13 ottobre 2021

Intervista: Generale Mauro Del Vecchio

Scenari internazionali

 

Il generale Mauro del Vecchio è stato Comandante delle forze NATO nell'ambito dell'operazione ISAF in Afghanistan tra il 2005 e il 2006. Tra i vari incarichi ricoperti, è stato anche senatore della Repubblica nella XVI Legislatura. L'intervista è curata dalla sezione Scenari internazionali del magazine Agenda.

 

 

Ci parli della missione ISAF e della sua esperienza in Afghanistan (2005-2006). Come è iniziata la missione?

 

Nel settembre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York, la Comunità Internazionale avvertiva come indifferibile l’esigenza di porre termine al ripetersi degli atti terroristici di Al-Qaeda, che avevano colpito diversi paesi e città, causando numerosissime vittime.

 

In sostanza, di fronte alle drammatiche immagini del crollo delle Torri, si affermava la necessità che l’incombente situazione di pericolo, determinata dalle attività di Al-Qaeda, dovesse essere neutralizzata, intervenendo laddove quegli attacchi venivano concepiti ed organizzati e contro l’organizzazione terroristica che ne era responsabile.

 

La missione internazionale avviata in Afghanistan venti anni fa era quindi mossa da esigenze di “legittima difesa” e non aveva alternative, perché finalizzata ad estirpare una continua minaccia di terrorismo, altrimenti non neutralizzabile .

 

La missione ISAF (International Security Assistance Force), che nel suo momento di massima espansione è arrivata ad impegnare oltre 150 mila persone (tra truppe e advisors), iniziava quindi ad operare sull’intero Afghanistan, un paese difficile per le condizioni ambientali e complesso sotto l’aspetto etnico, perché popolato da comunità caratterizzate da nazionalità ed idiomi diversi.

 

Sin dall’inizio dell’operazione, le forze internazionali schierate nel paese asiatico si sono dovute confrontare con una situazione particolarmente difficile: oltre al controllo del territorio per contrastare il terrorismo alimentato da Al-Qaeda, dovevano sostenere le nuove istituzioni del paese, che non erano in grado di garantire ordine, sicurezza e stabilità, ed assicurare il continuo supporto ai numerosissimi profughi e sfollati che erano presenti in numerose aree dell’Afghanistan.

 

In sostanza, la missione ISAF ha avviato immediatamente le attività di “state building” previste da specifiche risoluzioni dell’ONU, che autorizzavano attività operative dirette all’estirpazione di Al-Qaeda, la creazione di istituzioni in grado di contrastare e prevenire il ritorno delle organizzazioni terroristiche e l’avvio di tutte le misure ed i provvedimenti necessari per la ricostruzione democratica del Paese.

 

Per raggiungere questi obiettivi, i contingenti militari internazionali impiegati nell’operazione hanno affrontato il lungo impegno ventennale dell’operazione, impiegando risorse finanziarie molto consistenti e subendo, purtroppo, numerose perdite tra il personale.

 

La missione ISAF e quella che l’ha seguita senza soluzione di continuità (Resolute Support) hanno infatti avuto un numero elevatissimo di Caduti (oltre 3000). L’Italia, come anche le altre nazioni impegnate nelle operazioni, ha pagato un prezzo altissimo: 54 caduti e oltre 700 feriti.

 

 

E cosa ci dice del periodo in cui lei è stato comandante della missione (2005-2006)?

 

Tra le esperienze che ho vissuto nel corso della mia attività militare, senza alcun dubbio il comando della missione ISAF è stato la funzione che maggiormente mi ha coinvolto come uomo e militare.

 

Ma lo stesso sentimento di grande partecipazione ad una attività percepita come essenziale per la crescita democratica dell’Afghanistan ha accompagnato tutto il personale internazionale, a qualsiasi livello, chiamato a svolgere il compito che ci era stato assegnato.

 

Tra l’altro, il 2005, anno di avvio della mia attività al comando dell’operazione, è stato fondamentale per l'Afghanistan: dopo oltre 30 anni di assenza di ogni consultazione popolare e grazie proprio al supporto della missione, si sono svolte finalmente le prime elezioni parlamentari.

 

Era solo l’inizio, tra l’altro, di un cammino durante il quale il popolo afghano è stato chiamato ad esprimersi in numerose altre elezioni, che hanno consentito nel giro di tempi contenuti di eleggere organismi rappresentativi in ogni regione del Paese.

