09 gennaio 2018

1953, la morte di Stalin

Si dice che prima di morire alcuni esseri umani abbiano modo di veder scorrere nella mente, come in un film proiettato a gran velocità, le immagini della propria vita. Non è dato sapere se nel sonno della ragione ciò sia avvenuto anche a Iosif Vissarionovič Džugašvili, conosciuto con il nome di battaglia di Stalin. Qualora fosse accaduto, però, nell’inconscio del dittatore che aveva guidato l’Unione sovietica per circa un trentennio il tempo per qualche “fermo immagine” non sarebbe mancato. Al georgiano che era segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica dal 1922 la sorte riservò un’agonia avvolta da nebbie di misteri e bugie. Cominciò poco dopo le 23.15 del primo marzo 1953, stando a una governante citata dalla figlia Svetlana Allilueva, oppure il 2 marzo, secondo Nikita Kruscev. La morte sopravvenne in un’ora incerta tra la sera del 2 e il 5 marzo. I dubbi nascono dalle discrepanze tra le versioni dei testimoni, alcune rivelate 35 anni più tardi.

 

Il film della memoria

L’annuncio ufficiale della morte di Stalin fu dato il 6 marzo, facendola risalire alle 21.50 della sera precedente. “Deceduto per emorragia celebrale”, certificò il professor P.E. Lumoskij del Centro medico del Cremlino. Se il fenomeno della memoria retrospettiva si verificò, Stalin, nato a Gori nel 1879, deve aver rivisto il suo autentico padre, un uomo della cui identità erano certi probabilmente la madre del futuro dittatore e non molti altri. In un vortice di ricordi, il successore di Lenin può aver rivisto il seminario nel quale aveva studiato, gli anni della cospirazione antizarista che gli erano costati il tifo quando era confinato nel 1909 a Vjatka (Russia centro-orientale), il reumatismo articolare che lo aveva tormentato nel 1915 mentre il confino era a Turuchansk (Siberia). Possono essere scorsi nella mente di Stalin gli arresti subiti, le scene della Rivoluzione d’Ottobre sostenuta non in prima fila, le sofferenze inflitte ad avversari e ad amici. Il XIV congresso dei bolscevichi nel quale – era il 1925 – aveva sconfitto la sinistra di Lev Trotzki, Grigorij Zinov’ev, Lev Kamenev in attesa di far assassinare il primo nel 1940. La condanna emessa nel 1929 per l’ala, considerata di destra, di Nikolaj Bucharin, Aleksej Rykov e Michail Tomskij.

 

Perseguitò i nemici, ma anche i suoi compagni

Nella dacia Bližnjaja, il 1 marzo 1953, prima di poter eventualmente rivedere questo vero e tragico film, Stalin aveva preferito ascoltare il “Concerto 23” di Mozart. Richiamata da un rumore, la governante Marina Petrovna trovò il dittatore steso vicino al grammofono. Sembrava precipitato nel sonno. Alcool? Malore? Il capo delle guardie non se la sentì di chiamare un dottore a caso: da gennaio si sapeva che Stalin aveva fatto accusare 15 medici, per lo più ebrei, di aver avvelenato dirigenti del Partito. Imputazione da fucilazione. Se vedeva scorrere il passato, il settantatreenne alto un metro e 58 che giaceva per terra, a tratti con la gamba destra scossa da contrazioni, deve aver incrociato le tante direttive firmate per dar corpo all’orrore del Gulag: almeno tra il 1934 e il 1947, un sistema basato su 53 lager, 426 colonie penali, 50 campi per minorenni. Un meccanismo persecutorio nato contro i “nemici di classe”, poi virato da Stalin anche contro i comunisti giudicati fuori linea, che avrebbe fatto ingoiare nel buco nero della repressione nell’URSS venti milioni di vite. Esistenze spezzate da pene capitali, detenzioni inumane, carestie, torture, deportazioni di minoranze etniche su lerci vagoni ghiacciati di treni, malattie contratte nei lavori forzati.

 

La macchina, il massaggio, il crollo nella neve

Preferì, l’intimidito capo delle guardie, chiamare alla dacia Lavrentij Pavlovič Berjia, massimo responsabile politico della sicurezza. Non si sa se per ritardare i soccorsi o per analoga paura, Berija ritenne che scegliere il clinico adatto spettasse alla “direzione ristretta”. Era l’alba del 2 marzo quando attorno a Stalin si sarebbero radunati anche Malenkov, Kruscev, Kaganovic, Vorošilov, Mikojan, Bulganin. Optarono per il professor Lumoskij, il quale arrivò tra le dieci e mezzogiorno e reputò necessaria una squadra di rianimatori. Giunse nel pomeriggio. Stalin rimaneva privo di coscienza, si cercò una macchina per la respirazione. Il trasporto subì ritardi, nella dacia ci si accorse che il voltaggio non era adeguato. Dal rapporto a verbale di un anestesista: “A quel punto ordinammo una grossa batteria elettrica che ci fu trasportata su un camion Zis da dieci tonnellate, ma per scaricarla fu necessario attendere un camion gru (…) Ci fu un baccano terribile, come se la casa crollasse. I compagni dirigenti ordinarono subito di fermare il motore. Allora i tecnici cercarono di installare il blocco-motore nel giardino. (…) Rimessa in moto, la macchina cominciò a vibrare in modo tale che fece un buco nella neve, si sbilanciò e smise di funzionare”.

 

La "mosca mostruosa" e "l’ipnosi della paura"

Lumoskij prescrisse un massaggio cardiaco. Un omone tentò con la forza di strappare a Stalin un respiro. Lo interruppe Kruscev: “Per favore, fermati! Non vedi che quest’uomo è morto?”. Così era. Ma non per i cittadini sovietici, allora informati che il “Piccolo Padre” era in pericolo di vita. Il dittatore aveva affondato quasi in ogni famiglia del Paese gli artigli della repressione. Tuttavia era riuscito a far dimenticare il patto del 1939 con la Germania di Hitler e la sorprendente ingenuità con la quale, nel 1941, non aveva messo in conto l’invasione nazista dell’URSS. Dopo, Stalin era risultato determinante per sottrarre l’Europa alla morsa del Führer. Non si capirebbe la solidità del suo potere senza aver presente la politica di modernizzazione che lo aveva portato a dire nel 1931: “Siamo da 50 a cent’anni indietro rispetto ai Paesi progrediti. Dobbiamo colmare questa distanza in dieci anni. O lo facciamo o ci schiacceranno”. Era rimasto un divario. Ma la Russia non era stata schiacciata dalla Germania. Il 9 marzo, giorno dei funerali di Stalin, a Mosca la folla fu tale che nella calca morirono numerose persone. Potenza e tragicità di un sistema, non di un solo uomo. Anche se a quell’uomo si attaglia una definizione trovata in un quaderno dello scrittore Maksim Gorkij: una “mosca mostruosa”, alla quale “la propaganda e l’ipnosi della paura avevano conferito proporzioni incredibili”.


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