11 settembre 2021

La caduta di Kabul: la cattiva gestione dell’alleato afghano e il ritorno dei talebani

● Scenari internazionali

 

La caduta di Kabul: la cattiva gestione dell’alleato afghano e il ritorno dei talebani

 

Il 15 Febbraio 1989, Ashraf Ghani scriveva sul Los Angeles Times che, dopo l’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche, la caduta del regime comunista di Kabul era ormai inevitabile. Più di trent’anni dopo, il 15 agosto 2021, Ghani, come presidente afghano, sfuggiva all’avanzata trionfale dei talebani, rifugiandosi negli Emirati Arabi Uniti mentre il suo governo nel giro di pochi giorni collassava sotto la pressione dell’offensiva talebana. A conclusione del ventennio di presenza militare americana e NATO in Afghanistan, i Talebani controllano ora un’area del paese molto più estesa di quanto non fosse nel 2001, all’inizio dell’Operazione Enduring Freedom.

 

Il rapido susseguirsi dei tragici eventi degli ultimi giorni ha inevitabilmente generato una serie di interrogativi: perché l’esercito afghano, che appena due mesi fa, a detta del Presidente Biden, ammontava a 350.000 unità ben equipaggiate, si è arreso così velocemente? Come mai né la coalizione guidata dagli USA né la missione ISAF della NATO sono riuscite a costruire un governo sufficientemente solido da resistere alla minaccia talebana? Le varie testate giornalistiche americane e internazionali hanno avanzato diverse ipotesi circa le cause profonde di questo epilogo. Per esempio: la mancata cattura di Bin Laden a Tora Bora nel dicembre 2001 impedì di concludere la missione ISAF in maniera rapida e trionfale. Altro fattore evocato come causa della débâcle americana è la guerra in Iraq, che sottrasse ingenti risorse in un periodo cruciale per l’eliminazione definitiva del regime talebano e per il consolidamento del nuovo stato afghano. Quindi un insieme di insuccessi strategici e di carenza di risorse avrebbe contribuito ad impantanare gli USA in una missione di state-building senza una chiara conclusione.

 

Questi errori strategici iniziali, tuttavia, non riescono a spiegare la fragilità dell’esercito afghano, che per anni è stato finanziato e addestrato dalle forze occidentali. Secondo il Watson Institute della Brown University, solo gli Stati Uniti avrebbero speso circa 83 miliardi di dollari per la formazione e l’addestramento dell’esercito e della polizia afghana.Il politologo Stephen Walt afferma che Washington non sia in grado di attuare strategie di counter-insurgency (COIN) e che la guerra del Vietnam e i suoi tragici esiti avrebbero dovuto costituire un monito circa il costo e l’effettiva efficacia di queste imprese. In verità, lo stato sudvietnamita rimase in piedi per due anni dopo il ritiro USA, non solo dieci giorni come il fragile governo di Ghani. Inoltre, questa linea d’argomentazione ignora operazioni COIN di successo (Filippine, Sierra Leone, El Salvador).

Un’altra spiegazione al caso Afghanistan risiede nella sua complessa frammentazione etnica incompatibile con la centralizzazione politica concepita negli Accordi di Bonn del 2002: in questo “cimitero degli imperi”, ogni ingerenza da parte di agenti stranieri (inglesi, russi e americani) è destinata a fallire. Tuttavia, neanche questa tesi spiega la repentina caduta di Kabul.

 

La chiave di lettura degli eventi dell’estate 2021 si dovrebbe ricercare nell’incapacità da parte degli USA e le forze alleate di gestire in modo efficace l’alleanza con il governo cliente di Kabul. Nel triangolo formato da un esercito ribelle (i Talebani), il governo che lo combatte (il governo di Ghadi) e alleati esterni (USA e forze NATO), l’alleanza tra questi ultimi due attori è (nelle parole del politologo Walter Ladwig) un “fronte dimenticato”: poco approfondito negli studi accademici, ma determinante per l’esito di molte guerre civili, in quanto le risorse erogate dall’alleato devono essere ben utilizzate dal governo beneficiario. Spesso, invece, queste risorse vengono sottratte ad opera di attori locali per alimentare interessi particolaristici o pratiche di corruzione. La studiosa Barbara Elias spiega che gli alleati locali evitano di mettere in atto politiche contrarie ai loro interessi immediati, anche se queste sono necessarie alla loro sopravvivenza nel lungo termine.

