2 febbraio 2021

A Procida, luogo del cuore e Capitale della cultura 2022

 

Ci sono luoghi che più di altri ci legano per sempre al loro destino: può accadere per un paesaggio in sintonia con le nostre inclinazioni, per la nascita di amicizie rare con persone del posto o più semplicemente per ricordi cari che riprendono improvvisamente vita, lì e non altrove. Per chi scrive, Procida ‒ dichiarata pochi giorni fa Capitale della cultura 2022 ‒ è uno di questi. Sono passati più di trent’anni dalla prima volta in cui approdai alla Marina di Sancio Cattolico alla fine degli anni Ottanta. Avevo letto da qualche parte dell’esistenza di questo scoglio vulcanico defilato nel golfo flegreo, così vicino e così lontano dalla mondanità di Capri e dal turismo borghese delle terme ischitane. Lessi il capolavoro della Morante e mi misi in viaggio: da quel momento e negli anni a venire, l’isola di Arturo è diventata un po’ anche la mia. Meno di 4 km2, oltre 10.000 abitanti, 9 grancie (termine che richiama le antiche unità agricole dipendenti dall’abbazia di S. Michele Arcangelo). Un passato di tartane, abati commendatari e saperi antichi. Un futuro luminoso e fragile al tempo stesso. Procida è tutto questo e molto, molto altro: per me, un luogo del cuore e una realtà tra le più indecifrabili ed eterogenee che abbia mai incontrato.

Procida, scorcio della Corricella (foto di Valeria Canavesi)

In trent’anni, com’è ovvio, sono cambiate molte cose. L’isola si è dotata di numerose strutture ricettive, un tempo rare e insufficienti. Si lavora finalmente alla limitazione di un traffico diventato insostenibile, conseguenza di una densità abitativa tra le più alte del mondo. Grande attenzione viene posta al recupero di straordinari tesori in abbandono, come Vivara ‒ isolotto disabitato e antico insediamento miceneo ‒ e il Palazzo d’Avalos, edificio rinascimentale trasformato in carcere dai Borboni e poi caduto nell’oblio generale. Alla superba tradizione marinara, storico e illustre motore economico locale, si sta via via sostituendo un turismo sempre più di massa non molto in sintonia con l’erosione delle coste, la penuria di spazi verdi, la scomparsa ormai definitiva delle parule (paludi tradizionalmente coltivate a carciofi e pomodori). Gli eleganti colori acquarello si sono accesi in troppi casi di insegne al neon e tonalità eccessive; le curve smussate a mano di finestre e capitelli sono state per lo più squadrate e domate da moderni infissi; la tranquillità di certe sere d’estate è troppo spesso assordata dai karaoke sui natanti ancorati davanti alla Chiaia. Eppure Procida è sempre Procida, soprattutto per chi sa andare oltre gli stereotipi dei limoni, delle Grazielle (icona folcloristica femminile) e dei set cinematografici! Venite con me a caccia del vefio e delle scale a giraffa (tra gli elementi più rappresentativi dell’architettura autoctona); con le gambe tremolanti scendiamo tra le segrete dell’abbazia di S. Michele, incredibile gioiello a rischio crollo per l’erosione dei costoni sottostanti; con gli occhi all’insù ammiriamo le case-bastioni della Terra Murata e di Casale Vascello. Seguitemi nella macchia mediterranea fino alla Tavola del Re a Solchiaro o alla piscina naturale nei pressi della Chiaiozza; passeggiamo tra le silenziose viuzze del Cottimo o tra le eriche giganti di Vivara; aspettiamo insieme ai gatti l’arrivo dei pescherecci alla Marina o alla Corricella, quando l’estate è lontana e con lei la pazza folla. Procida è una Madonna stinta su un muro, un dialetto parlato a voce bassa, un giardino di agrumi appena scorto dietro un alto muro in tufo. Procida è il Cristo morto della processione del venerdì santo, gli antichi rituali delle confraternite dai nomi a colori, una veste storica con ricami in oro a tre fili e finissime decorazioni ‘a cocciole’.

Procida, statua del Cristo morto (1728) di Carmine Lantriceni (foto di Valeria Canavesi)

Procida è anche una realtà autarchica e matriarcale intrisa di misteri arcani, una tradizione ecclesiastica indipendente e a tratti indomita (fu nullius diocesis fino al 1600), una cultura marinara che ancora oggi mette i propri uomini al timone delle navi più importanti del mondo. Nel 2022 Procida sarà anche Capitale della cultura, notizia che ho appreso con gioia e al tempo stesso con un certo timore. Mi auguro davvero che questi riflettori puntati sull’amato scoglio si traducano in occasione di sviluppo, sostenibilità e rivalutazione del territorio e non, come spesso accade, in un chiassoso carosello di b&b, spiagge affollate e negozi di souvenir. Cara Procida, fai vedere al mondo chi sei veramente.

 

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Immagine di copertina: Procida, Punta dei Monaci con grotta del Bue Marino, resti del cenobio di S. Margherita, abbazia di S. Michele e scorcio della Corricella (foto di Valeria Canavesi)

 


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