare, esiste uno scetticismo sul fatto che concessioni limitate a Putin possano portare a una pace duratura e non fungere da trampolino per ulteriori conquiste. Nessuno studioso, in questo momento, può farsi interprete assoluto della politica di Putin, laddove solo la disponibilità di fonti storiche potrà gettare luce sulle dinamiche che hanno portato alla decisione di invadere l’Ucraina, in un dibattito accademico che ci impegnerà negli anni avvenire. Allo stesso tempo la tragedia della guerra ucraina può stimolare alcune riflessioni che possono aiutarci a comprendere le dinamiche ricorrenti nei rapporti tra Stati, e orientare le nostre politiche future.

 

Tra le lenti analitiche possibili vi è quella della teoria politica razionalista che incentra la sua analisi su un calcolo costi-benefici e si chiede se in questi termini sia possibile considerare la guerra uno strumento razionale di politica estera. Infatti, la guerra è un’impresa costosa e rischiosa, che spesso porta a risultati subottimali, dove le parti coinvolte nel conflitto avrebbero tratto maggiori benefici se avessero cooperato e trovato una soluzione diplomatica. Allora perché gli Stati non possono fare un accordo ed evitare la guerra? In altre parole, essendo la guerra inefficiente ex-post, perché gli Stati non dovrebbero essere in grado di raggiungere un vantaggioso accordo ex-ante che permetta loro di evitarla? Sappiamo, sulla base di un grande volume di studi teorici pubblicati negli ultimi cinquant’anni, che la razionalità umana nel processo decisionale è soggetta a forti bias cognitivi e dinamiche di psicologia di gruppo, dove anche emozioni, credenze, e tratti caratteriali ricoprono un ruolo non trascurabile. Ma se anche gli attori internazionali fossero perfettamente razionali in termini di calcolo costi-benefici, sarebbe comunque possibile spiegare il ricorso alla guerra in termini razionali?

 

Il professore dell’Università di Stanford James D. Fearon ha cercato di rispondere a questa domanda fondamentale nel suo articolo del 1995 Rationalist Explanations for War. L’autore dimostra che, matematicamente, esiste sempre un insieme di accordi negoziati che entrambe le parti preferiscono alla guerra. Da qui l’enigma: perché gli Stati vanno in guerra? Secondo Fearon, essenzialmente due meccanismi, o logiche causali, spiegano perché gli Stati razionali a volte potrebbero non essere in grado di individuare o concordare un tale accordo: (1) la combinazione di asimmetrie informative e incentivi a distorcere le reali intenzioni e capacità militari, e (2) l’incapacità degli Stati, in circostanze specifiche, di impegnarsi a sostenere un accordo a causa di forti incentivi a defezionare dallo stesso. Cerchiamo di capire meglio questi meccanismi per applicarli al conflitto in corso in Ucraina.

 

1° meccanismo: problemi di comunicazione

 

Se è vero che gli Stati hanno sempre incentivi a trovare un accordo pacifico meno costoso della soluzione bellica, hanno anche interesse a massimizzare i loro risultati ai tavoli negoziali. A tal fine, gli Stati spesso tentano di bluffare, cioè di proiettare capacità militari e determinazione maggiori di quelle di cui effettivamente dispongono. Ad esempio, la Russia potrebbe avere incentivi a distorcere la sua vera volontà o capacità di combattere se, così facendo, potesse scoraggiare sfide future o persuadere l’altra parte a fare concessioni. A causa di questi incentivi a bluffare, gli Stati non sempre possono prendere le parole delle controparti sul serio. Allora può darsi che l’unico modo per superare questa barriera di comunicazione sia intraprendere azioni che producano un rischio reale di guerra inefficiente. Tali azioni sono definite costly signals (“segnali costosi”), come la mobilitazione di truppe, l’invio di truppe all’estero, dichiarazioni pubbliche di determinazione ad intervenire militarmente, e così via. È il caso della mobilitazione di truppe russe sul confine ucraino, un segnale che però non è stato sufficiente per spingere l’Ucraina a fare concessioni. Poiché gli incentivi a rappresentare in maniera distorta la forza militare possono minare la comunicazione diplomatica, gli stati possono essere costretti ad usare la guerra come mezzo credibile per rivelare informazioni private sulla loro volontà di combattere (chiamata in gergo “resolve”). Detto in altri termini, un conflitto in Ucraina potrebbe essere diventato necessario alla Russia per dimostrare in modo credibile la rilevanza strategica dell’Ucraina, vista l’incapacità e/o impossibilità russa di affermarlo per via diplomatica. Questa potrebbe forse essere la spiegazione razionale più plausibile del conflitto russo-ucraino. Tuttavia, in questo modo, un paese corre l’alto rischio di finire in una spirale di insicurezza, con azioni e reazioni che rischiano di essere distruttive per tutte le parti coinvolte. Ciononostante, i problemi di comunicazione (più propriamente chiamati signalling problems) sono una spiegazione razionale valida per la guerra, fondamentalmente basata sull’incapacità della Russia di comunicare in maniera convincente i propri interessi strategici vitali agli europei.

