4 settembre 2020

Alla ricerca della saudade

Nel 1958 usciva, su testo del poeta Vinícius de Moraes, la canzone di João Gilberto Chega de saudade, la cui prima strofe recita: «Vai minha tristeza / E diz a ela / Que sem ela não pode ser / Diz-lhe numa prece que ela regresse / Porque eu não posso mais sofrer / Chega de saudade, a realidade é que sem ela». Forse proprio grazie ai testi della bossa nova o del fado, molti si sono imbattuti nel termine saudade, pur senza comprenderne fino in fondo il significato. Va pertanto salutata con gioia l’uscita della traduzione italiana del saggio di Carolina Michaëlis de Vasconcelos, La saudade portoghese, pubblicato per la prima volta nel 1914 e successivamente, con integrazioni, nel 1922.

Dopo averne individuato molteplici occorrenze dal Medioevo in poi, la studiosa analizza il lemma saudade da svariate angolature ‒ storiche, linguistiche e filologiche ‒, giungendo alla seguente duplice definizione:

«a) ricordo doloroso di un bene che è assente, o da cui siamo lontani, e desiderio e speranza di tornare a gioire di esso; b) espressione di quell’affetto diretto a persone assenti. Quel bene desiderato, assente, può essere tanto la terra in cui nasciamo, il focolare domestico e la famiglia, i compagni d’infanzia, quanto la ben-amata o il ben-amato. Rispetto a questo senso, esso denota soprattutto il vuoto nostalgico o il peso straziante che nelle assenze dilata o opprime il cuore umano, appesantito, quante volte, dal graffiare della coscienza (il “gatto” di Heine), dal rimorso che ci accusa di non aver stimato, approfittato e affettuosamente manifestato il bene che possediamo».

La Michaëlis precisa inoltre che, pur essendo presenti nella penisola iberica quattro voci, tutte di origine neolatina, che sono sinonimi di saudade (castigliano: soledad; asturiano: senhardade; galego morrinha; catalano anyoransa), nessuna di esse corrisponde pienamente al termine portoghese. Queste voci concorrenti «non hanno nemmeno lontanamente, nell’economia dei rispettivi idiomi fratelli, l’importanza e la frequenza della saudade nella lingue portoghese, e neppure il quid, il non so che di misterioso che le si addice».

Alla traduzione del saggio si accompagna una importante introduzione di Rita Marnoto, nella quale la studiosa contestualizza e mette a frutto alcune considerazioni della Michaëlis, come quelle riguardanti le vicende amorose tra il futuro Pedro I (1320-1367) e Inês de Castro, giustamente definite «un distillato tragico di saudade. Pedro è l’amante assente, occupato in battute di caccia e assorto in altre faccende, al punto che, tradotto in linguaggio drammaturgico, nelle versioni teatrali i due amanti di norma non si incontrano in scena. E tuttavia, all’improvviso, l’assente diventa Inês. Il suo assassinio provoca un dolore profondo, tanto profondo quanto è il desiderio di riaverla. Una saudade assoggettante lo porta perciò a proiettare nel futuro non solo la felicità che provò quando l’aveva al suo lato, ma anche la felicità di cui desiderava che gioissero lui e Inês, se non fosse morta. Amante, saudoso, egli non si limita a trasferire questo desiderio sul futuro. Lo esegue. Il Pedro del mito comanda di esumare il cadavere di Inês, lo veste da regina, l’incorona e ordina ai suoi sudditi di baciare la mano del cadavere».

Notevole anche la conclusione della Marnoto, secondo cui «la metodologia razionalista che Carolina Michaëlis fece valere nel suo saggio, al di là di sradicare falsi bibliografici e fantasie mirabolanti, si distanzia da quei punti di vista più situati che infiammavano il dibattito contemporaneo sull’argomento». Un libro, insomma, da leggere con attenzione per comprendere a pieno il significato di questa parola che tanto caratterizza l’anima lusitana.

 

Michaëlis de Vasconcelos, La saudade portoghese, a cura di Rita Marnoto, Traduzione di Silvia Brambilla e Rita Marnoto, Roma, Lithos Editrice, 2020

 

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