7 aprile 2020

Legge europea per il Clima: i cambiamenti climatici ai tempi del Coronavirus

● Scenari internazionali

 

La terribile pandemia di Coronavirus (COVID-19) attualmente in corso sta comportando un effetto imprevisto sul pianeta: una delle più importanti diminuzioni di emissioni di gas serra a livello globale degli ultimi anni. Come si è già visto in Cina, la chiusura di fabbriche, scuole, uffici, il crollo del traffico aereo e la riduzione degli spostamenti privati ha notevolmente diminuito il bisogno di energia elettrica e l’inquinamento da anidride carbonica (CO2), prima causa dei surriscaldamento globale. Anche se in queste e nelle prossime settimane si assisterà verosimilmente allo stesso fenomeno anche in Europa, il trend pre-Coronavirus non era affatto incoraggiante.

 

“Se la casa brucia non si aspetta qualche anno per spegnere l'incendio eppure è questo che ci propone oggi la Commissione”. Queste sono state le parole di Greta Thunberg davanti agli europarlamentari ad inizio marzo, dopo la presentazione da parte della Commissione Europea della nuova ‘Legge per il Clima’.

 

Questo nuovo Regolamento, piuttosto generale nei suoi contenuti, vuole rendere vincolante e sancito dai trattati europei l’impegno comunitario dello European Green Deal nel raggiungere zero emissioni di gas serra entro il 2050. Tuttavia, sarà possibile conseguire questo risultato solamente trovando un compromesso con la sempre recalcitrante Polonia, l’unico Paese degli ormai 27 Stati membri dell’Unione Europea che non ha ancora dato il via libera. La strategia della Commissione per convincere definitivamente il governo di Varsavia è di indicare l’obiettivo di zero emissioni per l’intero blocco europeo e non per singolo Stato. Ciò significa che nel 2050, auspicabilmente, ci saranno già Paesi decarbonizzati (la Finlandia punta a riuscirci già nel 2035) e altri, come la Polonia, che potranno continuare a emettere gas serra ancora per qualche anno.

 

L’obiettivo di un’Unione Europea a zero emissioni, quindi, sarà possibile grazie ai Paesi più virtuosi, che essendo già carbon negative, sequestreranno attivamente CO2 dall’atmosfera, compensando il ritardo degli altri Stati. Ad oggi sono tre le opzioni principali per rimuovere i gas serra già emessi in atmosfera: piantare nuovi alberi, arricchire il suolo di contenuto carbonico migliorando i sistemi agricoli e, infine, utilizzare tecnologie Carbon Capture and Storage (CCS) che tramite processi chimici trasferiscono CO2 dall’atmosfera a depositi naturali nel sottosuolo. La difficoltà di implementazione di nuovi processi agricoli e l’alto costo delle tecnologie CCS per ora rendono complicato il processo di eliminazione dei gas serra dall’atmosfera.

 

Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei, è tuttavia fondamentale che le emissioni non vengano semplicemente esternalizzate in Paesi extra-europei, spostandovi ad esempio i processi produttivi e le produzioni energetiche più inquinanti, e re-importate poi dentro tramite commercio. Per questo motivo, e per proteggere la competitività delle industrie europee, la Commissione sta pensando di introdurre un sistema di carbon border adjustment.

 

Il sistema, proposto ormai da diversi anni da associazioni ambientaliste e da esperti per introdurre politiche ambientali più stringenti, ambisce a imporre un maggior costo sulle importazioni di beni da Paesi extracomunitari in base alla quantità di CO2 prodotta. Si tratterebbe, in realtà, di un’equiparazione con il costo della CO2 che le imprese europee già pagano rischiando di subire la competizione con gli altri Paesi del mondo, dove le politiche ambientali sono molto meno severe e la CO2 non viene tassata.  Attualmente, infatti, il rischio è che le imprese europee che devono fare i conti con il prezzo della CO2 delocalizzino per ridurre i costi o perdano quote di mercato, venendo sostituite da competitor internazionali. Tale situazione, chiamata carbon leakage, porterebbe sia a un’ovvia riduzione di posti di lavoro, investimenti e ricchezza in Europa, sia probabilmente a un incremento globale della CO2 emessa, per via delle meno stringenti regole ambientali nei Paesi esteri e dell’impatto aggiuntivo dei trasporti. 

 

Per ridurre questo rischio, la Commissione finora ha offerto ai settori maggiormente esposti l’emissione di permessi gratuiti per l’emissione di CO2. In questo modo, però, non si incentiva appieno l’utilizzo di tecnologie e processi industriali meno inquinanti. In tale contesto, invece, un meccanismo di carbon border adjustment assicurerebbe che il prezzo delle importazioni rispecchi più accuratamente il contenuto carbonico e porterebbe a una parità di condizioni di mercato, permettendo di eliminare i permessi gratuiti.  La Commissione non ha ancora scelto lo strumento da applicare per giungere a tale risultato. Nella consultazione pubblica attualmente in corso vengono elencate alcune opzioni, tra cui una carbon tax unica su alcuni prodotti specifici (sia domestici sia importati), dazi alle frontiere per le importazioni o l’estensione anche ad altri Paesi extra-UE dellEmission Trading Scheme, il meccanismo che impone l’acquisto di permessi di emissione per le aziende più inquinanti.

 

Il problema principale circa l’applicazione di una di queste opzioni, oltre alla difficoltà oggettiva di identificare la quantità precisa di CO2 emessa nella produzione di un prodotto, è l’accettazione della misura da parte della comunità internazionale. Convincere Paesi come India, Cina e Stati Uniti non sarà affatto facile e rappresenta la vera spada di Damocle che pende sull’intera iniziativa. Per rispettare i trattati commerciali in vigore, specialmente le regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, tale misura non dovrà discriminare nessun partner commerciale rispetto ad altri né dovrà favorire i prodotti interni. Inoltre, dovrà essere particolarmente favorevole agli Stati più poveri e che meno hanno contribuito al riscaldamento globale.

 

La Commissione ha dichiarato che inizierà le difficili trattative dopo l’estate, ma che potrebbe agire unilateralmente se non ci saranno sviluppi positivi in tal senso. Questa eventualità potrebbe comportare ulteriori frizioni commerciali e politiche specialmente con gli Stati Uniti del Presidente Trump, che difficilmente accetterà un tale sistema senza compensazione, specialmente se avverrà in prossimità delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Anche Pechino non farà sconti: nonostante la Cina stia introducendo un sistema molto simile all’Emission Trading Scheme europeo, le proprie esportazioni verso il Vecchio Continente sarebbero tra le più colpite.

 

La sfida che aspetta la Commissione Europea, che punta forte sullo European Green Deal, e il Commissario Paolo Gentiloni, incaricato dell’ideazione del meccanismo, sarà estremamente ardua e non pochi commentatori ritengono che le probabilità di un esito pienamente positivo siano minime. D’altro canto, l’urgenza di intraprendere politiche ambientali sempre più audaci è sotto gli occhi di tutti e sempre più in alto nell’agenda politica di diversi paesi, anche come conseguenza della visibilità dei Fridays for Future promossi proprio da Greta Thunberg. L’Unione Europea, che ama autodefinirsi ‘capofila’ nella lotta ai cambiamenti climatici, deve indicare il percorso nel mondo post-COVID-19, sperando che alla fine anche gli altri Paesi la seguano, costi quel che costi.

 

Immagine: Woman Sitting on Luggage (16 Marzo 2020). Crediti: Anna Shvets, Pexels.com (free reuse).

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