03 ottobre 2016

Addio Rosetta, la sonda che ha svelato i segreti di 67P

Venerdì 30 settembre, come previsto, attorno alle 13:20 ora italiana, la sonda Rosetta dell’ ESA (European Space Agency) ha toccato la superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko . È stato il gran finale di una missione che per oltre 12 anni ci ha emozionato e ha fatto registrare record che di certo non verranno dimenticati. La sonda, partita da Kourou (Guiana Francese) il 2 marzo 2004 insieme al suo lander Philae, ha entusiasmato scienziati di tutto il mondo, e non solo scienziati, ed è arrivata all’ultimo capitolo della sua lunga storia. Rilevante, a dir poco, è stata la partecipazione italiana alla missione, perché sulla sonda erano montati diversi strumenti a guida italiana: VIRTIS (Visible, Infrared and Thermal Imaging Spectrometer), GIADA (Grain Impact and Dust Accumulator), il canale grandangolare della camera OSIRIS e persino il trapano a bordo del lander Philae. Rosetta ha percorso quasi otto miliardi di chilometri e conta una miriade di primati: è stata la prima sonda a inseguire una cometa lungo la sua traiettoria, ma anche la prima a essersi inserita in orbita attorno a un nucleo cometario. È stata poi la prima a far scendere un lander sulla superficie di una cometa e ad analizzare da vicino le trasformazioni subite dal nucleo in prossimità del Sole. Insomma, che vogliamo di più?! Abbiamo intervistato Andrea Accomazzo, spacecraft operation manager della missione Rosetta, per fare un resoconto di quanto accaduto.

 

Quella di Rosetta è stata una missione piena di sorprese. 12 anni attraverso il Sistema solare che ci hanno regalato dati e informazioni rilevanti su diversi oggetti, oltre che su Chury. Possiamo fare un bilancio dei momenti secondo lei più importanti della missione? “È facile parlare ora di tutto quello che è successo negli ultimi giorni e anni, ma per fare un bilancio globale dobbiamo tenere presente da dove siamo partiti. A metà degli anni ottanta abbiamo deciso di realizzare questa missione, pur non avendo assolutamente nessuna esperienza di volo interplanetario. Ci sono voluti venti anni per consolidare le idee ed arrivare al lancio. Trent’anni più tardi siamo all'avanguardia mondiale per quanto riguarda le operazioni di volo in prossimità di "small bodies" ovvero comete e asteroidi. Questo è già di per sé un risultato straordinario. Se poi aggiungiamo il fatto che abbiamo raccolto una mole di dati di qualità eccezionale, che ci permetteranno di capire meglio come siano nati sole, pianeti, e noi stessi, allora ci rediamo conto di come questa rimarrà una missione fuori dall'ordinario”. 

 

La navicella non è stata progettata per un impatto. Cosa è successo dopo lo schianto? “Rosetta non è stata progettata per atterrare; pertanto, al contrario di Philae, non aveva a bordo sistemi in grado di assorbire completamente l'impatto e di ancorarla alla superficie della cometa. L'impatto è però avvenuto a bassa velocità e quello che pensiamo sia effettivamente successo è che le sue appendici (pannelli solari, antenna, bracci degli strumenti) abbiano impattato sulla superficie per primi. Questo impatto ha sicuramente dissipato parte dell'energia, prevenendo un rimbalzo in orbita di Rosetta, la quale è però sicuramente rimbalzata sulla superficie per poi andare a depositarsi in qualche angolo di cometa. Un po' come Philae, che non si è ancorato a 67P, con la differenza che non abbiamo potuto seguirla nelle sue "capriole" perché era stata programmata per spegnersi definitivamente, secondo quanto prevedono le regole internazionali sullo spegnimento di sonde spaziali”. 

 

Il punto scelto per l'impatto ha sicuramente un'importanza scientifica rilevante. Cosa ci resta da scoprire su Chury? E quali sono i risultati scientifici più importanti conseguiti finora? “Il punto d’impatto è stato scelto per permettere l'osservazione di due crateri particolarmente attivi sulla superficie. In questo modo possiamo studiare meglio la struttura interna della cometa, in altre parole la parte primordiale e non "corrotta" dai cicli stagionali dovuti all'orbita della stessa intorno al Sole. Gli scienziati per ora ci hanno descritto quello che hanno osservato, ma non siamo andati lì per questo. Ora devono mettere insieme tutti questi pezzi e comporre il puzzle per darci risposte a domande molti più grandi. Per questo ci vorrà del tempo. Intanto abbiamo visto che ci sono i pezzi del puzzle che volgiamo risolvere, è questo è fondamentale per proseguire nel lavoro”. 

 

Il suo ruolo nella missione è stato quello di flight director, ossia di pilota alla guida della sonda in questa missione mozzafiato. Da un punto di vista professionale e personale è stato un grande successo, ma qual è stato il momento più difficile in questi anni? “Ci sono stati diversi momenti in cui di fronte alle difficoltà, che non possono mancare in un progetto del genere, mi sono detto: ‘Ma siamo pazzi a fare una cosa del genere’. Poi però, con il lavoro e l'entusiasmo di tutti, siamo stati in grado di risolvere ogni problema. Penso alla perdita di pressione nel sistema di propulsione avvenuta nel 2006, che avrebbe potuto compromettere la missione. Penso ai problemi, sempre con il sistema di propulsione, del gennaio 2011, quando non riuscivamo ad effettuare le manovre necessarie per poi incontrare la cometa nel 2014; avevamo pochi giorni per farle, ci siamo riusciti con un accorgimento banale. Penso anche al giorno dell'uscita dall'ibernazione, dove il segnale ha ritardato un po' rispetto alle nostre attese: lì non c'era molto da fare, era tutto nelle mani della sonda. E infine mi piace pensare che siamo stati in grado di risolvere il problema tecnico più difficile di tutti: riuscire a volare intorno alla cometa. Forse per il pubblico non tecnico questo è più difficile da capire, ma averlo fatto in sei settimane, tra agosto e settembre 2014, come programmato, è stato un capolavoro d’ingegneria del volo spaziale”. 

 

Il suo entusiasmo e la sua passione non sono un segreto e molti, giovani e non, si sono avvicinati alla missione proprio grazie a lei. In tanti si chiedono ancora: ma Philae che fine ha fatto? “Philae lo abbiamo finalmente rivisto poche settimane fa, incastrato nella sua grotta sulla cometa. È stato un regalo bellissimo prima della fine della missione, la ciliegina che mancava sulla torta. Molti parlano dei problemi avuti con Philae, ma se pensiamo ai rischi, alle difficoltà, alle incertezze che governano una missione come questa, ci rendiamo conto che ciò che abbiamo ottenuto da questo piccolo robottino è stratosferico. Tutti noi lo porteremo nel cuore come uno degli eventi più emozionanti della storia del volo spaziale. Sapere che queste emozioni hanno coinvolto una grande fetta della popolazione - non solo gli addetti ai lavori - e in particolare giovani, è per tutti noi motivo di orgoglio. Forse dopo l'atterraggio sulla Luna, questa è l'avventura spaziale che più verrà ricordata. Essere stato parte di un progetto del genere non ha prezzo”.

 

Crediti immagine: sito di atterraggio su 67P. ESA

 


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