31 gennaio 2017

Alla necropoli di Fossa, tra menhir e misteri

Sono settimane tragiche per l’Abruzzo e per il Centro Italia. L’inverno sta infliggendo i suoi colpi più duri con il gelo e le copiose nevicate, sventuratamente associati a scosse sismiche che flagellano il territorio da mesi. Il territorio dell’Aquilano purtroppo non fa eccezione, nemmeno a Fossa, comune martoriato dal terribile terremoto del 2009 che però resiste tenacemente insieme ai suoi preziosi tesori culturali.

Attualmente è chiusa la chiesa di Santa Maria ad Cryptas con i suoi affreschi gioiello, un’antologia mirabile di raffigurazioni bizantino-cassinesi e di scuola toscana protogiottesca (la sua riapertura è prevista entro l’anno, a restauri conclusi). Ed è chiusa fino all’estate la necropoli dei Vestini, distesa dal IX secolo a.C. nella piana dell’Aterno insieme ai suoi misteriosi menhir. Eppure, oggi più che mai, la portata storica di questi luoghi va divulgata e sostenuta, nella speranza che - appena sarà possibile - viaggiatori e appassionati tornino numerosi a visitarli.

La necropoli si trova nella piana alluvionale, a circa 2 km da Fossa. Fu scoperta casualmente nel 1992 mentre si procedeva alla realizzazione di alcuni capannoni industriali e divenne da subito oggetto di indagine da parte della Sovrintendenza Archeologica d’Abruzzo. Gli esiti non tardarono a indicare questo luogo come una delle necropoli monumentali più importanti d’Italia, attiva dal IX al I secolo a.C e appartenente ai Vestini Cismontani, nome con il quale i Romani definirono in età storica gli abitanti di queste zone, i cui insediamenti più importanti erano Aveia (Fossa), Peltuinum (Prata d’Ansidonia) e Aufinum (Capestrano).

L’area interessata occupa 5000 mq, ma la sua estensione sembra essere di molto maggiore, probabilmente un tutt’uno con i nuclei di Varranone a Poggio Picenze e di Macerine a San Demetrio dei Vestini. Le tombe rinvenute sono circa 600 e si suddividono in tombe a tumulo, a camera, a incinerazione. Sono state anche trovate fosse semplici, con cassone ligneo e diversi coppi laterizi destinati alle sepolture dei neonati.

Appena si accede alla necropoli, la Storia impone un rewind repentino, complice anche la vastità della piana. Ciò che attira subito l’attenzione sono le forme circolari delle grandi tombe a tumulo, curiosamente accompagnate da file di menhir disposti in ordine crescente. Queste sepolture - che in alcuni casi hanno un diametro dai 10 ai 15 metri - appartengono alla fase più antica del sito (IX-VIII sec. a.C.) e contraddistinguono alcune tombe maschili.

Sebbene non esista a oggi una certezza storica riguardo al loro significato, si ritiene che il numero e l’altezza delle pietre verticali simboleggino l’età del defunto e il suo percorso vitale, dalla nascita (menhir più piccolo, a est) alla morte (menhir più alto, a ovest). L’ultima lastra è invece inclinata e appoggiata sul cerchio perimetrale composto da pietre, quasi a indicare la caducità dell’uomo nel momento del trapasso. I menhir si susseguono nel percorso archeologico, che comprende anche fosse semplici e le tombe a camera di età ellenistica (IV - II sec. a.C.), perfettamente conservate, in cui sono stati rinvenuti corredi funerari di rara fattura.

Archeologi e studiosi hanno trovato qui un’antologia di opere straordinarie su cui continuano indagini e ricerche, primo tra tutti il letto funebre in osso della tomba numero 520, attualmente conservato al Museo Archeologico di Chieti, riccamente lavorato con volti, animali e figure mitologiche riconducibili all’arte e alla cultura greca. Insieme a questo genere di manufatti, gli scavi hanno restituito anche vasellame, armi, dadi da gioco, gioielli e vari oggetti di uso quotidiano riconducibili alle diverse fasi storiche. La necropoli perse la sua importanza con il I° secolo a.C., periodo in cui i Vestini assimilarono progressivamente usi e costumi romani: alle tecniche di sepoltura precedenti si sostituirono l’incinerazione e l’inumazione e il sito si avviò al declino.

Eppure oggi, a distanza di migliaia di anni, questo luogo comunica ancora emozioni e sentimenti forti. Saranno la sua vastità, i suoi misteri, la quantità di testimonianze che svela a ogni passo? O sarà la sua amenità, paradossalmente protetta dalla scarsa conoscenza che gli è attribuita? Probabilmente valgono entrambe le risposte, che invitano a compiere un viaggio all’indietro nel tempo. Chi accetterà di compierlo, scoprirà ancora una volta il fascino della storia del nostro Paese, attraverso la memoria di un popolo del passato estremamente evoluto, colto e in dialogo costante con tutte le culture del Mediterraneo. Anche con la nostra.

 


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