29 marzo 2021

ACT. Dal mainstream al mainstreaming: la Disney nell’era della pandemia

 

Quando nell’ottobre del 2020, a seguito delle misure emergenziali imposte dalla pandemia da Covid-19, la Disney ha annunciato la decisione di distribuire nel giorno di Natale l’ultima opera d’animazione della Pixar, Soul di Pete Docter (co-regia di Kemp Powers), direttamente sulla propria piattaforma di streaming senza contemplarne l’uscita in sala buona parte dei fan è rimasta spiazzata mentre l’intero comparto degli operatori delle sale cinematografiche si è dichiarato «sgomento» e «scioccato»[1]. Sono proprio questi gli aggettivi impiegati dall’UNIC (International Union of Cinemas, soggetto che rappresenta gli interessi delle associazioni di categoria di trentotto Paesi europei) in un comunicato del 12 ottobre 2020 in cui si condannava duramente il comportamento di chi, come la Disney, bypassando le sale cinematografiche malgrado la parziale riapertura di queste ultime consentita all’epoca dalla situazione sanitaria, contribuiva a determinare un profondo senso di frustrazione non solo presso esercenti e pubblico, ma anche negli stessi creatori di contenuti.

Tale presa di posizione, accorata e a suo modo drammatica, non è bastata tuttavia a dissuadere il gigante americano dell’intrattenimento dal dare seguito a una decisione che del resto trova un precedente nella distribuzione on-line di un altro importante titolo come Mulan (2020) di Niki Caro, l’ultimo della serie dei remake in live action dei “classici” Disney reso disponibile su Disney+ il 4 settembre del 2020 previo pagamento di un extra, e un seguito, più di recente, con il caso del film d’animazione Raya e l’ultimo drago (Don Hall, Carlos López Estrada, co-regia di Paul Briggs e John Ripa), diffuso sempre con la stessa modalità il 5 marzo di quest’anno[2], e soprattutto con l’annuncio che anche l’ultima produzione Pixar, Luca di Enrico Casarosa, uscirà esclusivamente su Disney+ (il 18 giugno).

Tali esempi di rapida e, in certi casi, radicale “rilocazione” di prodotti mainstream dell’animazione (e non solo) dovuta alle conseguenze dell’emergenza sanitaria indicano con evidenza una tendenza su cui è necessario cominciare a riflettere, pur in un momento in cui la situazione appare ancora del tutto fluida.

In prima analisi, anche nel cruciale settore dell’entertainment la pandemia ha costituito uno straordinario catalizzatore e acceleratore di processi che tuttavia erano già in nuce negli anni passati. Nella fattispecie, la multinazionale di Burbank non avrebbe mai potuto approntare in modo così rapido una piattaforma di streaming come Disney+ se non avesse cominciato a lavorarci in “tempi non sospetti”. In tal senso, si deve a Bob Iger, vera e propria anima della “nuova Disney” nella sua veste di CEO della compagnia dal 2005 al 2020, la decisione già nel 2016 di espandere l’offerta di contenuti nel settore DTC (Direct-To-Consumer) arrivando, prima, a un passo dall’acquisizione di Twitter e approdando successivamente a BAMTech, società specializzata nelle tecnologie di streaming originariamente di proprietà della Major League Baseball.

È così che dopo un denso periodo di test, oltre a ESPN+ (Entertainment and Sport Programming Network; servizio di streaming per lo sport nato nel 2018 e fruibile solo negli USA), nel novembre del 2019 viene lanciata la piattaforma Disney+. Il nuovo servizio diventa dunque operativo giusto poco prima dell’esplosione a livello mondiale della pandemia di Covid-19, che anzi renderà quanto mai stringente la necessità di nutrire tale sistema di nuovi contenuti in ragione di una fame globale di prodotti audiovisivi dai connotati sempre più bulimici.

Di qui la realizzazione di produzioni originali capaci di attrarre una fetta di potenziali abbonati la più possibile ampia e variegata, non limitata insomma a quel pubblico di famiglie che costituisce tradizionalmente il target della Disney. Ecco dunque The Mandalorian (2019 – in produzione) e il recente WandaVision (2021), prodotti seriali nati con l’intento di essere “consumati” esclusivamente all’interno del perimetro della piattaforma e figli, rispettivamente, dei brand Lucasfilm e Marvel acquisiti dalla Disney, l’uno, nel 2012 e, l’altro, nel 2009[3]. Se tuttavia la serie che ha tentato di coniugare l’immaginario di David Lynch con quello del Marvel Cinematic Universe non ha ottenuto i risultati sperati, forse proprio a causa del suo assetto drammaturgico ed estetico piuttosto destabilizzante (almeno per il pubblico di riferimento della piattaforma), il primo prodotto seriale televisivo ambientato nel mondo di Guerre stellari è riuscito a imporsi nell’anno dell’esplosione della pandemia quale vero e proprio caso mediatico per la sua capacità di mettere d’accordo, sullo sfondo della saga ideata da George Lucas, Sergio Leone e Walt Disney. È proprio questa serie creata da Jon Favreau (soprattutto la sua seconda stagione), insieme al pixariano Soul, ad aver fatto registrare infatti un considerevole aumento degli abbonati a Disney+ che nel 2020 sono arrivati a superare i 95 milioni su scala globale[4].

