16 marzo 2021

ACT. Crisi pandemica e nuove opportunità

Il 2020 verrà probabilmente ricordato nei decenni a venire come l’anno del Covid: un arco temporale iscrivibile nell’orizzonte della tragedia. Ma, oltre a mietere milioni di vittime, a far quasi collassare le strutture sanitarie e a mettere in crisi l’economia mondiale, gli eventi del 2020, e con ogni probabilità del 2021, hanno anche accelerato tendenze che erano già in divenire nell’economia e nella società, e che sono destinate a protrarsi e consolidarsi anche quando i vaccini o la natura trarranno il mondo fuori dall’incubo. Tali tendenze sono tutte legate alle nuove tecnologie, che il conservatorismo sociale teneva sotto controllo e che hanno potuto dispiegare le loro potenzialità proprio sull’onda dell’emergenza. Lo smart working era praticato già da molti anni da certe categorie di lavoratori, per esempio nell’editoria o nell’informatica, ma ora diviene la tipologia più tipica per milioni d’impiegati, insegnanti, studenti e addetti a ogni tipo di produzione immateriale. Per il mondo dell’istruzione avanzata, ciò che era appannaggio delle contestatissime università telematiche è diventato, nell’arco di qualche mese, modus comune dell’insegnamento universitario, sottolineando come l’accesso al sapere, almeno da tre decenni, non debba necessariamente più esser legato a sedi territoriali lontane, con problemi di pendolarismo, aule e alloggi. Certo, molti docenti e studenti hanno vissuto assai male questa congiuntura emergenziale, e molte delle critiche alla didattica a distanza – DAD – sono fortemente motivate [1].

Il problema connesso alla potenzialità delle nuove tecnologie e al rifiuto del tutto politico di aderirvi è irrisolvibile sottolineando semplicemente la perdita delle tradizionali comunità di lavoro universitario, come lo “studentato” o il rapporto personale tra docenti e studenti. Chi, come Federico Bertoni, paventa la costituzione di due categorie di studenti, quelli in grado di frequentare i corsi in presenza pagandosi il costo degli alloggi nella sede prescelta, e gli studenti di serie B, costretti a seguire a distanza da angoli remoti del Paese [2], non tiene conto che tale divaricazione è già presente nei fatti con l’impossibilità di molti a seguire i corsi giudicati migliori, costringendoli a ripiegare su offerte di atenei locali o a rinunciare a una formazione universitaria che invece le nuove tecnologie renderebbero accessibile annullando le distanze. Le critiche a una società tecnocratica in cui i progetti educativi siano volti solo a conformare gli studenti alle esigenze di un mondo del lavoro sempre più flessibile e frammentato, – ovvero a una società d’individui sempre più alienati e isolati, in cui scompaia del tutto la distinzione tra i momenti del lavoro, dello studio e del tempo libero – sono da tenere in grande considerazione. Ma spesso tali approcci critici mascherano un conservatorismo diffuso di un corpo docente in crisi d’identità, che teme di perdere il proprio ruolo, spesso acquisito a prezzo di dure lotte accademiche, nel doversi confrontare con insegnamenti più dinamici e stimolanti. Coloro che non vedono l’ora di tornare a chiudersi nelle loro aule con le tradizionali forme di erogazione di sapere vis a vis, possibilmente nelle lingue nazionali e non in inglese, non tengono conto di sognare il ritorno a un mondo che la tecnologia ha già reso obsoleto. I vantaggi della formazione a distanza, con la possibilità di riascoltare e rimodulare i tradizionali cicli di lezione, con l’aggiunta di ogni forma di video, audio, testi e immagini, che erano già ben presenti negli anni Novanta del secolo scorso [3], sono ora evidenti come necessità contingente, ma non potranno più esser ridotti all’oblio, di fronte a evidenti vantaggi sociali ed economici.

La questione non è opporsi alla trasformazione tecnologica o assecondarla secondo le direzioni immaginate da una governance neoliberista che già da molti anni cerca di cooptare le regole dell’economia di mercato nella formazione universitaria, trasformando gli studenti in clienti e misurando i loro livelli di soddisfazione. Piuttosto, si tratta di reagire creativamente alla crisi del tradizionale modo di organizzare la didattica universitaria, con i suoi rituali di lezioni frontali ed esamifici.

Nel Medioevo, lo studentato era caratterizzato dai clerici vagantes, che giravano per le università di tutt’Europa allo scopo di seguire le lezioni dei docenti più accreditati. Una funzione vagamente analoga l’ha avuta il programma Erasmus, che però riguardava un numero limitato di studenti e al momento è ovviamente bloccato dalla pandemia in corso. Eppure le potenzialità della rete consentono già la fruizione di lezioni da ogni parte del mondo. Rimodulare il sistema dei crediti, consentendo percorsi più liberalizzati e un sistema di pagamento dei singoli corsi attraverso accordi inter-universitari potrebbe ripristinare forme di acquisizione del sapere più in sintonia con quel villaggio globale che il mondo già da tempo è diventato.