 

Nel caso dell’Afghanistan, il rapporto tra Kabul e Washington è stato problematico per almeno un decennio. Da quando si è raggiunto il picco di presenze di truppe statunitensi in Afghanistan (150.000 nel 2011, durante la “surge” ordinata da Barack Obama per contrastare la guerriglia talebana), la missione ISAF ha gradualmente trasferito responsabilità e fondi al governo di Kabul e alle forze armate afghane. Il governo afghano avrebbe dovuto utilizzare queste risorse per difendersi militarmente, assicurare i servizi basici ai cittadini, e mettere a punto pratiche di buon governo per l’integrazione dei vari gruppi etnici e sociali del paese. Invece, molti di questi fondi hanno alimentato pratiche di clientelismo, finendo nelle tasche di amministratori, comandanti o dirigenti, a scapito dei soldati di leva (retribuiti saltuariamente) e dei cittadini. Questo trend è continuato per anni nell’illusione che gli USA sarebbero rimasti per sempre. Karzai prima e Ghani poi non hanno avuto alcun incentivo ad effettuare riforme o a negoziare coi talebani: nonostante la graduale diminuzione della presenza americana, i leader afghani hanno vissuto infatti nella convinzione che il loro paese fosse strategicamente troppo importante per essere abbandonato.

 

A causa di queste debolezze strutturali, la corruzione è diventata endemica, portando ad un progressivo indebolimento dell’esercito, via via sempre meno armato e peggio addestrato, e a un deficit di supporto popolare, soprattutto nell’Afghanistan rurale, dove l’avversario diventava invece sempre più forte. Di fronte a questo scenario, gli USA hanno elaborato due opzioni strategiche: prendere in mano la situazione incrementando la propria presenza in Afghanistan, o ritirarsi dal paese per costringere l’alleato afghano a reagire in autonomia. Dieci anni fa, Obama optò per la prima scelta; i suoi due successori, Trump e Biden, per la seconda. La minaccia di un ritiro totale, nella logica delle alleanze, avrebbe dovuto spingere il governo locale a risolvere i propri problemi strutturali per poter sopravvivere. Ma, ammesso che questo fosse l’obiettivo di Washington, nel mettere in atto questa strategia sono stati commessi due errori fatali. Per prima cosa, si è definita una tempistica troppo rapida per il ritiro, dettata da necessità interne americane come la rielezione per Trump e la celebrazione del ventesimo anniversario della caduta delle Torri Gemelle per Biden. In secondo luogo, i talebani hanno negli anni compreso che gli equilibri sarebbero cambiati a loro favore, il che li ha incentivati a non negoziare con Kabul e a prepararsi invece ad una nuova offensiva.

 

È così che, nell’estate del 2021, si è giunti al collasso dello stato afghano. La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi completamente ha lasciato l’esercito locale demoralizzato e convinto che, senza l’aiuto e il supporto americani, la vittoria dei talebani fosse inevitabile. Molti comandanti locali hanno a quel punto preferito fare accordi con le forze ribelli, ricevendone soldi e garanzia di incolumità in cambio della resa e della consegna delle armi. Lo stesso hanno fatto i governatori regionali, e poi le alte cariche residenti a Kabul. Più che una “guerra lampo”, si è trattato di una “resa lampo” delle forze governative, prevista dai leader talebani e sfruttata alla perfezione nella loro travolgente riconquista del potere.  

 

La frustrazione dei leader americani nei confronti del governo di Ghani si evince in maniera lampante dal discorso pronunciato in diretta Tv da Biden dopo la caduta di Kabul: “Lo stato afghano è collassato senza neanche resistere… Le truppe americane non possono morire quando le forze afghane stesse non vogliono combattere.” Gli eventi di agosto hanno portato commentatori importanti come Charles Kupchan a dire che Biden aveva ragione: il governo di Kabul non era un partner credibile che gli USA potessero supportare oltre. In realtà si potrebbe muovere la critica opposta: è stata Washington a dimostrarsi un partner poco credibile, incapace prima di incentivare le riforme necessarie e poi di assicurare la sopravvivenza dell’alleato. Non è detto che queste riforme avrebbero assicurato il successo delle operazioni, ma bisogna chiedersi se una gestione migliore dei rapporti con Kabul avrebbe potuto garantire un maggior controllo sull’utilizzo dell’enorme flusso di risorse fornite evitando la creazione di uno stato debole e corrotto.

 

Nell’ambito della grande strategia americana che vira dalla lotta al terrorismo alla nuova competizione tra grandi potenze, gli USA non dovranno commettere l’errore di pensare di poter agire da soli. La mancanza di volontà da parte di Washington di fornire i giusti incentivi a Kabul e di aiutare Ghani nel momento del collasso potrebbe arrecare seri danni alla reputazione americana nel mondo. Gestire i rapporti con gli alleati in teatri diversi dall’Afghanistan sarà una sfida fondamentale per l’amministrazione Biden, dal vicino Iraq alla lontana Taiwan. Per evitare di ripetere gli errori commessi in Afghanistan, sarà bene che l’importanza delle relazioni tra partner esterni e governo locale non cada nel dimenticatoio.

 

 Opere citate

 

Ladwig, Walter C. The Forgotten Front: Patron-Client Relations in Counterinsurgency. Cambridge University Press, 2017.

 

Elias, Barbara. Why Allies Rebel: Defiant Local Partners in Counterinsurgency Wars. Cambridge University Press, 2020.

 

 Immagine: Amber Clay from Pixabay

 

 


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