Non stupisce dunque che Bob Chapek, nuovo CEO dell’azienda dal febbraio dell’anno scorso, in continuità col suo predecessore, abbia confermato la centralità del settore del DTC (Direct-To-Consumer) nelle strategie future della Disney anche al di là dell’emergenza contingente, conferendo in tal senso ulteriore enfasi a quel “+” che dal 2019 accompagna una delle firme-brand più famose al mondo. Con la proliferazione delle piattaforme il segno “+” (risalente almeno al 1984, anno in cui ha debuttato il canale televisivo francese Canal+) è diventato infatti una sorta di “luogo comune” in grado di suggerire immediatamente l’idea di infinite ore di fruizione audiovisiva on demand e, associato al nome di un noto studio cinematografico, di costituire un modo molto efficace per comunicare ai clienti la capacità della singola piattaforma di offrire “qualcosa in più”[5]. Un valore aggiunto che nel caso della Disney risiede non solo nelle nuove, summenzionate, produzioni nate ad hoc, ma prima ancora nella possibilità di contare su un catalogo quanto mai prezioso come quello costituito da tutte le proprietà intellettuali sulle quali si è fatta la storia della company e a cui, grazie alle acquisizioni realizzate negli ultimi anni, si sono aggiunti, oltre ai contenuti del mondo Marvel e Lucasfilm, quelli di National Geographic e 21st Century Fox. Non è un caso, da questo punto di vista, che nella classifica del tempo trascorso dagli americani nel 2020 sulle piattaforme digitali redatta da Nielsen, Disney+ abbia dominato sugli altri Over The Top (OTT) nella sezione dei film, dove essa compare con ben sette titoli (ad essere primo in classifica è Frozen II. Il segreto di Arendelle di Chris Buck e Jennifer Lee, 2019)[6]. Tale presenza massiccia si spiega d’altra parte considerando che il pubblico di riferimento di tali prodotti è costituito perlopiù dai minori e quindi da un tipo di fruitori il cui consumo cinematografico, diversamente dagli adulti, si fonda sulla reiterata visione dei contenuti preferiti (fattore evidentemente amplificato dalle costrizioni domestiche determinate dalla pandemia).

Sulla base di tali dati e valutazioni, quale prospettiva è possibile quindi intravedere per il futuro di un’azienda come la Disney? Considerando che la diffusione diretta dei contenuti in streaming, determinando l’abbattimento delle spese legate alla distribuzione tradizionale, può portare, soprattutto nel caso di film a medio budget, a un guadagno oscillante tra l’80% e il 100%, molto probabilmente la tendenza di questo gigante multibrand (così come di altri potenti studios) sarà sempre più quella di ridurre la “finestra” di permanenza dei propri prodotti theatrical nelle sale al tempo sufficiente (mediamente due settimane) per dare loro la massima visibilità, ottenerne quindi le entrate più elevate al botteghino e l’idoneità ai premi.

Si tratta di uno scenario che per molti aspetti rievoca l’“integrazione verticale” della Hollywood classica, quell’assetto in cui cioè le major erano tali perché, oltre a produrre e distribuire i propri film, ne controllavano anche l’esercizio (possedendo catene di sale cinematografiche).

Se tale analogia è fondata c’è da chiedersi pertanto se, come nel 1948, nel prossimo futuro ci sarà bisogno di una nuova “sentenza Paramount” che, bloccando o perlomeno rallentando un processo certamente favorito oggi dalla pandemia, sia capace di limitare nell’industria dell’intrattenimento questa tendenza sempre più spinta all’accentramento dei poteri.

 

[1] European cinemas voice disappointment and dismay over Disney decision

[2] Va segnalato che, grazie alla riapertura parziale dei cinema in alcuni Paesi, il film è uscito contemporaneamente in streaming e sul grande schermo in più di duemila sale. Stessa “release ibrida” è prevista per Crudelia di Craig Gillespie (28 maggio) e Black Widow di Cate Shortland (9 luglio).

[3] A tali casi va aggiunto quello di un altro prodotto derivato dalla Marvel come The Falcon and the Winter Soldier, di cui attualmente stanno uscendo sulla piattaforma i primissimi episodi, e le varie serie più decisamente “adulte” già presenti all’interno di “Star”, il nuovo brand di Disney+ dedicato all’intrattenimento del pubblico over 16.

[4] K. Duffy, Disney has signed up nearly 95 million Disney Plus subscribers globally — and aims to have 260 million subscribers by 2024, in Business Insider, 12 febbraio 2021.

[5] Cfr. T. Hsu, Why Plus Is a Minus When Naming Your Streaming Site, in The  New York Times , 25 febbraio 2021.

[6] Cfr. Tops of 2020: Nielsen Streaming Unwrapped, in Nielsen, 12 gennaio 2021.

 

                       TUTTI GLI ARTICOLI DI ACT - ARTI, COVID-19, TECNOLOGIE

 

Immagine: Insegna luminosa a Times Square della nuova serie Disney+ The Mandalorian, New York, Stati Uniti (novembre 2019). Crediti: Ivan Marc / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0