 

2° meccanismo: problemi di commitment

 

Anche in assenza di asimmetrie informative, gli Stati possono rivelarsi incapaci di accordarsi su un risultato negoziato efficiente quando per ragioni strutturali – ossia forti incentivi a defezionare – non possono fidarsi che le parti mantengano l’accordo stabilito. Nel caso russo-ucraino, queste ragioni strutturali hanno a che fare con gli incentivi alla guerra preventiva in condizioni di anarchia: in assenza di un soggetto in grado di garantire gli accordi (ad esempio garantendo che la NATO non si espanda ulteriormente a est in futuro), uno Stato (ad esempio la Russia) può avere forti incentivi ad attaccare perché teme che la pace che dovrà accettare se non agisce sarà estremamente sfavorevole. Consci di queste valutazioni strategiche, l’UE e l’Ucraina avrebbero potuto fare concessioni alla Russia, come cedere parte del territorio orientale dell’Ucraina, un accordo che entrambe le parti avrebbero potuto preferire alla guerra. Tuttavia, a causa degli stessi problemi di commitment (rispetto degli impegni presi), l’Ucraina non poteva essere certa che cedendo parte dei suoi territori ad est, la Russia non avrebbe poi avanzato ulteriori richieste. L’Ucraina ha preferito a concessioni “limitate” (appeasement) affrontare il conflitto, resistendo ai piani russi; quindi, potrebbe sembrare che le questioni in gioco fossero indivisibili, ossia l’integrità territoriale dell’Ucraina non fosse negoziabile. Ma la causa di fondo della guerra in questo caso, secondo Fearon, non è l’indivisibilità in sé, ma piuttosto l’incapacità degli Stati di prendere impegni credibili in condizioni di anarchia.

 

Una valutazione dell’attuale conflitto Russia-Ucraina

 

Partendo da presupposti razionalisti, e dunque assumendo che ciò che la Russia sta facendo segua un freddo calcolo strategico di massimizzazione di sicurezza e profitto, e non abbia a che fare con altre questioni come il “valore simbolico dell’Ucraina”, la “dissennatezza di Putin” o le “prerogative dell’imperialismo russo”, possiamo fare alcune considerazioni strategiche. In riferimento al primo meccanismo identificato da Fearon la sicurezza russa si sarebbe rafforzata in quanto Mosca sarebbe riuscita a segnalare con successo la sua determinazione ai Paesi membri della NATO. In questo senso, la crisi potrebbe essere vista come un tentativo di aumentare la credibilità russa, il cosiddetto “resolve”, un bene prezioso nella politica internazionale che fa sì che le altre parti prendano uno Stato sul serio quando comunica una intenzione o preoccupazione in politica estera. Per lo stesso meccanismo però, la sicurezza russa andrebbe a diminuire a causa delle ripercussioni reputazionali e diplomatiche di azioni ritenute “maligne”, “aggressive”, “espansionistiche”. Ciò porterebbe ad assumere sempre il peggio rispetto alle intenzioni russe, minando di fatto ogni sforzo di cooperazione e costruzione di fiducia tra le parti. Tuttavia, quest’ultima valutazione sul “tipo di Stato” è da considerarsi come soggettiva e non assoluta, e ogni Stato la attuerà in modo diverso. Per esempio, mentre i Paesi europei vedranno in Putin un aggressore espansionista, la Cina potrebbe vederlo come legittimo difensore del proprio interesse di sicurezza nei confronti di una minacciosa alleanza di Stati occidentali.

