26 aprile 2021

ACT. L’effetto propulsore della pandemia

Il 2019, che avevamo lasciato alle spalle, delineava un trend insolitamente positivo per il cinema: il numero di biglietti venduti registrava un aumento tale da instillare una buona dose di fiducia per il futuro delle sale e per il cinema in generale; e il nuovo successo di Checco Zalone, uscito a dicembre del 2019, rimarcava questo scenario positivo per farlo transitare nel 2020 e far ben sperare.

Ma sappiamo bene come tutto è andato a finire.

Il 21 febbraio 2020 a Codogno viene segnalato il primo caso di Covid-19 in Italia. E da quel momento tutto è cambiato.

La fiducia degli esercenti dovette di colpo subire un arresto, per lentamente, e radicalmente, mutare.

Quello che infatti è accaduto, e ciò che continua a proporsi dopo più di un anno di pandemia, si è compreso essere uno di quei punti di svolta presenti nel corso della storia, di radicale frattura, che lascia conseguenze di notevole profondità in tutte le varie realtà della società contemporanea. E questo il mondo del cinema lo ha dovuto comprendere ben presto, cogliendo quanto questa frattura riguardi anche la propria dimensione. Ma sapendo anche che la questione che si pone in essere riguarda non tanto il campo della produzione, bensì quello della fruizione del cinema.

Ma è bene fare chiarezza. Sarebbe ingenuo e poco corretto ritenere che ciò che si sta delineando sia imputabile soltanto alla crisi pandemica. Certamente quest’ultima ha imposto in maniera violenta e rapida un cambiamento; ma, in termini più esatti, possiamo riconoscere come, più che altro, abbia rinforzato in maniera robusta qualcosa che era già presente, una condizione che era sempre più crescente, al di là di rapsodici momenti felici (instabili e non continui) che si potevano registrare.

Una dinamica nel mondo del cinema era attiva da quasi vent’anni, in termini sempre più evidenti nel corso del tempo, e ben poco si è fatto per virare e modificare tale processo che rendeva via via ineluttabile la sorte delle sale: una dinamica determinata dall’imporsi del digitale in dialogo con la rete che orientava verso una riconfigurazione della fruizione.

Quello che stava accadendo nell’epoca pre-Covid-19 all’interno del mondo del cinema era qualcosa di simile a quello che si era registrato verso la fine degli anni Novanta nel campo dell’informazione con approdo di quest’ultima nella dimensione digitale e telematica. Inizialmente il mondo della carta stampata aveva sottovalutato le iniziali e timide presenze on-line di alcune testate giornalistiche. Il tutto sembrava una semplice tattica finalizzata ad occupare nuovi spazi, tattica che si riteneva che non sarebbe mai stata in grado di intaccare un secolare rapporto del lettore con il cartaceo. Presto, invece, si dovette prendere atto di aver dato vita – volontariamente e in molti casi involontariamente – a una svolta radicale che è divenuta ormai imperante, ovvero la fruizione dell’informazione on-line a discapito della proposta cartacea, la quale si muove sempre più verso il suo tramonto.

Per quanto riguarda il cinema, sempre nell’epoca pre-Covid-19, si registrava qualcosa di simile: era ormai diffusa e generalizzata una nuova modalità di fruizione del prodotto audiovisivo, soprattutto da parte dei giovani, resa attraverso l’uso del computer (grazie ad una proposta nella rete sempre più varia) e, in parte, della televisione (che riacquistava interesse con lo switch-off dell’analogico per la conversione al digitale nel 31 dicembre 2006). Anche nel settore cinema, come nella carta stampata, la digitalizzazione stava dunque attivando i processi della sua rivoluzione. E in tale rivoluzione, il rapporto con il piccolo schermo (al di là della dimensione del televisore o del monitor che si poteva usare) si impose con forza, garantendo possibilità inedite, per dar vita ad una netta presa di distanza dal grande schermo della sala cinematografica. Una distanza che si accentuava in parallelo alle evoluzioni delle connessioni sempre più veloci e anche della tecnologia degli smartphone e dei tablet, che gradualmente iniziavano a proporre le possibilità di visione di audiovisivi mediante i propri display, fino a diventare anch’essi protagonisti di questo cambiamento.

Questa era la situazione in cui il cinema era immerso prima del 21 febbraio 2020.

Quello che è accaduto dopo quel fatidico giorno può essere considerato come un’accelerazione, in maniera radicale, di una tendenza diffusa tra le nuove generazioni che si cercava in tutti i modi di attenuare e di portare lungo binari diversi.

