20 marzo 2021

Dietro l’incontro di Anchorage: quale direzione per le relazioni sino-americane nell’era di Biden?

 Scenari internazionali

 

Il primo vertice tra Americani e Cinesi dell’era Biden, iniziato il 18 marzo ad Anchorage (Alaska), è stato aperto da una raffica di accuse incrociate tra le due delegazioni. Il segretario di Stato USA, Antony Blinken, ha elencato gli abusi contro i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang, le minacce di Pechino a Taiwan, i cyber-attacchi contro bersagli americani e le pressioni economiche contro l’Australia come “un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”. Il National Security Adviser, Jake Sullivan, ha aggiunto che la Cina sta perpetrando “un assalto contro i valori universali”. I delegati cinesi, l’ambasciatore Yang Jiechi e il Ministro degli Esteri Wang Yi, hanno risposto per le rime, accusando gli Stati Uniti di ipocrisia sul rispetto dei diritti umani e sulle ingerenze negli affari stranieri, e rinfacciando che “l’opinione globale non coincide con quella di Washington.”

 

Uno scambio di critiche così forti al primo incontro dopo l’insediamento di un nuovo presidente non ha precedenti nelle relazioni sino-americane dal 1971 ad oggi. Anzi, c’è già chi annuncia il preludio a una “guerra fredda” tra Stati Uniti e Cina, con toni ancor più pesanti di quelli scambiati durante la presidenza Trump. In realtà, il vertice di Anchorage potrebbe rappresentare ben altro, almeno da parte USA: a un’attenta lettura del pensiero e delle azioni da parte della nuova amministrazione Biden, si tratterebbe di un primo passo verso una nuova strategia, volta a superare l’ambiguità che ha caratterizzato le relazioni sino-americane nell’ultimo decennio e alla ricerca di un nuovo modus vivendi guidato da coesistenza, uso di alleanze, e chiarezza strategica. Una scelta che comporta non pochi rischi

 

I rapporti sino-americani da Nixon a Trump: da engagement a un’ambigua strategic competition

 

L’approccio di Washington verso Pechino è stato guidato, per decenni, dallo stesso obiettivo di fondo che mosse la missione segreta di Henry Kissinger presso Mao Zedong nel 1971: trasformare Pechino da avversario ad alleato, e rendere il paese più popolato al mondo più compatibile con la visione del mondo statunitense. Durante la Guerra Fredda, la diplomazia americana approfittò dello scisma sino-sovietico per riallacciare i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese e farne un alleato nella lotta contro l’URSS in Asia. Dopo il 1989, gli sforzi americani si sono concentrati nel trasformare la Cina in un paese democratico ed integrato nel mercato globale, incoraggiandone le riforme e l’ingresso nell’OMC, che avvenne nel 2001. Si trattava di una diplomazia dell’engagement: diversi presidenti USA, sia democratici che repubblicani, credevano che, una volta conosciuta la liberalizzazione economica, la Cina si sarebbe trasformata politicamente, tramite un programma di riforme graduale oppure collassando per via delle proprie contraddizioni di fondo, unendosi potenzialmente al club delle democrazie occidentali.

Si trattava di aspettative che, nella realtà dei fatti, Pechino ha costantemente lasciato irrealizzate. Nonostante la graduale apertura verso i mercati globali, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha mantenuto un ferreo controllo sull’economia domestica, consolidando le aziende pubbliche (State-owned enterprises), incoraggiando la produzione domestica in settori strategici quali l’industria aerospaziale, la biomedicina e la robotica (il piano “Made in China 2025”), e proteggendo le aziende domestiche a scapito della competizione straniera. Politicamente, conscio dell’esperienza di Tienanmen del 1989, il PCC ha mantenuto e, negli ultimi anni, accresciuto il suo controllo politico sugli organi del paese e sulla popolazione. Xi Jinping oggi ha più potere nelle sue mani di qualsiasi altro leader cinese dopo Mao, e si erge a baluardo dell’autoritarismo come alternativa alla democrazia di stampo occidentale. Ne hanno pagato le spese, in termini di autonomia e libertà, le popolazioni del Tibet, dello Xinjiang e di Hong Kong, oltre che tutti i cinesi sottoposti a un ferreo controllo digitale. In terzo luogo, la Cina si è allontanata sempre di più dalla posizione filoamericana nello scenario strategico dell’Asia e dell’Indo-Pacifico. Pechino ha rivendicato il suo tradizionale ruolo di primo piano nella regione, impostando inizialmente una retorica di crescita pacifica (peaceful rise), seguita poi da un’assertività sempre maggiore nel Mar Cinese Meridionale, nelle relazioni con i paesi vicini, e sulle questioni di Taiwan e di Hong Kong. Infine, la Cina di Xi Jinping ha promosso un nuovo ordine globale alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti, espresso nel progetto One Belt One Road e nelle istituzioni ad esso collegate quali l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).

