1 agosto 2021

A scuola in tempo di Covid. Intervista a Vanessa Ambrosecchio

 

Intervista a Vanessa Ambrosecchio

È stato pubblicato nelle ultime settimane di scuola, Tutto un rimbalzare di neuroni (Einaudi), e si è offerto a tutti noi come un grimaldello per entrare dentro un anno di lezioni che ha convissuto quotidianamente con l’emergenza, e per prendere coscienza della nuova vita di classe al tempo della didattica a distanza (DAD). Ne parliamo con la sua autrice, Vanessa Ambrosecchio.

 

Scrittrice e insegnante, Vanessa. Queste due dimensioni hanno sempre convissuto parallelamente in te, ma nel tuo nuovo libro, Tutto un rimbalzare di neuroni, sono finite per coincidere. La mia prima domanda è sul rapporto tra convivenza e coincidenza. Che cosa significa, per te, vivere insieme la scrittura e l’insegnamento?

Sono solita dire che per tanti anni l’insegnamento per me è stato il marito, la scrittura l’amante. Ho scritto ovunque: sull’autobus nel tragitto da casa al lavoro, nel seminterrato di scuola tra un’ora buca e l’altra, o in piedi dietro la porta in attesa di entrare in classe, rubando ogni momento libero e consacrandolo a questa passione clandestina. Poi le cose sono gradualmente cambiate: ho ammesso con me stessa che l’insegnamento non è soltanto l’unico mestiere che potevo fare riuscendo anche a sorridere, ma una sorta di predestinazione che mi viene da una particolare inclinazione, ereditata da mio padre anche lui docente, alla relazione con i giovani. La scrittura, d’altro canto, è sempre stata il mio modo di guardare al mondo, l’acqua nella mia boccia, senza non respiro. Ma sono due spazi in cui gioco due ruoli solo apparentemente diversi: a scuola sono in costante comunicazione e immedesimazione con l’altro; nella solitudine della scrittura sono in palpitante contatto con l’altro che mi abita: invenzioni, aneliti, fantasmi. E forse un po’ dello sguardo dello scrittore c’è nella qualità dello sguardo che poso sugli alunni, teso a rintracciare di ciascuno il mistero dolente e la radice di ogni entusiasmo: il “personaggio”, insomma.

 

Come nasce Tutto un rimbalzare di neuroni? È stato una fisiologica e spontanea risposta alla straordinarietà della vita (della vita in sé, e della vita scolastica), un diario di bordo per provare a tracciare la nuova geografia umana che hai trovato di fronte a te, una riflessione su cosa significa abitare la crisi?

Inizialmente è stato piuttosto un “registro molto personale”, vi annotavo in corso d’opera impressioni, interrogativi, preoccupazioni, riflessioni, insomma: gli appunti di un naufrago che si rassegna a mappare ed esplorare l’isola sconosciuta dove è stato catapultato, per sopravviverle. Finito il primo lockdown, durante l’estate, quegli appunti sono stati popolati da personaggi e ricordi, i primi d’invenzione, i secondi legati a tutto il rimpianto della scuola in presenza vissuta negli anni precedenti. È banale, ma davvero si comprende il valore di quanto si è avuto quando lo si perde, e i ricordi di esperienze intense e formative, che ci è stato impossibile proporre ai nostri alunni in questi anni, ha scavato in noi docenti pozzi di rimpianto. Inventare i personaggi degli alunni, seppure basandomi su venticinque anni di esperienza didattica, mi ha poi aiutato, come sempre fa l’invenzione, a guardare al tempo stesso col microscopio e col telescopio il dato autobiografico: entrare nelle fibre del fatto reale e insieme ricostruirne una visione panoramica.

 

La didattica a distanza ha soltanto tolto o ha restituito anche qualcosa alla comunità scolastica?

La DAD ha tolto tanto, ed è questo che racconto nel mio libro, ma ha anche messo alla prova una generazione che io chiamo, senza alcun disprezzo ma come un dato di fatto, come un andamento indotto dal consumismo e dalla fragilità delle figure genitoriali, la generazione del “voglio dunque ho”. Abbiamo tutti imparato che nulla è dato per scontato e per sempre, che le libertà di cui siamo abituati a godere possono essere messe in forse dal più imprevedibile degli eventi, che la morte e la malattia, sistematicamente rimosse dalla comunicazione quotidiana se non per fare sensazione, sono le ombre che proietta la vita stessa, sono sorelle che non possiamo disconoscere e diseredare. Ricordarci che siamo fragili e per questo imparare a piegarci senza lasciarci spezzare è quanto si apprende dinanzi alle grandi prove della vita. Per i nostri giovani, più ancora che per noi adulti, la pandemia lo è stata e lo è.