 

Passando al secondo meccanismo identificato da Fearon, la sicurezza russa aumenterebbe per questioni legate all’equilibrio strategico in presenza di problemi di commitment: nell’impossibilita di garanzie credibili da parte dell’Ucraina e della NATO, in caso di successo, la Russia riuscirebbe ad evitare che l’Ucraina diventi effettivamente parte del blocco occidentale minacciando la Russia con testate nucleari ai suoi confini. D’altra parte, in virtù dello stesso meccanismo, nell’impossibilità russa di dare garanzie credibili rispetto ai limiti dei propri obiettivi politici, il conflitto porterà ad una aumentata percezione della minaccia russa, un rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, e un aumento corrispondente degli investimenti in difesa dei Paesi europei, a danno della sicurezza russa. Risulta a questo punto evidente, come anche partendo da presupposti razionalisti, seguendo cioè un calcolo costi-benefici, la guerra possa materializzarsi nell’incapacità delle parti di comunicare efficacemente le proprie intenzioni o di impegnarsi credibilmente a rispettare un determinato accordo negoziato.

 

Le democrazie occidentali rifiutano l’uso della guerra come mezzo per risolvere le dispute tra Stati e abbracciano l’idea di un ordine giuridico internazionale capace di mediare e risolvere in modo non violento i conflitti derivanti da istanze di sicurezza e interessi economici divergenti. La verità fondamentale è però che a garanzia dell’efficacia di qualsiasi ordine giuridico vi possono essere, in definitiva, solo i rapporti di forza delle parti coinvolte. La crisi russo-ucraina dimostra, infatti, come le norme internazionali non siano di per sé stesse sufficienti – se non fondate su effettivi rapporti di potenza – a limitare l’utilizzo del mezzo militare in politica estera da parte di uno Stato. Ciò non significa che i grandi protagonisti del gioco attuali e futuri – primi fra tutti Stati Uniti, Russia e Cina, non potranno in alcun modo trovare un accordo sulle loro questioni irrisolte senza ricorrere alla guerra, ma che tale accordo dovrà riflettere le realtà di potere, le preoccupazioni di sicurezza, economiche, ma anche simboliche e di reputazione di tutte le parti coinvolte. Si tratta di un esercizio molto difficile di comprensione delle intenzioni altrui e di “empatia strategica” ed è ciò che il professor Nicholas Wheeler chiama Security Dilemma Sensibility (sensibilità al dilemma della sicurezza). Questo è ovviamente un esercizio reciproco e può funzionare solo se ci troviamo in una situazione in cui tutte le parti stanno meglio cooperando e la guerra è un risultato subottimale per tutti. Se questo esercizio di empatia strategica non è ricambiato e ci troviamo di fronte ad attori che vogliono solo espansione incondizionata, la deterrenza incondizionata è l’unico modo per avere successo. La speranza è che non sia questa la situazione in cui si trovano attualmente Stati Uniti, Russia e Cina e che i nostri leader siano in grado di evitare ulteriori conflitti grazie alla mutua comprensione delle intenzioni e la costruzione di fiducia tra le parti.

 

Immagine: "Ukrainian National Guardsman, taken in 2022 during the Russian-Ukrainian War" (6 Aprile 2022). Crediti: Ministry of Internal Affairs of Ukraine, Creative Commons Attribution 4.0 International license.

 

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Immagine: "A new dawn for Europe" (31 gennaio 2020). Crediti: Parlamento Europeo, Creative Commons Attribution 2.0 Generic licence.

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