18 maggio 2017

Alle Gallerie dell’Accademia, tra Veronese e Tintoretto

Intervista a Paola Marini

Non possiamo dire di conoscere bene una città se, almeno una volta, non ne abbiamo varcato la soglia del museo civico. I musei custodiscono il tempo e la storia di ogni città e la raccontano in un dialogo con il visitatore in cui riecheggiano sogni, desideri e paure degli artisti. Nei musei, il passato non è solo un ricordo bensì traccia per l’avvenire. 

A Venezia, incontriamo il neodirettore delle Gallerie dell’Accademia Paola Marini, per parlare della tela Convito in casa di Levi, opera da lei scelta tra quelle della collezione che dirige. Il capolavoro porta la firma del pittore Paolo Caliari detto il Veronese, nato a Verona nel 1528 e che presumibilmente si trasferì a Venezia nel 1553. L’opera è stata acquisita dalle Gallerie nel 1815 a seguito di restituzione, essendo stata coinvolta nelle espoliazioni napoleoniche.

La mastodontica tela - larga 5 metri e lunga 13 circa - fu eseguita per il refettorio del Convento dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia e fu terminata il 20 aprile del 1573, come risulta da un’iscrizione alla base. L’esaltante policromia dei personaggi raffigurati, la sapienza decorativa e la maniacale attenzione agli spazi architettonici delineano l’innovativo stile pittorico del Veronese. L’immagine raffigurata è senz’altro quella di una cena, vexata quaestio è definirne il tema: Istituzione dell’Eucarestia o banchetto a casa del pubblicano Levi? Sul punto, il direttore ha una sua personale opinione.

 

Ho scelto quest’opera perché rappresenta, per me, la sintesi di tanti anni di studi, oltre al fatto che si lega alla vicenda stessa della fondazione dei musei; questa tela rientra tra quelle saccheggiate a seguito delle soppressioni napoleoniche del 1797, con la prima campagna di Napoleone in Italia. Viene dal convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia e stava in fondo al refettorio probabilmente in una posizione più elevata. Bisogna immaginare tutti i monaci che pranzavano in silenzio ascoltando delle letture, e rivolgendosi a questo dipinto ne dovevano trarre da una parte un diletto, dall’altra motivi di riflessione, soprattutto in riferimento al Concilio di Trento che si era chiuso nel 1563. Questo è un dipinto di dieci anni dopo, del 1573 e che comunque aveva come scopo di portare ad una purificazione, anche all’interno dello stesso convento. A seguito della restituzione dell’opera, per l’Accademia si presentò il problema di dove posizionare la grande tela, anche in virtù della funzione del museo. All’inizio essa venne posta sulla parete lunga; in seguito al cambiamento del percorso, la si spostò sull’altra parete; ma come per la scarpetta al piede della sorella di Cenerentola, non entrava: dovranno addirittura scavare la parete per posizionarla dov’è adesso (ride, n.d.r.).

Il tema raffigurato è uno di quelli che fa parte della storia della pittura, e senza di esso non avremmo l’Ultima cena di Leonardo, non avremmo Andrea del Castagno; esisteva la convenzione di avere un dipinto raffigurante una cena del Signore, nelle sue diverse declinazioni, infondo al refettorio. Questa cena, però, ha di particolare che nel 1800 uno studioso trovò un documento in cui risultava - e parlo al passato, perché secondo me si tratta di una vicenda su cui sarebbe opportuno fare maggiore chiarezza - che pochi mesi dopo la conclusione della tela, Paolo Veronese fu chiamato dinnanzi al Tribunale dell’Inquisizione per contestargli che questa, che doveva essere un’ultima cena, conteneva una quantità di personaggi che con l’ultima cena non c’entravano assolutamente nulla.

Personalmente, mi sorprende una tale leggerezza nel comportamento dell’Inquisizione così descritto; mi domando se non ci sia stata un’interpretazione ottocentesca che enfatizza alcuni aspetti di quel documento. Anche perché non mi convince l’immagine del Veronese che, di fronte all’inquisizione, afferma che “Il pittore ha la libertà che hanno gli artisti e i matti”; non si confà con la severità che sappiamo propria dell’Inquisizione. La sfrontatezza delle risposte del Veronese non corrisponde, del resto, nemmeno alla psicologia del veneto, che non aveva certo la sprezzatura di Caravaggio! La mia personale ipotesi è che, anche alla luce di quelle che erano le regole iconografiche, sin dall’inizio non si trattasse di un’ultima cena. Perché mai un pittore si sarebbe messo a raffigurare in un’ultima cena così tante figure che poco hanno a che fare con il racconto biblico? Un artista ha gli strumenti del disegno, dello spazio, della prospettiva, del colore, della luce, di tutti gli elementi che costituiscono la pittura, ma anche del linguaggio formale, del contenuto iconografico. Pare impossibile che un pittore, pur libero d’indole, trasgredisca così tanto. Si sa che erano nel cenacolo da soli!

Al di là della sua affascinante storia, quest’opera riassume una parte dei miei studi giovanili, di quando dalla storia dell’architettura approdai a quella della pittura. È evidente l’attenzione del Veronese per lo spazio. Quest’abitudine di riflettere in termini geometrici fa parte proprio della sua formazione di artista che è nato nell’officina di un architetto, come Michele San Micheli. L’iconografia mi riporta, anche, agli studi che ho compiuto su Palladio; quale architettura è più palladiana di questa? Queste sono le Logge della basilica di Vicenza di Andrea Palladio! Inoltre, Veronese è un pittore della mia città - io sono nata a Verona - a cui ho dedicato una mostra nel 2014 con la National Gallery di Londra.

 

Venezia trabocca di turisti. La folla che quotidianamente si riversa sulla piazza, tra le strade, le calli e gli angiporti fa pensare, quasi, che non esista la comunità. Come in un villaggio vacanze, i volti si incontrano e si riconoscono solo per una settimana, poi si è già tutti di partenza, così risulta molto difficile avere dei riferimenti con cui poter organizzare le metriche della città e sentirsi a casa. Ci sono, però, luoghi in cui la storia non è trascorsa, dove le opere d’arte chiariscono la vita e i sentimenti delle persone e dove possono nascere nuovi amori.

 

Con questa intervista sto compiendo un rito di passaggio per rivolgere il mio cuore ad un altro amore – continua il Direttore. Vivendo qui, sono già proiettata verso una nuova stagione e la nuova stagione è quella che ci porterà verso Tintoretto . Sono rimasta affascinata dall’energia di Tintoretto giovane, ecco perché sto curando un nuovo progetto per l’autunno del 2018, in collaborazione con la National Gallery di Londra e i Musei Civici di Venezia. Per adesso, abbiamo ripreso in mano la programmazione, decisi a raggiungere quegli scopi culturali, formativi, educativi che sono il nostro reale obiettivo. Ci stiamo impegnando per rendere l’accesso sempre più facile, affinché i visitatori possano comprendere che il patrimonio è loro e che il cuore pulsante del museo è la cultura.

 


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