I lockdown e le varie misure di contenimento del virus hanno esteso, necessariamente imposto, tra le varie fasce di età della popolazione, una fruizione del prodotto audiovisivo che si distacca dalla sala cinematografica, per una fidelizzazione allo schermo del computer, dello smartphone, del tablet e della televisione.

A sua volta, l’uscita, si spera quanto più rapida possibile, da questa drammatica pandemia, non potrà certo far ritornare la situazione allo stato precedente, proprio perché già prima, nel corso degli ultimi vent’anni, lo stato delle cose testimoniava apertamente una tendenza a rendere il costume del recarsi al cinema e fruire del grande schermo come qualcosa appartenente al passato, ad una stagione al tramonto.

D’altro canto, la crisi economica che tale pandemia sta attivando tramite la lunga chiusura di tante attività e degli esercizi che prevedono forme di aggregazione in ambienti chiusi, avrà delle ripercussioni non di poco conto anche sulla vita lavorativa degli esercenti di sale cinematografiche, determinando necessariamente un cambio di rotta.

Insomma, credo che il cinema, per come lo conosciamo e per come l’ho conosciuto io quando ero giovane, possa essere considerato ormai appartenente al passato, rubricato come un capitolo importante ma concluso della storia dell’arte e dello spettacolo.

Ci muoviamo verso una forma di fruizione che tenderà a creare un accostamento tra cinema e teatro: ovvero, la fruizione dei film in sala, quando la situazione si sarà normalizzata, sarà un fatto eccezionale, che si verificherà con la stessa frequenza con cui un fruitore occasionale solitamente va a vedere uno spettacolo teatrale. Centellinate frequenze in sala, motivate dall’uscita di qualche specifico film, il più delle volte un kolossal mainstream, che andranno di pari passo con le innumerevoli ore trascorse dinanzi ai nostri personali schermi, per fruire l’immensa proposta di prodotti audiovisivi che la rete offre (tramite le varie piattaforme gratuite e a pagamento).

La sopravvivenza delle sale si potrà verificare solo in quegli specifici casi in cui i gestori riusciranno a fidelizzare una fetta di pubblico, a personalizzare la proiezione offrendo qualcosa di più rispetto alla semplice visione del film; e questo si potrà realizzare recuperando tradizioni, andate perdute, del passato, ovvero dibattiti, cineforum, presentazioni. Insomma, attraverso attività che creino uno spirito di comunità in coloro che vanno al cinema e che percepiscano, in maniera chiara, il valore aggiunto della visione in sala (il semplice “più grande è meglio” è una motivazione che regge ben poco dinnanzi a un giovane che fruisce dell’intera proposta di Netflix attraverso il display del suo smartphone).

Sicuramente è un percorso difficile da mantenere e si giocherà molto su questi aspetti che risalgono a pratiche passate, portando al paradosso che una tradizione tramontata si offre come possibilità per contrastare quel tramonto della sala cinematografica determinato dallo sviluppo tecnologico e dalla traumatica svolta messa in atto dal Covid-19.

La pandemia ha quindi semplicemente accelerato un fenomeno già esistente.

Ma attenzione il problema riguarda non il cinema, ma la sua classica forma di fruizione.

Il cinema, nelle sue diverse declinazioni, nelle sue svariate varianti, rimane vivo. E forse oggi più che mai, perché diviene il contenuto più richiesto per riempire i vari contenitori che sono emersi con il dialogo tra Internet e il digitale.

La produzione audiovisiva sente viva la spinta da parte di un pubblico che è divenuto vorace di immagini. Si sono moltiplicati gli spazi di visione, e quello che si offre è un mare magnum di prodotti audiovisivi e di possibilità di fruizione di questi.

Tutte le diverse emittenti richiedono molti contenuti, sempre più variegati, determinando una domanda molto forte che conseguentemente impone un continuo lavoro del mondo del cinema. Si realizzano così prodotti destinati in maniera marginale alle sale cinematografiche, per concentrarsi maggiormente sulle varie piattaforme e sui vari canali di fruizione casalinga. E questo, a sua volta, determina nuove forme di produzione e di ideazione di prodotti, basti pensare alla soluzione in puntate del documentario SanPa.

Anche in questa sterminata produzione audiovisiva si riconosce il segno del nostro tempo e di quel cambiamento innescato dalla tecnologia e attivato con forza dalla pandemia.

 

Riferimenti bibliografici

Le nuove forme della cultura cinematografica. Critica e cinefilia nell’epoca del web, a cura di R. Menarini, Mimesis, Milano-Udine 2012.

F. Casetti, La galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene, Bompiani, Milano 2015.

 

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