 

Di fronte alla mancata realizzazione dei prospetti rosei per le relazioni sino-americane, la politica statunitense ha cercato, nel corso del XXI secolo, di abbandonare l’approccio di engagement per un nuovo modello di relazioni con la Cina. L’alternativa tracciata era quella di trattare la Cina come un paese in competizione con gli Stati Uniti, che richiedeva un’azione diplomatica volta a ridurre i punti di frizione con Pechino o di contenerne l’ascesa in certi ambiti. Tuttavia, questa nuova strategia è stata messa in atto senza soluzione di continuità e con diversi momenti di incoerenza. Già George W. Bush aveva chiamato la Cina uno “strategic competitor” degli Stati Uniti, ma questa posizione è stata abbandonata in breve tempio per concentrarsi sulla lotta al terrorismo, nella quale Pechino divenne un alleato importante. Obama ha annunciato un “pivot” strategico verso l’Asia a partire dal 2011, volto a creare e rafforzare una rete di alleanze per contenere la Cina. In pratica, però, la sua amministrazione si è limitata a mitigare i rischi ed evitare frizioni con Pechino, lasciando di fatto libertà di azione a Xi Jinping. Infine, Donald Trump è stato eletto con la promessa di contrastare la “minaccia cinese”, ed infatti ha dato inizio a una vera e propria guerra commerciale a suon di dazi contro Pechino. Ciò nonostante, Trump puntava anche a raggiungere un accordo con Xi tramite la costruzione di un rapporto personale. Ciò ha generato una certa ambiguità nei rapporti sino-americani, ed in ultima istanza non ha dato i frutti sperati, visto che la Cina non ha mai fatto concessioni sui principali punti di disaccordo quali il dumping, le tariffe, e la mancanza di un level playing field per le aziende straniere.

 

La strategia di Biden negli scritti e negli atti dei protagonisti

 

Data l’evoluzione dei rapporti sino-americani, e alla luce del vertice di Anchorage, cosa possiamo aspettarci dall’approccio della nuova amministrazione Biden verso la Cina? Si tratta davvero dell’inizio di una nuova guerra fredda? Secondo il pensiero dei nuovi membri dell’amministrazione, non è così. Nel 2019, Sullivan ha pubblicato un pezzo su Foreign Affairs insieme a Kurt Campbell (coordinatore per l’Indo-Pacifico nel National Security Council di Biden) nel quale si confuta la possibilità di applicare una politica di “contenimento” verso la Cina come  si era fatto con l’Unione Sovietica, basandosi sulla premessa che il sistema potrà collassare: “Al netto dei tanti problemi demografici, economici ed ambientali, il PCC ha dimostrato una notevole abilità di adattarsi alle circostanze” per mantenere il potere. Invece, Sullivan e Campbell suggeriscono, la nuova strategia deve puntare a “stabilire una coesistenza con Pechino su termini favorevoli agli interessi e ai valori americani […] senza generare una percezione della minaccia simile a quella che caratterizzava i rapporti con l’Unione Sovietica.” Un clima di guerra fredda è pertanto escluso dalla visione del mondo della nuova amministrazione.

 

Per mettere in atto questa strategia bisogna, secondo gli alti funzionari della nuova amministrazione, eliminare la preesistente ambiguità che ha caratterizzato, come abbiamo visto, le relazioni sino-americane dell’ultimo decennio. È a questo punto che si deve l’asprezza dei toni usati da Blinken e Sullivan all’incontro di Anchorage. Già in un discorso pronunciato il 3 marzo scorso, Blinken aveva già tracciato una linea volta a terminare l’“ambiguità trumpiana”, così come Biden stesso ha fatto nella sua prima telefonata con Xi nel febbraio scorso. Il primo passo della nuova strategia, quindi, si realizza nel mettere in evidenza i punti di disaccordo. Il secondo passo consisterebbe nel ritardare un summit ufficiale, concretizzotasi nella scelta della lontana Anchorage come sede del vertice e nell’insistenza da parte dei diplomatici che l’incontro non va inteso come l’inizio di un “dialogo strategico”: le trattative avverranno più avanti, quando gli USA saranno in una posizione di forza.

 

Infine, per realizzare tale posizione di forza, l’entourage del presidente punta alla ricostruzione e al rafforzamento del sistema di alleanze americane nel mondo—un nuovo cordon sanitaire. Non è un caso che, prima di recarsi in Alaska, Blinken e il Segretario della Difesa Lloyd Austin abbiano visitato il Giappone e la Corea del Sud per reiterare l’impegno USA nei confronti dei suoi alleati tradizionali. Biden stesso si era già mosso in questa direzione, promovendo la sua idea di una lega delle democrazie contro le minacce russa e cinese alla Munich Security Conference, e partecipando il 12 marzo a un summit con i leader di Giappone, India e Australia, il cosiddetto “Quad” che si propone di arginare l’espansionismo cinese nel teatro Indo-Pacifico.

 

I toni forti che abbiamo visto ad Anchorage, quindi, non sono necessariamente avvisaglie di una nuova guerra fredda, ma farebbero parte di una strategia volta a stabilire un chiaro modus vivendi tra la nuova amministrazione Biden e la Cina. Questa strada comporta una serie di rischi: primo, Washington deve aspettarsi una forte reazione da parte di Pechino, la quale non è tardata ad arrivare (sotto forma di una relazione sulle violazioni dei diritti umani da parte del governo americano, redatta dallo State Council Information Office); secondo, la rete di alleanze che gli Stati Uniti stanno espandendo per l’intero Indo-Pacifico rischia di creare una situazione di “over-stretch”, diluendo l’effetto deterrente della presenza militare americana. Ciò nonostante, i primi passi della nuova amministrazione sembrano indicare una netta presa di posizione strategica e una chiara rottura con l’ambiguità dell’ultimo decennio.

 

Immagine: "Relazioni commerciali USA-Cina" (Shutterstock.com). Crediti: rawf8, Creative Commons Attribution 2.0 Generic licence.

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0