 

E’ importante sottolineare anche come, in quell’anno che ha rivestito un passaggio fondamentale per la crescita democratica dell’Afghanistan, l’Italia abbia svolto un ruolo fondamentale, perché oltre a detenere il comando dell’operazione internazionale, ha assunto, con l’onorevole Emma Bonino, rappresentante della UE, la responsabilità della verifica e del controllo dello svolgimento di quelle importantissime elezioni.

 

Erano esaltanti, per i militari dei contingenti internazionali, quegli “appuntamenti elettorali” perché alimentavano la speranza di un progresso democratico del Paese, anche se era a tutti ben chiaro che l’impegno militare sarebbe stato molto lungo.

 

Non si potevano al riguardo nutrire speranze di un impegno militare di breve durata, considerato come complesso e pieno di insidie fosse percepito, in quelle prime “prove elettorali”, il cammino della democrazia.

 

Ed è stato per quella consapevolezza che, alla richiesta di una valutazione circa i tempi necessari per la fine della missione internazionale e nonostante i buoni risultati delle prime consultazioni elettorali libere, ho espresso più volte il convincimento che non sarebbe stato possibile lasciare l’Afghanistan prima del 2015.

 

 

Nel 2005 -2006 era già visibile la ripresa dell’offensiva talebana?

 

Il terrorismo in Afghanistan, nonostante gli sforzi profusi, è sempre continuato in tutti i venti anni dell’operazione.

 

Anche quando le istituzioni governative si sono ricostituite e nonostante la presenza nel paese asiatico delle forze internazionali, quello del terrorismo “talebano” è stato un pericolo costante.

 

Gruppi operativi del terrore continuavano ad operare nelle parti più remote del paese ed in ambienti che conoscevano alla perfezione, ricevendo probabilmente anche aiuti esterni.

 

Nessuno poteva illudersi che la minaccia talebana fosse stata estirpata.

 

 

Grazie per le sue risposte. Facciamo un salto in avanti nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri. Cosa ne pensa della exit strategy americana?

 

Non ho nessuna remora ad esprimermi criticamente circa gli sviluppi degli ultimi due anni della vicenda afgana.

 

Quando avevo immaginato che la fine della missione potesse avvenire a partire dal 2015, intendevo evidenziare come un’operazione di stabilizzazione non può durare in eterno.

 

Concordo pertanto in merito alle decisioni assunte circa due anni fa di confrontarsi con i rappresentanti dei talebani per verificare se, quando e come fosse possibile immaginare un termine delle attività operative.

 

A mio parere però, la comunità internazionale - quella stessa comunità che un grande contributo aveva dato all’operazione in termini di sacrifici di uomini e finanziari - avrebbe dovuto essere coinvolta negli colloqui di Doha.

 

Con gli accordi invece (e forse proprio per il mancato coinvolgimento dei rappresentanti di tante nazioni impegnate in Afghanistan), non è stato definito un piano dettagliato per il ritiro, né le modalità con le quali un (nuovo?) governo afghano avrebbe dovuto gradualmente assumere il controllo del Paese, né ancora come salvaguardare quei risultati importanti in tema di diritti umani che erano stati raggiunti.

 

Dagli USA, il paese di gran lunga maggiormente impegnato nell’operazione, mi aspettavo, in sostanza, un maggiore coinvolgimento delle nazioni che hanno contribuito alle ventennali missioni ISAF e Resolute Support.

 

 

Come mai secondo lei l’esercito afghano si è arreso così velocemente? C’erano segnali che questo sarebbe successo? L’addestramento ricevuto dalle truppe afghane si è rivelato inefficace o ci sono altre spiegazioni?

 

Gli accordi di Doha non hanno coinvolto il governo e le istituzioni afghane.

 

Non credo che sia stata una decisione appropriata quella di escludere dalla trattazione degli argomenti esaminati durante quei colloqui i rappresentanti del governo che la comunità internazionale ha sostenuto per formare istituzioni quanto più possibili democratiche in Afghanistan?

 

Ritengo che quella decisione abbia colpito duramente la credibilità del governo afghano anche agli occhi dei membri del suo esercito e della polizia.