Un altro aspetto della rivoluzione digitale che modifica le linee di produzione culturale della nazione e che il fenomeno pandemico ha evidenziato e accentuato riguarda le attività inerenti ricerca, beni culturali, mostre, musica e spettacolo legati ai territori. La riduzione o l’abolizione delle attività in presenza ha spostato su Internet gran parte degli interessi e delle attività convegnistiche, espositive e seminariali che in precedenza avevano uno svolgimento pubblico. Anche se tra qualche tempo le attività in presenza potranno nuovamente aver luogo, è molto probabile, per non dire certo, che la mediazione telematica continuerà ad avere un peso sempre più significativo. Basti pensare all’editoria libraria: se già prima della pandemia Amazon, IBS e qualche competitor minore totalizzavano oltre un terzo delle vendite librarie di questo Paese, ora il dato è abbondantemente sopra il 50%, con punte di due terzi per la piccola editoria di qualità.

Il sistema delle librerie tradizionali in questo frangente è sotto il 40% delle vendite, con le librerie indipendenti che raccolgono ormai pochi punti percentuali e sono prossime al collasso.

Non è pensabile che l’attuale sistema basato sul rapporto editore-promotore-distributore-libreria possa durare a lungo, soprattutto tenendo conto che l’intero fatturato dell’editoria libraria, al netto della scolastica e dei periodici, vale oggi meno del comparto Nutella del Gruppo Ferrero. La profezia di Jeff Bezos, secondo il quale tra autore e lettore presto ci sarà solo la mediazione di Amazon rischia di avverarsi con il collasso delle librerie, delle promozioni e delle distribuzioni. Al momento, gli editori, in veste di selettori di ciò che viene considerato degno di pubblicazione, mantengono un ruolo, visto che l’autopromozione nell’ottica di Amazon vale esclusivamente per le vendite che si generano spontaneamente, mentre gli apparati editoriali possono garantire proprio quella visibilità che i singoli autori non hanno modo quasi mai di costruirsi.

Ma, in un simile scenario, vengono meno le barriere disciplinari tra le categorie, e sembra potersi imporre una nuova serie di modalità di intervento culturale, che si potrebbe definire “editoria diffusa”, in cui autori, editori, centri di ricerca, associazioni culturali e ogni sorta di aggregazione con finalità culturali e artistiche possono costruirsi una propria rete di pubblico, di mercato e di relazioni proprio grazie alla rete. Anzi, tra centri cultuali, autori e pubblico si realizza proprio grazie alla dimensione digitale, una forte interattività. Si tratta di uno sviluppo accelerato di quel rapporto di “spazio di gioco” con le nuove tecnologie che già nel 1934 Walter Benjamin individuava come aspetto caratterizzante in L’autore come produttore [4]. All’editore generalista tradizionale si affiancano dunque modelli editoriali operativi in nicchie culturali molto fluide e capillari, capaci di modellarsi come un’entità alchemica rispetto alle esigenze di una società in continua trasformazione. Se il mondo della cultura, dell’editoria e dell’arte era già avviato verso una trasformazione di questo tipo, la catastrofe pandemica ha reso necessario sviluppare tali prospettive in modo molto più radicale. Le forze di questa trasformazione, anche quando il Covid dovesse essere definitivamente sconfitto, non potranno essere rimosse con illusori ritorni a presunte “normalità”. Il problema caso mai è verificare se queste potenzialità verranno sussunte da un piccolo gruppo di multinazionali e lobby, o ci saranno forze sociali capaci di imporre le loro esigenze di trasformazione.

 

[1] Un bel sunto delle critiche ragionate alla DAD è presente nell’articolo di G.M. Arrigo, Università in trasformazione. Perderemo la comunità?, in Disf.org, febbraio 2021.

[2] F. Bertoni, Insegnare (e vivere) ai tempi del virus, Nottetempo, Milano 2020.

[3] Cfr. N. Negroponte, Being digital, Alfred A. Knopf Pub., New York 1995 (trad. it. di F. Filippazzi, Essere digitali, Sperling & Kufler, Milano 1995).

[4] W. Benjamin, Der Autors als Produzent, 1934, in W. Benjamin, Schriften, Suhrkamp V, 1955, pp. 208 e ss. (trad. it. a cura di C. Cases, L’autore come produttore, in Avanguardia e rivoluzione, Einaudi, Torino 1973, pp. 199 e ss.).

 

Bibliografia per approfondire

W. Benjamin, Der Autors als Produzent, 1934, in W. Benjamin, Schriften, Suhrkamp V, 1955, pp. 208 e ss. (trad. it. a cura di C. Cases, L’autore come produttore, in Avanguardia e rivoluzione, Einaudi, Torino 1973).

N. Negroponte, Being digital, Alfred A. Knopf Pub., New York 1995 (trad. it. di F. Filippazzi, Essere digitali, Sperling & Kufler, Milano 1995).

F. Bertoni, Insegnare (e vivere) ai tempi del virus, Nottetempo, Milano 2020.

G.M. Arrigo, Università in trasformazione. Perderemo la comunità?, in Disf.org, febbraio 2021.

 

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