24 luglio 2022

25 luglio 1943: una notte italiana

Quando, nella tarda serata del 25 luglio, si sparse via radio la notizia della destituzione di Benito Mussolini, scene di sfrenata gioia popolare accolsero la fine della dittatura, e proseguirono per tutto il giorno successivo. Nelle principali città italiane, ma anche nei piccoli centri, si tennero riunioni e cortei spontanei, la folla distrusse a colpi di scalpello statue, stemmi, effigi e altri simboli del regime, bruciò le immagini del duce e si formarono degli assembramenti davanti alle carceri, ad esempio a Roma, Firenze, Venezia e Milano, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici: da quel 10 giugno 1940, quando piazza Venezia e le vie adiacenti traboccavano di una folla entusiasta, sembrava passato un secolo, mentre erano trascorsi appena tre anni. Nel ricordo dell’antifascista Ada Rossi, il 26 luglio, a Reggio Emilia, «c’era tanta gente che gridava, tutti avevano il garofano rosso, c’erano bandiere, bandiere rosse e anche tricolori» e, a Milano, vide su un vagone la scritta «oggi rigaglie» e sotto «del duce»: «La locomotiva del treno sul quale montai, che veniva da Bologna, aveva due bandiere, da una parte e dall’altra di un cartello che diceva “viva la libertà”».  Quando Ada Rossi, che si trovava al confino ed era in viaggio verso il Nord Italia, comunicò al «questurino» che la scortava la notizia della fine di Mussolini, lui, che aveva un distintivo fascista all’occhiello, prima rispose «Signò non facciamo scherzi», ma subito dopo «si è guardato intorno, ha preso il “brigidino” e l’ha buttato per terra, l’ha pestato, poi l’ha ripreso e se lo è messo in tasca».

Sempre a Milano, il comunista Pietro Ingrao parlò in un comizio improvvisato a Porta Venezia, il pomeriggio del 26 luglio. Poche ore prima, si era ritrovato con altre migliaia di persone davanti al carcere di San Vittore; poi in corteo aveva raggiunto Porta Venezia ed «eravamo già un mare»: «Non ricordo se il comizio era già finito quando spuntarono i carri armati. Da principio la folla non capì. Si levarono applausi, grida: pace, pace, abbasso il fascismo! Dietro la lunga colonna dei carri armati era la truppa, che veniva a disperdere la manifestazione». Il solitario gesto di coraggio di una donna sbrogliò una situazione potenzialmente esplosiva in quanto «si staccò dalla massa, corse verso un carro armato che era fermo nel centro della strada e con un atto deciso, diretto, si arrampicò su di esso. Fu il segnale. A quel punto la folla si rovesciò sui carri armati, li circondò, fece uscire i soldati e si confuse con loro. La truppa abbandonò la piazza».

In quelle ore di giubilo, trascorse senza particolari violenze, ma punteggiate da una serie di atti e di gesti risalenti ad ancestrali rituali di esecrazione e di infamia, si verificarono anche scene grottesche: ad esempio, il direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli, secondo la versione di Piero Calamandrei, si sarebbe recato in redazione esclamando: «Finalmente quel porco l’abbiamo cacciato!», ma i giornalisti gli consigliarono prudentemente di squagliarsela, cosa che fece nascondendosi in un convento di Roma fino al giugno 1944. Certo, è improprio e forse persino ingiusto trasformare la reazione nevrotica di un singolo uomo di potere, messo davanti a un repentino cambio di regime, nella metafora di una generica maschera italiana: eppure si ha l’impressione che l’inimitabile disinvoltura con cui Borelli pensò di poter gestire quel passaggio, l’ansia di non pagare dazio a prescindere dal merito e dalla responsabilità delle posizioni assunte, il gusto di farla franca con uno scarto rapido e improvviso dell’ingegno, in quei giorni, come un sogno impossibile, abbiano abitato l’inconscio di tanti italiani in procinto di affrontare la breve, ma intensa stagione del «badoglismo», lo spazio che gli italiani si concessero per cambiarsi d’abito. In molti si dovettero persuadere, magari mentre si rigiravano nel letto meditando sulla notizia appena appresa dalla radio, che sarebbero bastati una scrollata di spalle, un motto salace, un guizzo arguto, un punto di furbizia e di complice opportunismo per voltare definitivamente pagina, così da uscire dal drammatico imbuto in cui erano stati repentinamente cacciati dal destino della vita e dalla fatalità della storia, come se d’incanto una pozione magica di cinismo e d’indulgenza li avesse potuti rendere trasparenti e smemorati.

Il duce era caduto: fino a stamani sarebbe stato impossibile soltanto immaginarlo, ma questa notte era vero. Che fare? Scendere in strada e mescolarsi alla folla festante come aveva fatto il droghiere, sì, proprio lui, che fino alla settimana scorsa non si era mai perso un sabato fascista con tanto di cimice sul bavero? Oppure, conveniva aspettare in silenzio, facendo finta di nulla, in attesa di tempi migliori? In fondo, lo stesso zelo con cui molti di loro erano stati non fascisti, ma fascistissimi, si sarebbe potuto trasformare nell’estrema risorsa alla quale appellarsi per sperare di diventare l’esatto contrario, o quasi, con l’ambizione di sgusciare via, senza colpo ferire. Scivolando da una vita all’altra, confondendosi come la luce in certi tramonti italiani che, se li guardi bene, possono essere scambiati per delle albe. A volerla dire tutta, erano stati fascisti perché giovani, perché innamorati del duce, perché ci credevano, perché tenevano famiglia, perché volevano fare carriera, perché desideravano il bene dell’Italia, perché bramavano l’impero («faccetta nera, bell’abissina, quando saremo vicino a te, noi ti daremo un’altra legge – o era un figlio? – e un altro re»), perché odiavano i socialisti e i comunisti, perché disprezzavano il Parlamento, perché schifavano la democrazia con le sue pastoie, perché era comodo stare dalla parte dei vincitori, perché tutti lo erano intorno a loro e chi non lo era, appariva come un insopportabile sfigato. Sì, un perdente, un menagramo che ora schiamazzava arrogante per strada, impedendo a quella maggioranza silenziosa e sudaticcia, avvolta nell’ultima afosa notte del fascismo, di prendere sonno, nell’attesa di decidere cosa fare l’indomani.

In tanti, spensero le luci, si voltarono dall’altra parte e si addormentarono con un’increspatura di sorriso sulle labbra, sicuri che, in un modo o nell’altro, se la sarebbero cavata. Ancora una volta.

 

 Immagine: Anonimo, Violenza di guerra, 1933-35 circa, Rijksmuseum, Amsterdam. Crediti: pubblico dominio

 


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