 

In seguito agli accordi di Doha, poi, molti esponenti politici afgani sono fuggiti e ciò ha ulteriormente destabilizzato il morale delle forze di sicurezza, che dal punto di vista tecnico erano state ben preparate dai qualificati istruttori impiegati dai contingenti internazionali.

 

Credo quindi che, nella sconfitta delle forze governative dell’Afghanistan, sia stato determinante il basso livello motivazionale di quegli assetti.

 

Il combattente è certamente “un tecnico”, ma non è solamente quello. E’ necessario che creda in quello che fa e che abbia soprattutto fiducia nelle sue Istituzioni.

 

Quelle stesse Istituzioni di cui indossa l’uniforme, dalle quali è chiamato talvolta combattere e nelle quali deve riporre la massima fiducia.

 

 

Un’ ultima domanda circa gli eventi delle settimane passate: ora che le operazioni di evacuazione si sono concluse, possiamo dire che l’Italia si è occupata della sicurezza di tutti gli interpreti e dei suoi collaboratori afghani?

 

Ho già avuto modo di parlare degli interpreti, perché era una tematica già emersa qualche mese fa.

 

In quella circostanza dissi, con lo spirito di soldato che aveva collaborato con quelle persone in situazioni difficili, che il nostro paese non avrebbe dovuto abbandonarle. Sono quindi orgoglioso ora di sottolineare come, quando si tratta di dimostrare la sua riconoscenza e il suo spirito umanitario, il nostro paese sappia farlo fino in fondo.

 

I nostri militari, incaricati di mettere in sicurezza coloro che avevano operato con i contingenti nazionali, sono arrivati a Kabul con una grande e ben rodata organizzazione, rimanendo in quell’area fino alla conclusione del loro delicato compito.

 

Ed hanno portato in Italia, in numero più elevato di qualsiasi altra nazione impegnata nella stessa attività, le persone che hanno dato un importante contributo all’assolvimento dei compiti dei contingenti nazionali.

 

 

Ci avviamo verso la conclusione e pertanto ci piacerebbe fare con lei qualche riflessione a più ampio spettro circa le prospettive future per l’Afghanistan e per tutti gli stati e le istituzioni coinvolte nelle missioni internazionali degli ultimi 20 anni. Il ritiro dall’Afghanistan è stata descritto come un’ iniziativa sostanzialmente unilaterale degli USA: cosa significa questo per il futuro della NATO? E’ una spinta verso una maggiore autonomia strategica europea?

 

Mi auguro che quello che è accaduto possa suscitare nei paesi appartenenti alla NATO una riflessione importante.

 

E anche il coraggio di approfondire le ragioni del loro mancato coinvolgimento in decisioni che sicuramente avrebbero dovuto vederli protagonisti o quanto menò interlocutori privilegiati.

 

Dopo tante perdite registrate dai contingenti internazionali che hanno affiancato da alleati gli Stati Uniti durante le missioni ISAF e Resolute Support, mi sarei aspettato che le Nazioni contribuenti fossero consultate nelle importanti negoziazioni con i talebani.

 

Altre considerazioni nascono dagli esiti della vicenda afgana.

 

Fermo restando che gli Stati Uniti rimangono un punto di riferimento, ci si potrebbe chiedere se non sia il caso che le nazioni europee, portatrici di una visione simile dei diritti internazionali, dei valori fondamentali e del mondo, sviluppino una propria capacità di difesa, per presentare le proprie idee e le proprie aspirazioni in materia di sicurezza internazionale e per poter dire, in sostanza e quando necessario, “noi la pensiamo in questa maniera”.

 

 

Secondo lei, chi colmerà il vuoto lasciato da USA e NATO in Afghanistan? la Cina, la Russia, l’Iran, la Turchia? Quali saranno le conseguenze per la tenuta dei diritti umani nel paese?

 

Sicuramente la Russia e la Cina svolgeranno un ruolo importante. I paesi confinanti hanno molto interesse ad influenzare le sorti dell’Afghanistan, poiché legati etnicamente a minoranze e gruppi all’interno del paese.

 

E con tutti questi interessi divergenti, probabilmente sarà necessario coinvolgere comunità internazionale nella sua interezza.

 

E forse, come nel 2001, sarà necessario riportare nel Consesso più importante che abbiamo a disposizione, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ed in altri Organismi internazionali il futuro dell’Afghanistan e dei principi basilari dell’uomo.

 

 Immagine: analisidifesa.it

 

 


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