14 aprile 2017

Alessandro Sforza lettore di Petrarca

I Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca furono certamente tra le opere più lette nel corso del Quattrocento, a giudicare dall’ingente tradizione manoscritta che ancora oggi si conserva nelle biblioteche pubbliche e private di tutto il mondo. Molti di questi codici furono scritti su membrana da copisti professionali e presentano un vasto corredo iconografico con miniature a volte su pagina intera, degne di entrare nei manuali di storia dell’arte. Entrambe le caratteristiche rimandano evidentemente a una committenza ricca, signorile, spesso difficile da identificare.

Nel caso del manoscritto segnato 1405 della Biblioteca Angelica di Roma, relatore del Canzoniere e dei Trionfi, Francesco Davoli, giovane studente dell’Ateneo patavino, è riuscito a documentare, in un articolo appena uscito nella rivista «Petrarchesca», che il committente risponde al nome di Alessandro Sforza, signore di Pesaro dal 1445 al 1473. La dimostrazione si fonda sugli stemmi e sugli emblemi nobiliari che compaiono nel codice. Innanzitutto il clipeo nella pagina iniziale (contenente un leone rampante che regge un ramo di cotogno), gli anelli diamantati cui è intrecciato un fiore, le ali di drago (o di nottola), e lo scudo con il motto «A bone foi»: tutti questi elementi sono caratteristici del ramo sforzesco dei signori di Pesaro, e in particolare di Alessandro Sforza, a cui rimandano senza ombra di dubbio le lettere «A» e «S», poste ai lati del clipeo araldico. Le stesse peculiarità si ritrovano anche in molte miniature successive che aprono i singoli capitoli dei Trionfi. La ricostruzione risulta inoltre confermata dall’Inventario dei libri presenti nella biblioteca sforzesca di Pesaro, redatto nell’ottobre del 1500 al momento di abbandonare la città per l’approssimarsi di Cesare Borgia, dove compare l’intitolazione «Soneti et Cantilene petrarce» che sembra a tutti gli effetti corrispondere al manoscritto in questione.

Ci piace immaginare Alessandro Sforza, ben noto poeta e mecenate, intento non solo a mostrare il prezioso manufatto alla nutrita schiera di letterati che gravitavano nella sua corte (Tranchedino, Antonio Costanzi, Leonardo Griffo) - divenuta proprio per il suo tramite centro di irradiazione culturale nell’Italia del Quattrocento -, ma anche a leggerlo per trarre ispirazione nel comporre le sue poesie di natura petrarchista.

Francesco Davoli, «Soneti et cantilene Petrarce»: un manoscritto petrarchesco della biblioteca di Alessandro Sforza, in «Petrarchesca», 5 (2017), pp. 81-86.

 


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