 

Quanto è stato difficile per te adattarti alla comunicazione schermata, alla lontananza dei ragazzi?

A scuola si impara prima di tutto la flessibilità. Lavorando quotidianamente con variabili impazzite quali sono per definizione gli esseri umani, siamo sempre pronti a fronteggiare l’imprevedibile, che è una delle maggiori attrattive di questo lavoro mai uguale a se stesso, e insieme ciò che ne fa un mestiere usurante. Dinnanzi al trauma della DAD, una volta accusato il colpo ci siamo rapidamente rimboccati le maniche. Ciò non vuol dire che non sia stato difficile trovare le strategie comunicative e le attività didattiche giuste per non perdere il contatto con i ragazzi, è stata una sperimentazione sul campo che abbiamo dovuto condurre a carattere d’urgenza e senza alcuna preparazione: una sorta di ospedale da campo! Ma del resto si fa e si è fatto scuola da sempre nelle situazioni più disparate, dai campi profughi alle situazioni di guerra. Il maestro è, e deve essere, colui col quale, per dirla con Gino Paoli, pareti e soffitto, quali che siano, non ci sono più: al loro posto alberi, alberi infiniti.

 

A proposito di vicinanza e lontananza, in Tutto un rimbalzare di neuroni c’è una bellissima pagina sulla forza che trasmettono lo studio, e la scuola, quando sono intesi come l’altrove, luoghi e momenti in cui poter costruire qualcosa di diverso e tuo, lontano però da casa. Perdere questa lontananza da casa, nelle tue parole, sembra davvero una delle perdite più consistenti

Proprio così: l’esperienza scolastica è intrinsecamente connessa a quello spazio franco che è la classe e al tragitto che ogni mattina il bambino fa per raggiungerlo, lasciandosi materialmente e simbolicamente la propria casa alle spalle. In quanto luogo di dematernalizzazione non solo della lingua, come direbbe Lacan, ma della conoscenza e considerazione di sé, la scuola è chiamata a essere la più grande opportunità che ci è data per scoprire chi siamo e cosa siamo bravi a fare, e che tutto di noi e intorno a noi può, col tempo e l’impegno quotidiano, cambiare. Questo la DAD lo ha necessariamente azzerato, ma non poteva essere diversamente. Abbiamo cercato comunque di “rapire” i nostri alunni a ogni incontro in remoto, a rubarli per quei quarantacinque minuti quotidiani alle dinamiche e ai condizionamenti familiari: è stato questo lo sforzo maggiore, non tanto portare avanti il programma, quanto tenere acceso quel faro che attrae e guida, fra le nebbie della crescita e per di più in una situazione così angosciosa.

 

Cosa ti auguri per il prossimo anno scolastico? Cosa desidereresti per i tuoi ragazzi?

Ovviamente mi auguro un anno normale, in cui, se ancora non sarà possibile fare attività esperienziali come i laboratori e i viaggi di istruzione, si possa almeno stare insieme in presenza continuativamente. Mi auguro che il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) metta in atto tutti i provvedimenti ad hoc, tra i quali non deve esserci solo ed esclusivamente la vaccinazione di categoria, ma un distanziamento reale garantito da classi meno popolate, incremento del numero dei docenti, trasporti dedicati per gli alunni delle scuole superiori. Ma di tutto questo, a dire il vero, non si parla, eppure ci accingiamo a vivere il terzo anno scolastico d.C. (dopo Covid) e dovrebbe essere ormai chiaro cosa è necessario per poter fare scuola in sicurezza, ma anche per fare scuola tout court. Mi piacerebbe che il mio libro contribuisse a tenere vivo il dibattito in tal senso, a che la scuola sia, non solo a parole, in cima alla lista delle priorità della nuova era che il PNRR dovrebbe inaugurare. La persona giusta al posto giusto non è un’utopia, è il punto di arrivo di un percorso scolastico sistematicamente funzionale, ed è la base di una società sana e felice.

 

Vanessa Ambrosecchio, Tutto un rimbalzare di neuroni, Einaudi, 2021, pp. 136

 

Immagine: Studenti con mascherina tornati a scuola dopo il lockdown dovuto al Covid-19, Torino (settembre 2020). Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

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